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domenica 12 dicembre 2010
Un "partito in franchising" impegnato nel riciclaggio di personaggi politici piuttosto che nella formazione di propri quadri dirigenti. Dal caso De Gregorio in poi troppi cambi di casacca. Molti prevedibili per il curriculum degli interessati.
“Chiunque tradisca i propri elettori e si venda per 30 denari merita, metaforicamente parlando, l’albero di Giuda”. Con queste parole Antonio Di Pietro ha commentato il passaggio del Rubicone di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, i due deputati che pochi giorni fa hanno ufficializzato il proprio abbandono del gruppo parlamentare dell’Italia dei Valori. Parole, spiace dirlo, all’apparenza nette e inequivocabili, ma in tutto simili a quelle che l’ex Pm si è trovato costretto a pronunciare in altre occasioni. Qualcuno si ricorda, tanto per fare un esempio, di quanto accadde poco dopo le elezioni politiche del 2001, quando il neoeletto senatore dell’Idv, Valerio Carrara annunciò, fresco di nomina, che di lì a poco sarebbe passato con Forza Italia? Oggi Carrara, che all’epoca era stato candidato da Tonino pressoché a scatola chiusa, milita da ben due legislature nelle file berlusconiane…
Decisamente più eco ebbe invece, nel 2006 – durante i mesi convulsi della nascita del secondo governo Prodi – il caso di Sergio De Gregorio, il giornalista partenopeo che, dopo essersi fatto eleggere a Palazzo Madama grazie a un accordo fra i suoi Italiani nel mondo e l’Idv, riuscì a divenire presidente della commissione Difesa del Senato con i voti del centrodestra, per poi rendere noto nei mesi successivi il proprio abbandono della compagine dipietrista. Se poi qualcuno fosse dotato di zelo e di interesse per il nostrano “teatrino della politica” (anche e soprattutto locale) in misura tale da mettersi a frugare fra i tanti casi minori (quelli che la pubblica opinione non ricorda o che, nella maggior parte dei casi, ha sempre ignorato) la lista, non c’è dubbio, finirebbe per allungarsi, e ci sarebbe di che stupirsi e passare il tempo.
“Io che sono un povero cristo non è che posso sapere prima, dentro la testa, che cosa hanno queste persone”, si schermisce Di Pietro. E da un certo punto di vista ha senz’altro ragione. Il processo alle intenzioni, quello no, non lo si può fare. Un’occhiatina al curriculum politico e “professionale” di chi viene messo in lista, però, di tanto in tanto non guasterebbe. Se è vero cheDe Gregorio ha pugnalato alle spalle Tonino solo nel 2006, va anche detto che il suo passaggio prima nel Psi craxiano (è stato anche direttore dell’Avanti!) e poi, per diversi anni, in Forza Italia (ancora nel 2005 doveva essere candidato dal partito azzurro alle regionali campane) forse qualche dubbio in termini di affidabilità, all’ex magistrato, avrebbe dovuto farlo venire. Per carità, nella vita si può anche cambiare idea (e per fortuna). Eppure, non può non stupire come l’Italia dei Valori dia, a più di un osservatore, l’impressione di essere impegnata non tanto nella formazione di propri quadri e dirigenti, quanto nel riciclaggio di personale politico di lungo corso dalle provenienze più disparate. Sono un fatto, ad esempio, le fitte schiere di ex Dc, ex Forza Italia, ex Udeur, ex Margherita (per rimanere solo alle sigle maggiori) che affollano il partito delle mani pulite, e la rapidità della loro ascesa appare spesso direttamente proporzionale a quella con cui militanti di lungo corso, in molti casi intelligenti e appassionati, ricevono il ben servito senza tanti complimenti o decidono di propria volontà di allontanarsi dall’organizzazione.
Oramai più di un anno fa, MicroMega ebbe il merito di aprire un dibattito su questa questione, parlando apertamente di un “partito in franchising”. Gli avvenimenti di questi giorni, che a molti elettori del partito di Di Pietro appariranno del tutto comprensibilmente, un po’ repentini e inaspettati, sembrano dare ragione a quell’analisi che indicava nel metodo di reclutamento del proprio personale politico adottato dall’ex Pm, il principale problema con il quale l’Idv avrebbe dovuto fare i conti nel prossimo futuro. La tendenza a privilegiare gli accordi di vertice con il ceto politico locale rispetto alla lenta e paziente opera di costruzione – a partire dal livello più basso ma fondamentale, quello della semplice militanza – di un partito “vero”, sta in queste ore dando i suoi frutti avvelenati. Intere sezioni regionali e provinciali del partito sono state costituite – o ricostituite, soprattutto dopo il buon risultato elettorale ottenuto dall’Idv nel 2008 – attorno a figure, spesso localmente molto “pesanti”, provenienti da altri partiti. Cosa in sé legittima, se non avesse significato in molti casi l’estromissione o l’allontanamento volontario della parte migliore e più motivata degli iscritti.
