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domenica 17 aprile 2011
L’effetto è quello della macchina del tempo: un attimo prima pensi di essere nel ventunesimo secolo, nel mezzo di una crisi finanziaria e del debito pubblico, poi Fausto Raciti apre bocca e all’improvviso si torna all’Ottocento, o almeno agli anni Settanta. Fausto Raciti, in teoria sarebbe giovane, classe 1984, segretario di un’entità misconosciuta, i Giovani democratici che per chi non lo sapesse sono i giovani del Partito democratico (ebbene sì, esistono). Ho avuto il piacere di ascoltarlo ieri, al Festival del giornalismo di Perugia, e sono rimasto ipnotizzato: “Questo non può essere un mio coetaneo, è impossibile che a 26 anni parli come un segretario di sezione del Pci”. Sembra uscito dal film di Nanni Moretti, “La Cosa”, il documentario sulle crisi dei miliatanti comunisti dopo la svolta della Bolognina nel 1989, quando io e Raciti eravamo all’asilo.

Si parlava di giovani, precari, lavoro. Con la pessima abitudine dei politici consumati di eludere le domande su cui non è preparato, dopo una lunga quanto inutile lista di slogan sulla scuola pubblica, Raciti ha regalato allo scarso pubblico la sua ricetta di politica economica per far uscire l’Italia dalla crisi. Che si può riassumere così: alzare le tasse, aumentando le aliquote sulle plusvalenze finanziarie (senza ridurle altrove), assumere tutti i precari della scuola (con quali soldi? Mistero, tanto Raciti sta all’opposizione), emettere eurobond, cioè debito pubblico europeo per fare più spesa pubblica contro la crisi, ferma opposizione a ogni ipotesi di contratto unico e di tutele crescenti per chi entra nel mercato del lavoro, ovviamente nel nome del sacro totem dell’articolo 18. Che riguarda meno della metà dei lavoratori italiani e quasi nessuno di quelli che cominciano a lavorare. Al democratico Raciti questo non importa, tanto che sconfessa ben tre proposte di legge fatte dal suo partito (quelle di Pietro Ichino, di Paolo Nerozzi e di Marianna Madia).


 Mi trattengo, più o meno, fino a quando si apre il dibattito. Faccio notare a Raciti che impostare ogni risposta alla crisi, sempre ammesso che ci sia qualcosa di concreto sotto gli slogan, su un aumento di tasse e spesa pubblica oltre che impopolare è anche inutile, semplicemente non si può fare. Proprio nel giorno in cui la Banca d’Italia calcola che serviranno manovre da 40 miliardi all’anno per (provare a) rispettare i vincoli europei sul debito pubblico. Gli ricordo che gli eurobond sono appena stati bocciati da un Consiglio europeo, istituzione che conta più di un direttivo dei giovani democratici. Per quanto riguarda i ragazzi precari o disoccupati, sembra di capire, l’unica idea di Raciti è stare seduti ad aspettare che le cose migliorino e che all’improvviso tutti gli imprenditori assumano a tempo indeterminato, oppure che lo Stato imponga la stabilizzazione di tutti i precari per legge. Il suo commento? “Questo conferma la mia opinione che il Fatto Quotidiano è un giornale di destra”.

Mi resta un unico dubbio alla fine del dibattito (o presunto tale, perché, fosse stato per Raciti e gli altri, inclusa il ministro Giorgia Meloni che al confronto sembrava una statista di vaglia, delle domande si sarebbe fatto a meno). Non capisco perché il GiornaleLibero, il Tg1 e il Tg2 non intervistino Raciti ogni santo giorno. Se facesse a tutti lo stesso effetto che ha fatto a me, di voti al Pd ne resterebbero ben pochi. Dopo un’ora di parodia dell’eloquio dalemiano, a me è passata ogni voglia di tornare a votare Pd in futuro. Non si sa mai che il mio voto finisca per sbaglio a sostenere la carriera di Raciti. Se questi sono i giovani, ridatemi Romano Prodi, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi.

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