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giovedì 17 marzo 2011
Ieri il piano franco-britannico per una 'no-fly zone' sui cieli della Libia è stato ormai definitivamente superato dagli eventi.
E’ questa l’unica certezza emersa dalla riunione parigina dei ministri degli Esteri dei Paesi del G8. Di fatto la comunità internazionale ha deciso di non decidere stringendo il cappio attorno al collo dei ribelli. In queste ore si assiste di fatto allo smantellamento di quel fronte anti Gheddafi nato con i moti popolari del 17 febbraio scorso. Da Bengasi, nell’est del Paese nord africano, divenuta simbolo dell'opposizione al regime di Tripoli, in tanti stanno lasciando la città. Un fuga alla vendetta del rais che non tarderà ne mancherà.
Inevitabile ormai dopo la presa di Ajdibiya da parte dei militari fedeli al colonnello Muammar Gheddafi. La presa della città era cruciale per il successo della controffensiva militare libica verso est. La resistenza è durata per due giorni, ma alla fine i ribelli hanno capitolato ed ora è aperta la strada verso Bengasi. In tutti i libici, quelli anti regime, è forte l'amarezza per il mancato sostegno dei Paesi occidentali. Un sostegno chiesto ad alta voce e mai giunto. Ormai il tutto si è risolto in una lotta per la sopravvivenza e non più per la libertà e la democrazia. Eppure nessuno avrebbe mai pensato che il popolo libico potesse mai rivoltarsi contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Un regime al potere nel Paese nordafricano da oltre 40 anni. Al tempo stesso nessuno avrebbe mai pensato che avendo l’occasione per ‘fargli lo sgambetto’, la comunità internazione invece, se la sarebbe defilata perdendosi in mille sterili discussioni e perdendo tempo prezioso. Di fatto ha abbandonato il popolo libico al suo destino. Un tragico destino che in queste ore sta vedendo il suo epilogo. Come un topo in trappola, dopo che le proteste, montante lentamente nel Paese nordafricano, lo avevo stretto con le spalle al muro nel suo bunker, Gheddafi si era visto perduto ed era apparso alla Tv di Stato annunciando che non avrebbe mai lasciato il Paese e che avrebbe lottato fino all'ultima goccia di sangue. Nulla sembrava poterlo salvare.
E in questa consapevolezza il leader libico aveva mostrato al mondo tutta la sua ferocia cercando di sedare la rivolta con un bagno di sangue. Il sangue del popolo libico. Il momento clou era stato quando l'aviazione libica era intervenuta facendo fuoco contro la folla che manifestava. Libici contro libici. Era l’inizio dello scontro interno, della guerra civile. Era però, anche il momento di buttarlo a terra. Almeno era quello che si credeva volessero tutti ed invece, i ‘ribelli’ libici riunitisi nel Comitato nazionale transitorio, Cnt, sono stati lasciati soli a battersi contro un leone che aveva perso i denti, ma non gli artigli. Ed ora quelli artigli il leone li sta affondando nei corpi di chi ha ‘osato’ ribellarsi al suo potere. Senza pietà e senza distinzione li sta dilaniando con tutte le sue forze, mercenarie per lo più. E mentre accade tutto questo la comunità internazionale è restata, e resta alla finestra. Troppi i legami, troppi gli interessi, troppi….
E’ evidente che a tutti, fa più comodo tenere il rais al suo posto. Nemmeno gli USA hanno fatto nulla. Quella stessa America che prima lo voleva morto ed ora fa affari con lui. Il periodico statunitense ‘The Daily’ ha rivelato che addirittura ci sarebbero tensioni tra Barack Obama ed Hillary Clinton sull'ipotesi di stabilire una no-fly zone in Libia. Il segretario di Stato spingerebbe in tal senso, ma il presidente USA frena. Mentre le Nazioni Unite si sono limitate a condannare la repressione. Il Consiglio di Sicurezza, nel chiedere la fine immediata delle violenze, ha emesso una serie di sanzioni contro la Libia attraverso la risoluzione 1970, approvata all'unanimità, ma di scarso peso visto il progredire della situazione. Però, si è poi perso in lunghe e interminabili discussioni sul da farsi. Che c’era da discutere?
