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martedì 28 dicembre 2010
Eduardo Rina, che, una volta eletto, si è visto negare il seggio di parlamentare, racconta la sua esperienza politica nel movimento di Di Pietro.
Come considera la sua esperienza nel partito di Di Pietro?
Molto positiva e piena di entusiasmo nei primi anni. Nel 2001 aiutavo Donadi (oggi Deputato) su tutto il territorio regionale nelle vesti di Coordinatore della Provincia di Treviso. Quell’anno ci furono le elezioni politiche e io mi candidai al Senato per puro spirito di servizio, come fecero tutti gli amici di IDV, poichè era impossibile essere eletti col sistema dei collegi uninominali. Poi nel 2002 presentai una lista di IDV alle elezioni comunali di Conegliano e fui eletto con il 3,5% dei voti . E per 5 anni ho prodotto tantissime iniziative in Consiglio e nel territorio provinciale e regionale. Anche Di Pietro venne diverse volte nella nostra realtà per partecipare a grandi iniziative. La più importante su “Informazione e democrazia” con Michele Santoro, Pancho Pardi e Marco Travaglio e fu un successo di partecipazione di migliaia di persone. Nel 2005 fui nominato Responsabile Nazionale degli Enti Locali da Di Pietro e entrai a far parte dell’Ufficio Nazionale di Presidenza. Tutto questo impegno mentre continuavo a svolgere il mio lavoro di insegnante a Conegliano e viaggiavo in lungo e in largo su tutto il territorio nazionale per organizzare il partito. Utilizzando la mia vecchia esperienza con il PCI. Nel vertice nazionale di IDV ero l’unico con una storia di sinistra. Poi arrivò, alle elezioni politiche del 2006, la vera “pugnalata alle spalle” di Di Pietro che, senza alcun preavviso e senza motivazioni, fece l’opzione sul seggio della Camera dei Deputati di Veneto 2 dove ero stato eletto. Un’azione tanto sorprendente quanto vile nella forma e nella sostanza, solo per consentire agli ultimi acquisti come Pedica, Misiti, Gasperini, Porfidia, Pisicchio di fare i Deputati della Repubblica. Forse io non ne ero degno, secondo il Capo assoluto!
Quali le contraddizioni del partito e dei suoi leader (Di Pietro, Donadi, e gli altri)?
Sicuramente quella di voler essere un partito “nuovo” rispetto ai vecchi partiti della Prima Repubblica ma con una Leadership molto personalizzata e schiacciata sulla figura del Capo indiscusso e indiscutibile, mai censurabile nelle sue decisioni. Basta notare il simbolo del Partito. Campeggia il cognome del Capo e il partito è una semplice appendice. Altre contraddizioni si possono individuare, proprio in virtù del culto delle decisioni del Capo, nel rispetto dello Statuto nazionale, che rimane un magnifico testo di princìpi e regole mai rispettate dallo stesso Di Pietro. Cito un esempio per tutti: è prevista l’incompatibilità tra la funzione di governo e quella legislativa e Lui ha fatto contemporaneamente il Ministro e il Deputato dal 2006 al 2008. La contraddizione maggiore, però, è quella di un partito che si definisce democratico e meritocratico nei confronti dei propri aderenti fidelizzati da anni di militanza, e poi agisce per cooptazione e reclutamento di personale politico spesso scaricato dagli altri partiti. Infine la più evidente contraddizione è l’affermazione di voler stare nella coalizione di centrosinistra sparando a zero ora su Bersani e ora su Vendola a seconda dell’umore mattutino del Capo. Una forza che si dimena solo per opportunismo tattico finisce col diventare totalmente inaffidabile.
De Magistris apre una “questione morale” nell’Idv, problema che il pm dell’inchiesta Why Not solleva da oltre un anno. Lei sembra condividere le sue posizioni… quale risultato lei pensa l’europarlamentare possa ottenere?