Quanto è prudente, per un partito che si proclama e aspira a essere diverso dagli altri, cedere in maniera così massiccia al pragmatismo che utilizza i cosiddetti “professionisti della politica”, la loro capacità di controllare apparati, pezzi di istituzioni locali e pacchetti di voti, come scorciatoia fondamentale sulla via del successo elettorale e organizzativo? Non si rischia, in tal modo, di creare sì un apparato, di reclutare sì del personale politico, ma con un livello di radicamento sociale e di solidità ideale decisamente fragile? Speriamo di sbagliarci, ma leggendo le notizie di questi giorni ci torna in mente una frase (non ce ne vogliano gli studenti del Maggio): ce n’est qu’un début…
Da Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre 2010
Decisamente più eco ebbe invece, nel 2006 – durante i mesi convulsi della nascita del secondo governo Prodi – il caso di Sergio De Gregorio, il giornalista partenopeo che, dopo essersi fatto eleggere a Palazzo Madama grazie a un accordo fra i suoi Italiani nel mondo e l’Idv, riuscì a divenire presidente della commissione Difesa del Senato con i voti del centrodestra, per poi rendere noto nei mesi successivi il proprio abbandono della compagine dipietrista. Se poi qualcuno fosse dotato di zelo e di interesse per il nostrano “teatrino della politica” (anche e soprattutto locale) in misura tale da mettersi a frugare fra i tanti casi minori (quelli che la pubblica opinione non ricorda o che, nella maggior parte dei casi, ha sempre ignorato) la lista, non c’è dubbio, finirebbe per allungarsi, e ci sarebbe di che stupirsi e passare il tempo.
“Io che sono un povero cristo non è che posso sapere prima, dentro la testa, che cosa hanno queste persone”, si schermisce Di Pietro. E da un certo punto di vista ha senz’altro ragione. Il processo alle intenzioni, quello no, non lo si può fare. Un’occhiatina al curriculum politico e “professionale” di chi viene messo in lista, però, di tanto in tanto non guasterebbe. Se è vero cheDe Gregorio ha pugnalato alle spalle Tonino solo nel 2006, va anche detto che il suo passaggio prima nel Psi craxiano (è stato anche direttore dell’Avanti!) e poi, per diversi anni, in Forza Italia (ancora nel 2005 doveva essere candidato dal partito azzurro alle regionali campane) forse qualche dubbio in termini di affidabilità, all’ex magistrato, avrebbe dovuto farlo venire. Per carità, nella vita si può anche cambiare idea (e per fortuna). Eppure, non può non stupire come l’Italia dei Valori dia, a più di un osservatore, l’impressione di essere impegnata non tanto nella formazione di propri quadri e dirigenti, quanto nel riciclaggio di personale politico di lungo corso dalle provenienze più disparate. Sono un fatto, ad esempio, le fitte schiere di ex Dc, ex Forza Italia, ex Udeur, ex Margherita (per rimanere solo alle sigle maggiori) che affollano il partito delle mani pulite, e la rapidità della loro ascesa appare spesso direttamente proporzionale a quella con cui militanti di lungo corso, in molti casi intelligenti e appassionati, ricevono il ben servito senza tanti complimenti o decidono di propria volontà di allontanarsi dall’organizzazione.
Oramai più di un anno fa, MicroMega ebbe il merito di aprire un dibattito su questa questione, parlando apertamente di un “partito in franchising”. Gli avvenimenti di questi giorni, che a molti elettori del partito di Di Pietro appariranno del tutto comprensibilmente, un po’ repentini e inaspettati, sembrano dare ragione a quell’analisi che indicava nel metodo di reclutamento del proprio personale politico adottato dall’ex Pm, il principale problema con il quale l’Idv avrebbe dovuto fare i conti nel prossimo futuro. La tendenza a privilegiare gli accordi di vertice con il ceto politico locale rispetto alla lenta e paziente opera di costruzione – a partire dal livello più basso ma fondamentale, quello della semplice militanza – di un partito “vero”, sta in queste ore dando i suoi frutti avvelenati. Intere sezioni regionali e provinciali del partito sono state costituite – o ricostituite, soprattutto dopo il buon risultato elettorale ottenuto dall’Idv nel 2008 – attorno a figure, spesso localmente molto “pesanti”, provenienti da altri partiti. Cosa in sé legittima, se non avesse significato in molti casi l’estromissione o l’allontanamento volontario della parte migliore e più motivata degli iscritti.
Quanto è prudente, per un partito che si proclama e aspira a essere diverso dagli altri, cedere in maniera così massiccia al pragmatismo che utilizza i cosiddetti “professionisti della politica”, la loro capacità di controllare apparati, pezzi di istituzioni locali e pacchetti di voti, come scorciatoia fondamentale sulla via del successo elettorale e organizzativo? Non si rischia, in tal modo, di creare sì un apparato, di reclutare sì del personale politico, ma con un livello di radicamento sociale e di solidità ideale decisamente fragile? Speriamo di sbagliarci, ma leggendo le notizie di questi giorni ci torna in mente una frase (non ce ne vogliano gli studenti del Maggio): ce n’est qu’un début…
Da Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre 2010
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