Occorreva una risoluzione ONU e dare mandato per intervenire militarmente in Libia in soccorso del popolo. Erano venuti meno tutti i principi per i quali l’ONU dice di battersi e soprattutto non era più garantita la sicurezza del popolo libico. Un punto di vista però, non condiviso dalla solita Russia e Cina, partner commerciali e non solo del rais e che sono i Paesi con diritto di veto all'interno del CdS ONU. Ed intanto, il prezzo del petrolio sale, sale, sale. Questo senza un perché. Una debolezza che come non mai l’ONU questa volta non doveva mostrare. Tutto ciò infatti, ha giocato a favore del leader libico e gli ha permesso di riprendersi e rinforzarsi ed ha permesso alle forze militari a lui leali di partire con una micidiale quanto inarrestabile controffensiva. Le truppe di Gheddafi stanno attaccando una ad una tutte le città in mano agli insorti. Resistere è impossibile per quest’ultimi senza aiuti esterni e ridotti allo stremo dalla mancanza di tutto. Solo le armi non gli mancano.
Gli arsenali strappati al rais erano talmente pieni che potevano armare cento eserciti. Ai ‘ribelli’ non è restato che ripiegare verso est, verso Bengasi, la loro roccaforte da dove si è accesa la scintilla della rivolta il 17 febbraio scorso. A distanza di un mese, nemmeno ieri i Paesi riuniti nell'ambito del G8 a Parigi in Francia non hanno trovato un accordo su un possibile intervento militare in Libia. Sono state Mosca e Berlino ha porre il veto sul passaggio che nel documento finale del G8 includeva esplicitamente la no-fly zone tra le misure di pressione da avviare per proteggere la popolazione dagli attacchi delle forze di Gheddafi e per indurre il Colonnello a lasciare il potere.
Un atto spiegato dal ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle affermando: “Un intervento militare è molto difficile e pericoloso, e potrebbe indebolire il movimento democratico”. Mentre il capo della diplomazia italiana Franco Frattini come a voler far loro da sponda ha affermato: “Non possiamo rispondere ad una azione violenta che vogliamo far cessare con una azione che non avrebbe il consenso internazionale”. A dire il vero in merito alla questione oggi Frattini si è molto dilungato. “Muammar Gheddafi è destinato a essere completamente isolato dalla comunità internazionale se continuerà a bombardare il suo popolo”, ha anche detto Frattini che poi ha anche giustificato la decisione del governo italiano di limitarsi a sospendere e non cancellare il trattato di amicizia Italia-Libia, firmato nel 2008.
“La cancellazione di un accordo farebbe venir meno la speranza che domani vi sia una nuova Libia, con cui domani riprendiamo la collaborazione”, ha detto il ministro degli Esteri. Resta la Francia praticamente l'unico Paese del G8 ad aver formalmente riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione libico Cnt. Quello stesso Cnt che avrebbe lanciato tre richieste alla comunità internazionale: una no-fly zone; raid aerei tattici contro le risorse militari libiche; un raid contro il bunker del colonnello Gheddafi. Richieste rimaste tutte disattese. Nessuna infatti, è stata accolta. Sull'imposizione di una no-fly zone sulla Libia sia la NATO sia gli USA hanno messo il freno definendola una scelta multilaterale che spetta all’ONU. Mentre la Lega araba ha fatto registrare la sua apertura in tal senso. A premere per la linea dura sono solo Francia e Gran Bretagna che hanno dato la loro disponibilità a raid aerei mirati contro il regime di Tripoli. Aiuti economici e politici ai ribelli, ma non militari ha ribadito ancora una volta il segretario di stato USA Clinton. Di fatto la comunità internazionale ha perso altro tempo prezioso. Quel tempo che gioca tutto a sfavore dei ribelli che negli ultimi giorni hanno dovuto cedere una dopo l'altra le città occupate dall'inizio della rivolta. La linea del fronte è sempre più spostata ad est. Da ieri centinaia di civili e ribelli stanno arrivando a Bengasi fuggendo da Ajdabiya, strappata ai ribelli dalle truppe di Gheddafi, che continuano ad avanzare verso est. Secondo i ribelli i soldati di Tripoli avrebbero interrotto i collegamenti tra le due città anche se non ci sarebbero conferme. Ad ovest la situazione non è migliore. I ribelli controllano ancora Misurata ormai sotto assedio, ma hanno perso il controllo anche di Zuara, 120 km a ovest di Tripoli. Nella città oggi si sono svolte manifestazioni pro Gheddafi. Ormai anche se si decidesse per una no-fly zone a Gheddafi poco importerebbe. L’avanzata delle sue truppe a terra è talmente progredita che ora può anche fare a meno dell’appoggio aereo.