Io condivido la posizione critica di De Magistris perchè la leggo come una critica da sinistra. Appartiene alla mia cultura politica. Ma più che di una “questione morale” io parlerei di una seria “questione democratica” nella vita del partito. La quasi completa assenza di discussione interna sui grandi temi del paese e sulla selezione della classe dirigente che dovrebbe partire dai territori. Ma nei territori si parla di gerarchie e di poltrone da occupare. La politica del partito si traduce nell’attesa messianica di ciò che dice Di Pietro quando va in televisione e l’aspetto patetico è la conseguente imitazione che ne fanno i coordinatori regionali e provinciali che annunciano agli iscritti le loro “apparizioni” nelle televisioni locali. Non c’è vita di partito. Io ho letto con attenzione ciò che hanno scritto De Magistris, Alfano e Cavalli e si capisce che chiedono un partito dove non avvenga la transumanza di trombati di altri partiti e di “mercenari” che millantano pacchetti di voti mai riscontrabili, tra l’altro, con le liste bloccate. Dal 2006 è stato sancito e adottato dal vertice nazionale, e da Di Pietro in particolare, il cosiddetto “metodo Formisano” che poggia su una campagna-acquisti di candidati simile a quella del mondo del calcio. Ma, fatalmente, invece di acquistare i fuoriclasse vengono acquistati i De Gregorio, i Porfidia, i Pedica, i Misiti, i Pisicchio, le Gasperini… che poi cambiano nuovamente casacca. Una tragica transumanza sotto gli occhi degli italiani.
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Dott. Rina, quando e perchè si è avvicinato all’Italia dei Valori?
Quando Di Pietro rilasciò una bella intervista, nell’agosto del 2000, a La Repubblica. Con la quale si appellava a tutti i cittadini che volevano costruire con lui l’Italia dei Valori. Io avevo una storia politica prima col PCI di Berlinguer e poi con i Democratici di Sinistra. Sono di origini campane ma vivo dal 1986 a Conegliano, nel Veneto, dove ero diventato Segretario dei Democratici di Sinistra e nel 1998 ero stato eletto consigliere comunale nella lista de l’Ulivo. Nel 1999 uscii dal partito dei DS per assenza di democrazia interna. Così mi posi con umiltà e dedizione al servizio del Progetto dell’Italia dei Valori.
Molto positiva e piena di entusiasmo nei primi anni. Nel 2001 aiutavo Donadi (oggi Deputato) su tutto il territorio regionale nelle vesti di Coordinatore della Provincia di Treviso. Quell’anno ci furono le elezioni politiche e io mi candidai al Senato per puro spirito di servizio, come fecero tutti gli amici di IDV, poichè era impossibile essere eletti col sistema dei collegi uninominali. Poi nel 2002 presentai una lista di IDV alle elezioni comunali di Conegliano e fui eletto con il 3,5% dei voti . E per 5 anni ho prodotto tantissime iniziative in Consiglio e nel territorio provinciale e regionale. Anche Di Pietro venne diverse volte nella nostra realtà per partecipare a grandi iniziative. La più importante su “Informazione e democrazia” con Michele Santoro, Pancho Pardi e Marco Travaglio e fu un successo di partecipazione di migliaia di persone. Nel 2005 fui nominato Responsabile Nazionale degli Enti Locali da Di Pietro e entrai a far parte dell’Ufficio Nazionale di Presidenza. Tutto questo impegno mentre continuavo a svolgere il mio lavoro di insegnante a Conegliano e viaggiavo in lungo e in largo su tutto il territorio nazionale per organizzare il partito. Utilizzando la mia vecchia esperienza con il PCI. Nel vertice nazionale di IDV ero l’unico con una storia di sinistra. Poi arrivò, alle elezioni politiche del 2006, la vera “pugnalata alle spalle” di Di Pietro che, senza alcun preavviso e senza motivazioni, fece l’opzione sul seggio della Camera dei Deputati di Veneto 2 dove ero stato eletto. Un’azione tanto sorprendente quanto vile nella forma e nella sostanza, solo per consentire agli ultimi acquisti come Pedica, Misiti, Gasperini, Porfidia, Pisicchio di fare i Deputati della Repubblica. Forse io non ne ero degno, secondo il Capo assoluto!
