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giovedì 8 marzo 2012
Come avrà notato chi legge questo blog, il mio giudizio su Monti è tutt’altro che positivo, ma rileggendo i pezzi mi sono accorto che prevale un tono ironico che rischia di generare fraintendimenti. Ed allora mi sembra opportuno precisare alcune cose: Mario “il Grigio” non è affatto un avversario da prendere sotto gamba o una macchietta come il suo predecessore. Anzi, è un avversario da prendere molto sul serio.

Innanzitutto togliamo di mezzo un equivoco: questo non è un governo “tecnico di transizione”. In primo luogo questo è un governo pienamente politico e non solo perchè i governi tecnici non esistono, ma esistono sempre e solo governi politici; ma soprattutto perchè questo è un governo politico di alto profilo, molto più dei precedenti sia di centro destra che di centro sinistra.

Parlando di “alto profilo” non intendo dire che condivido la sua progettualità (tutt’altro) ma che questo non è il solito governo del tirare a campare, con poche e ben confuse idee come è stato per i governi di Berlusconi, Prodi, D’Alema e Amato. Questo è un governo che ha un progetto di ampio respiro che sta attuando senza perdere tempo. E, dunque, qualcosa che va molto al di là dell’anno e qualcosa che dovrebbe durare, sino alle prossime elezioni (ma siamo poi sicuri che fra un anno voteremo? In Grecia le elezioni sono state rinviate a non si capisce quando e nessuno ha fatto un fiato).


Monti (della cui intelligenza avevamo dubitato e tutt’ora non siamo certi) o chi per lui, sta traghettando l’Italia dalla seconda alla terza repubblica: 
  • ha abolito la “concertazione” (che certo non rimpiangiamo) sostituendola con finte consultazioni cui fa seguito una prassi ultra decisionista
  • con l’abrogazione dell’art. 18 vuol conseguire un risultato di immagine che ponga le basi di un diverso sistema di relazioni industriali
  • attraverso i suoi alleati di centro (ma anche quelli che ha nel Pdl e nel sempre più inutile Pd) sta discretamente lavorando alla riforma delle istituzioni e del sistema elettorale
  • con la politica fiscale e le “liberalizzazioni” sta frantumando quel che resta del ceto medio, per approdare ad un modello sociale pienamente dicotomico: una vasta ed indistinta massa popolare da un lato ed un ristrettissimo gruppo di ultra ricchi dall’altro.
Ma soprattutto sta compiendo una doppia manovra: sul piano internazionale sta perfezionando la cessione di quote di sovranità al direttorio europeo (più che altro, tedesco), quel che rende sempre meno rilevante il Parlamento ed assegna al Governo un ruolo essenzialmente di cerniera fra l’apparato amministrativo nazionale ed il direttorio europeo.

Sul piano interno sta tacitamente provocando la scomposizione delle attuali forze politiche riaggregandone pezzi in una nuova formazione di cui si scorgono a mala pena i contorni, se non il dato che sarà una forza di centro che allea il partito della finanza laica con quello della finanza cattolica.

Berlusconi ormai è liquidato definitivamente e, per la prima volta, dice la verità, quando dice che non si ricandiderà: non glielo permetterebbero quegli stessi che, con due poderose sberle borsistiche al titolo Mediaset, lo hanno indotto a dimettersi senza fare troppe storie. Ormai il Pdl ha rotto con la Lega, si appresta a perdere l’ala più impresentabilmente fascista di Larussa e quella dei tecnocrati “socialisti” (Tremonti, Brunetta, Sacconi). Ormai l’approdo sembra essere la fusione del vecchio troncone forzitaliota con l’Udc di Casini nel Partito Popolare Europeo (una sorta di Dc). Non è detto che le cose vadano così: il partito di centro potrebbe avere una più accentuata caratteristica imprenditorial-finanziario-massonica con l’arrivo di imprenditori quali Cordero di Montezemolo, Della Valle ed altri, magari potrebbe risucchiare qualcosa dal Pd e prendere del Pdl solo lo strettamente necessario. Questo per evitare sia un peso eccessivo dei cattolici (l’idea è piuttosto quella di una prevalenza “Laica”) sia per evitare una presenza troppo ingombrante del Cavaliere nel nuovo partito.

Come che vada, assisteremo ad una ristrutturazione del sistema politico. Per quanto attiene all’aspetto istituzionale, non tutto sarà fatto in questo anno: una parte del programma, inevitabilmente, slitterà in avanti nella (forse) nuova legislatura.

Il punto è che siamo ad un momento di svolta non solo in Italia: la crisi inizia a produrre i suoi effetti politici e seleziona un ceto di governo diverso dal passato. Berlusconi (come i suoi consimili Ross Perrot, Timinsky, Pujol, Taipi, Collor del Mello, Fujimori) fu l’espressione di un capitalismo rampante di prima generazione, ed in forte odore di denaro sporco. Fu il prodotto dell’incrocio fra neo-populismo e neo liberismo, utile, nella fase di liquidazione del “compromesso socialdemocratico”, a raccogliere il consenso dei lavoratori autonomi (commercianti, artigiani, piccoli imprenditori ecc.) sotto la bandiera della protesta antifiscale.

Oggi la crisi rende impossibile quella politica di fisco allegro che colpiva i redditi da lavoro dipendente per risparmiare gli autonomi. Ora anche gli autonomi devono dare il sangue per salvare la grande rendita finanziaria di cui i Monti ed i Papademos sono l’espressione coerente.

Berlusconi era indecente, lo sappiamo, ma in fondo era un pagliaccio interessato solo agli affaruzzi suoi. Monti non è questo, è molto di più: è il vero avversario di classe da combattere. Molto più duro, pericoloso ed autoritario del precedente. C’è chi ha paragonato Monti a Bruning (il cancelliere tedesco che precedette Hitler) chi a Facta (immediato predecessore di Mussolini). A noi ricorda molto da vicino un altro professore di economia finanziaria : António de Oliveira Salazar.

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