fonte
Inevitabile ormai dopo la presa di Ajdibiya da parte dei militari fedeli al colonnello Muammar Gheddafi. La presa della città era cruciale per il successo della controffensiva militare libica verso est. La resistenza è durata per due giorni, ma alla fine i ribelli hanno capitolato ed ora è aperta la strada verso Bengasi. In tutti i libici, quelli anti regime, è forte l'amarezza per il mancato sostegno dei Paesi occidentali. Un sostegno chiesto ad alta voce e mai giunto. Ormai il tutto si è risolto in una lotta per la sopravvivenza e non più per la libertà e la democrazia. Eppure nessuno avrebbe mai pensato che il popolo libico potesse mai rivoltarsi contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Un regime al potere nel Paese nordafricano da oltre 40 anni. Al tempo stesso nessuno avrebbe mai pensato che avendo l’occasione per ‘fargli lo sgambetto’, la comunità internazione invece, se la sarebbe defilata perdendosi in mille sterili discussioni e perdendo tempo prezioso. Di fatto ha abbandonato il popolo libico al suo destino. Un tragico destino che in queste ore sta vedendo il suo epilogo. Come un topo in trappola, dopo che le proteste, montante lentamente nel Paese nordafricano, lo avevo stretto con le spalle al muro nel suo bunker, Gheddafi si era visto perduto ed era apparso alla Tv di Stato annunciando che non avrebbe mai lasciato il Paese e che avrebbe lottato fino all'ultima goccia di sangue. Nulla sembrava poterlo salvare.
E in questa consapevolezza il leader libico aveva mostrato al mondo tutta la sua ferocia cercando di sedare la rivolta con un bagno di sangue. Il sangue del popolo libico. Il momento clou era stato quando l'aviazione libica era intervenuta facendo fuoco contro la folla che manifestava. Libici contro libici. Era l’inizio dello scontro interno, della guerra civile. Era però, anche il momento di buttarlo a terra. Almeno era quello che si credeva volessero tutti ed invece, i ‘ribelli’ libici riunitisi nel Comitato nazionale transitorio, Cnt, sono stati lasciati soli a battersi contro un leone che aveva perso i denti, ma non gli artigli. Ed ora quelli artigli il leone li sta affondando nei corpi di chi ha ‘osato’ ribellarsi al suo potere. Senza pietà e senza distinzione li sta dilaniando con tutte le sue forze, mercenarie per lo più. E mentre accade tutto questo la comunità internazionale è restata, e resta alla finestra. Troppi i legami, troppi gli interessi, troppi….
E’ evidente che a tutti, fa più comodo tenere il rais al suo posto. Nemmeno gli USA hanno fatto nulla. Quella stessa America che prima lo voleva morto ed ora fa affari con lui. Il periodico statunitense ‘The Daily’ ha rivelato che addirittura ci sarebbero tensioni tra Barack Obama ed Hillary Clinton sull'ipotesi di stabilire una no-fly zone in Libia. Il segretario di Stato spingerebbe in tal senso, ma il presidente USA frena. Mentre le Nazioni Unite si sono limitate a condannare la repressione. Il Consiglio di Sicurezza, nel chiedere la fine immediata delle violenze, ha emesso una serie di sanzioni contro la Libia attraverso la risoluzione 1970, approvata all'unanimità, ma di scarso peso visto il progredire della situazione. Però, si è poi perso in lunghe e interminabili discussioni sul da farsi. Che c’era da discutere?