Sicuramente quella di voler essere un partito “nuovo” rispetto ai vecchi partiti della Prima Repubblica ma con una Leadership molto personalizzata e schiacciata sulla figura del Capo indiscusso e indiscutibile, mai censurabile nelle sue decisioni. Basta notare il simbolo del Partito. Campeggia il cognome del Capo e il partito è una semplice appendice. Altre contraddizioni si possono individuare, proprio in virtù del culto delle decisioni del Capo, nel rispetto dello Statuto nazionale, che rimane un magnifico testo di princìpi e regole mai rispettate dallo stesso Di Pietro. Cito un esempio per tutti: è prevista l’incompatibilità tra la funzione di governo e quella legislativa e Lui ha fatto contemporaneamente il Ministro e il Deputato dal 2006 al 2008. La contraddizione maggiore, però, è quella di un partito che si definisce democratico e meritocratico nei confronti dei propri aderenti fidelizzati da anni di militanza, e poi agisce per cooptazione e reclutamento di personale politico spesso scaricato dagli altri partiti. Infine la più evidente contraddizione è l’affermazione di voler stare nella coalizione di centrosinistra sparando a zero ora su Bersani e ora su Vendola a seconda dell’umore mattutino del Capo. Una forza che si dimena solo per opportunismo tattico finisce col diventare totalmente inaffidabile.
De Magistris apre una “questione morale” nell’Idv, problema che il pm dell’inchiesta Why Not solleva da oltre un anno. Lei sembra condividere le sue posizioni… quale risultato lei pensa l’europarlamentare possa ottenere?
Io condivido la posizione critica di De Magistris perchè la leggo come una critica da sinistra. Appartiene alla mia cultura politica. Ma più che di una “questione morale” io parlerei di una seria “questione democratica” nella vita del partito. La quasi completa assenza di discussione interna sui grandi temi del paese e sulla selezione della classe dirigente che dovrebbe partire dai territori. Ma nei territori si parla di gerarchie e di poltrone da occupare. La politica del partito si traduce nell’attesa messianica di ciò che dice Di Pietro quando va in televisione e l’aspetto patetico è la conseguente imitazione che ne fanno i coordinatori regionali e provinciali che annunciano agli iscritti le loro “apparizioni” nelle televisioni locali. Non c’è vita di partito. Io ho letto con attenzione ciò che hanno scritto De Magistris, Alfano e Cavalli e si capisce che chiedono un partito dove non avvenga la transumanza di trombati di altri partiti e di “mercenari” che millantano pacchetti di voti mai riscontrabili, tra l’altro, con le liste bloccate. Dal 2006 è stato sancito e adottato dal vertice nazionale, e da Di Pietro in particolare, il cosiddetto “metodo Formisano” che poggia su una campagna-acquisti di candidati simile a quella del mondo del calcio. Ma, fatalmente, invece di acquistare i fuoriclasse vengono acquistati i De Gregorio, i Porfidia, i Pedica, i Misiti, i Pisicchio, le Gasperini… che poi cambiano nuovamente casacca. Una tragica transumanza sotto gli occhi degli italiani.
Crede sia possibile l’Idv e il suo presidente cambino passo ed effettuino d’ora in poi scelte in linea con i princìpi e le regole stabilite dallo statuto, che lei considera violate? E crede ci sia spazio nel partito per un democratico confronto ed una sana competizione interna?
E’ più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che Di Pietro accetti di essere criticato politicamente. Anche se si autoschiaffeggia ad Anno Zero suscitando sconcerto e compassione. Lo dimostrano in questi giorni le reazioni nervose e scomposte di Donadi che parla di “pugnalate alle spalle” paragonando De Magistris e Alfano a Razzi e Scilipoti e negando l’esistenza di una questione “democratica” enorme come un macigno. E’ evidente che il permanere e il perdurare dell’esistenza contemporanea del “metodo Formisano” e della mancanza di pluralismo democratico finisca per diventare una vera e propria “questione morale”, come l’hanno definita De Magistris, Alfano e Cavalli. Mi dispiace soltanto per le persone che lavorano nei circoli e nei territori e che ancora credono nel miracolo della riconversione democratica
L’Italia dei Valori può ottenere gli stessi risultati “incassati” nelle ultime tornate elettorali abbandonando il modus operandi che lei denuncia?
Può anche darsi che IDV mantenga e rafforzi i risultati incassati nelle ultime tornate elettorali, ma temo che ciò non accadrà. Perchè l’ostacolo più grande al superamento del “modus operandi” è, paradossalmente, Di Pietro. Lui è la croce e la delizia della sua creatura. E’ il giorno e la notte. E’ tutto e il contrario di tutto. E quelli che lo vogliono così sono proprio i suoi fedelissimi. Quelli che hanno incarichi e ruoli di assoluto rilievo istituzionale. Non grazie ai propri meriti, ma grazie ad Antonio Di Pietro. E basta un 4% e la Legge Porcellum per rimanere incollati alle dorate poltrone.fonte
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