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giovedì 6 settembre 2012

Il Pd alza la posta per far saltare la riforma elettorale. E Romano si frega le mani: il Porcellum pare fatto apposta per spedirlo al Quirinale

"Il Porcellum che porta la Mortadella al Quirinale: poi dicono che la politica non ha il senso dell’ironia. Che si vada al voto con l’attuale sistema elettorale, del quale tutti parlano male ma che in fondo fa comodo a tanti, è evento ogni giorno più probabile, visto come (non) procedono le trattative per cambiare la legge. Mentre l’approdo di Romano Prodi sul Colle al momento è il disegno di una parte dello stesso Partito democratico e degli alleati di Sel, riconoscenti al Professore per averli portati al governo quando stavano in Rifondazione Comunista e carichi di sensi di colpa per come lo hanno trattato (la storia dello scorpione e la rana rende bene l’idea). Dice Nichi Vendola: «Ho fatto cadere Prodi? Possiamo riparare proponendolo per il Quirinale». Alza la mano Rosi Bindi: «Io sono stata la prima a dirlo». Chiosa la maestrina Anna Finocchiaro (una che al Quirinale ci si è sempre vista bene): «Vedremo. Non consumiamo nomi». La candidatura è lanciata e a sinistra ci credono, divisi tra ci spera e chi la teme".



Una sciagura chiamata Romano: dall'Iri all'euro, la cronistoria di 30 anni di guai dell'uomo che fu due volte premier
Prodi è ricordato per il folle cambio della lira e per le super tasse. Una volta fu anche ministro.


di Marco Gorra

«Nel suo discorso al consiglio nazionale della Dc, il senatore Fanfani ha citato l’Aida (“Se il mio sogno si avverasse”) e ha auspicato l’arrivo di un esercito di prodi. Un cronista distratto ha completato il concetto: “Un esercito di Prodi e di Andreatta”». Correva l’anno 1981, e a teorizzare che l’impegno politico di Romano Prodi non si sarebbe rivelato un toccasana per il Paese era un certo Giulio Andreotti. Che, avendo avuto il professore reggiano come ministro dell’Industria tre anni prima, forse un minimo di cognizione di causa ce l’aveva. 
Il guaio è che nessuno gli diede retta. Un anno dopo, Spadolini nominerà Prodi alla presidenza dell’Iri, dove rimarrà per dodici anni, gestendo tra l’altro (con risultati non esattamente spettacolari) il maxi-pacchetto di privatizzazioni dei primi anni ’90. Dimessosi dall’Iri a metà del ’94, il Professore è pronto per la discesa in campo («Adesso ho mente e animo liberi. Un impegno in politica diventa un dovere, vista la situazione»). A inizio ’95 l’Ulivo è realtà, ed un anno dopo Prodi vince le elezioni. 
I danni iniziano da subito. Perché col Professore i comunisti tornano al governo. Non tanto nella stanza dei bottoni (assai affollata di ex freschi di trasformazione in Pds: i comunisti veri incassano solo un sottosegretario agli Esteri in quota Movimento comunista unitario) quanto nelle immediate vicinanze: a tenere su il primo gabinetto del Professore, infatti, concorrono l’appoggio esterno ma decisivo dei venti deputati eletti da Rifondazione comunista. I quali, dopo averlo tenuto a bagnomaria per un paio d’anni, gli staccheranno la spina il 9 ottobre del ’98.
Nel frattempo, però, il governo Prodi troverà il tempo di negoziare con l’Europa un concambio lira/euro oltre lo svantaggioso (offrendo il fianco, quando si dicono i corsi e i ricorsi, a quanti non gli perdoneranno l’acquiescenza ai voleri del «direttorio franco-tedesco»): l’Italia rientrerà nella Sme col cambio fissato a 990 lire per ogni marco tedesco, cifra che farà da base per il cambio lira/euro a 1936,27. L’operazione, da più parti additata oggi come la radice della contrazione del potere di acquisti degli italiani da quando è stata introdotta la moneta unica, ci costa pure: per la moneta unica, il governo impone una eurotassa, la cui restituzione integrale stiamo ancora aspettando.
Il breve volgere di un mandato alla guida della Commissione europea, e il Professore torna sulla scena domestica. Richiamato nel 2006 dai partiti che non hanno uno straccio di nome da contrapporre a Berlusconi, Prodi vince le elezioni di un soffio e si insedia a Palazzo Chigi per la seconda volta. Anche qui, durata poca e danni tanti. Nell’annetto e mezzo che l’Unione impiega a finire a gambe per aria, Prodi riesce, tra le altre cose a: disarticolare la riforma delle pensioni (il celebre scalone) approntata dal precedente governo; introdurre, auspice il ticket formato da Padoa-Schioppa e Visco, una valanga di nuove tasse tanto da far segnare il record decennale di pressione fiscale nel 2007 (quota 43.1%); finire invischiato in un pasticcio con la ristrutturazione di Telecom che costerà il posto al proprio braccio destro Angelo Rovati; fare una serie di figure magrissime con gli americani sfangando una gran quantità di importanti votazioni di politica estera solo grazie ai senatori a vita, il cui apporto riequilibra i voti contrari dei parlamentari comunisti della maggioranza. Il 24 gennaio 2008, Prodi assiste impassibile mentre il Senato gli revoca la fiducia, decretandone l’uscita di scena. Non definitiva, a quanto pare.


fonte 1
fonte 2

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