Occorreva una risoluzione ONU e dare mandato per intervenire militarmente in Libia in soccorso del popolo. Erano venuti meno tutti i principi per i quali l’ONU dice di battersi e soprattutto non era più garantita la sicurezza del popolo libico. Un punto di vista però, non condiviso dalla solita Russia e Cina, partner commerciali e non solo del rais e che sono i Paesi con diritto di veto all'interno del CdS ONU. Ed intanto, il prezzo del petrolio sale, sale, sale. Questo senza un perché. Una debolezza che come non mai l’ONU questa volta non doveva mostrare. Tutto ciò infatti, ha giocato a favore del leader libico e gli ha permesso di riprendersi e rinforzarsi ed ha permesso alle forze militari a lui leali di partire con una micidiale quanto inarrestabile controffensiva. Le truppe di Gheddafi stanno attaccando una ad una tutte le città in mano agli insorti. Resistere è impossibile per quest’ultimi senza aiuti esterni e ridotti allo stremo dalla mancanza di tutto. Solo le armi non gli mancano.
Gli arsenali strappati al rais erano talmente pieni che potevano armare cento eserciti. Ai ‘ribelli’ non è restato che ripiegare verso est, verso Bengasi, la loro roccaforte da dove si è accesa la scintilla della rivolta il 17 febbraio scorso. A distanza di un mese, nemmeno ieri i Paesi riuniti nell'ambito del G8 a Parigi in Francia non hanno trovato un accordo su un possibile intervento militare in Libia. Sono state Mosca e Berlino ha porre il veto sul passaggio che nel documento finale del G8 includeva esplicitamente la no-fly zone tra le misure di pressione da avviare per proteggere la popolazione dagli attacchi delle forze di Gheddafi e per indurre il Colonnello a lasciare il potere.
Un atto spiegato dal ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle affermando: “Un intervento militare è molto difficile e pericoloso, e potrebbe indebolire il movimento democratico”. Mentre il capo della diplomazia italiana Franco Frattini come a voler far loro da sponda ha affermato: “Non possiamo rispondere ad una azione violenta che vogliamo far cessare con una azione che non avrebbe il consenso internazionale”. A dire il vero in merito alla questione oggi Frattini si è molto dilungato. “Muammar Gheddafi è destinato a essere completamente isolato dalla comunità internazionale se continuerà a bombardare il suo popolo”, ha anche detto Frattini che poi ha anche giustificato la decisione del governo italiano di limitarsi a sospendere e non cancellare il trattato di amicizia Italia-Libia, firmato nel 2008.
“La cancellazione di un accordo farebbe venir meno la speranza che domani vi sia una nuova Libia, con cui domani riprendiamo la collaborazione”, ha detto il ministro degli Esteri. Resta la Francia praticamente l'unico Paese del G8 ad aver formalmente riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione libico Cnt. Quello stesso Cnt che avrebbe lanciato tre richieste alla comunità internazionale: una no-fly zone; raid aerei tattici contro le risorse militari libiche; un raid contro il bunker del colonnello Gheddafi. Richieste rimaste tutte disattese. Nessuna infatti, è stata accolta. Sull'imposizione di una no-fly zone sulla Libia sia la NATO sia gli USA hanno messo il freno definendola una scelta multilaterale che spetta all’ONU. Mentre la Lega araba ha fatto registrare la sua apertura in tal senso. A premere per la linea dura sono solo Francia e Gran Bretagna che hanno dato la loro disponibilità a raid aerei mirati contro il regime di Tripoli. Aiuti economici e politici ai ribelli, ma non militari ha ribadito ancora una volta il segretario di stato USA Clinton. Di fatto la comunità internazionale ha perso altro tempo prezioso. Quel tempo che gioca tutto a sfavore dei ribelli che negli ultimi giorni hanno dovuto cedere una dopo l'altra le città occupate dall'inizio della rivolta. La linea del fronte è sempre più spostata ad est. Da ieri centinaia di civili e ribelli stanno arrivando a Bengasi fuggendo da Ajdabiya, strappata ai ribelli dalle truppe di Gheddafi, che continuano ad avanzare verso est. Secondo i ribelli i soldati di Tripoli avrebbero interrotto i collegamenti tra le due città anche se non ci sarebbero conferme. Ad ovest la situazione non è migliore. I ribelli controllano ancora Misurata ormai sotto assedio, ma hanno perso il controllo anche di Zuara, 120 km a ovest di Tripoli. Nella città oggi si sono svolte manifestazioni pro Gheddafi. Ormai anche se si decidesse per una no-fly zone a Gheddafi poco importerebbe. L’avanzata delle sue truppe a terra è talmente progredita che ora può anche fare a meno dell’appoggio aereo.
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