martedì 25 marzo 2014

Terra dei fuochi: cosa non dice il rapporto del Governo

Terra dei fuochi: cosa non dice il rapporto del Governo.
di Antonio Musella, Andrea Zitelli e Antonio Scalari
Questo post nasce dalla collaborazione tra Fanpage.it e Valigia Blu.
La Terra dei Fuochi è solo una finzione letteraria. Costruita da servizi sensazionalistici e dichiarazioni di un “pentito sciagurato”. Questa la conclusione a cui si arriva leggendo alcuni commenti al rapporto presentato dal governo italiano l’11 marzo scorso sulla contaminazione delle aree agricole campane. Dall’indagine è emerso che su un totale di 1.076 km quadrati di terreni mappati soltanto il 2% è sospetto. Un dato che secondo alcuni giornalisti e commentatori smaschererebbe la bufala del caso Terra dei Fuochi. Roberto Saviano, al contrario, su Repubblica, ha sollevato più di una perplessità sull’affidabilità dell’indagine. Ma questo rapporto cosa dice e cosa non dice? Per capirlo, Valigia Blu ha chiesto al Ministero della Salute l’intera documentazione. Come risposta, è stata inviata una sintesi. Ecco il contenuto.
Come è stato organizzato lo studio e cosa significa il 2%
Scopo principale della relazione è definire un modello scientifico con cui classificare alcune aree a uso agricolo sulla base del rischio associato alle potenziali contaminazioni presenti e, di conseguenza, degli interventi di risanamento necessari. Gli autori precisano, fin da subito, che l’elaborazione del modello si è resa necessaria anche a causa dell’assenza, a tutt’oggi, di un regolamento che definisca con precisione gli interventi di bonifica nelle aree destinate alla produzione agricola e all’allevamento. L’Istituto Superiore di Sanità, che ha concorso all’elaborazione del modello, ricorda infatti:
In Italia, il D. Lgs. 152/2006 “Norme in materia ambientale” (Tabella 1 Allegato 5 della Parte quarta Titolo V) definisce i valori limite di concentrazione dei contaminanti nei suoli solo per due destinazioni d’uso: “residenziale/verde pubblico e/o privato” e “commerciale/industriale” e non indica apposite disposizioni per i suoli destinati alla produzione agricola e all’allevamento.
Dal punto di vista tecnico, significa che si devono adattare allo scopo i valori limite in uso per l’analisi di rischio di siti contaminati non rurali, cioè le CSC (Concentrazioni Soglia di Contaminazione) per i siti posti in aree a uso verde pubblico e residenziale. Ma, come si precisa, le CSC possono risultare, per una determinata sostanza, troppo poco cautelative o eccessivamente cautelative. Il modello scientifico si articola in sette fasi.
Nella Fase 1 gli autori descrivono i metodi per l’individuazione e la mappatura dei siti contaminati nell’intera area agricola presa in esame. Sono raccolti tutti i dati relativi ai siti adibiti a discarica, autorizzati e non autorizzati, gli impianti di trattamento rifiuti e i siti di stoccaggio, le aree dove sono avvenuti incendi o interramenti di rifiuti e altre potenziali fonti di inquinamento come siti industriali e grandi vie di traffico. L’obiettivo è la realizzazione di una mappatura geografica per la classificazione dei terreni e della loro contaminazione, che tenga conto anche del loro attuale uso agricolo (il tipo di produzione) e di altri elementi che possono influenzare la mobilità dei contaminanti nel terreno, come le caratteristiche specifiche dei suoli e i dati meteo.
La Fase 2 consiste nell’individuare le classi dei contaminanti indice, ovvero quegli inquinanti che per concentrazioni rilevate e caratteristiche chimico-fisiche e tossicologiche sono considerati rappresentativi dello stato di contaminazione. Tra i principali, in questo caso, i metalli pesanti.

Con la Fase 3 si danno indicazioni per indagini da svolgere in futuro sulla mobilità e la biodisponibilità degli inquinanti (ovvero, in sostanza, la loro tendenza ad essere assorbiti dagli organismi viventi) e il loro grado di traslocazione e accumulo nelle “parti eduli” delle piante, cioè quelle che sono utilizzate a scopo alimentare. Ciò significa che, al momento, ai fini del calcolo del rischio nelle aree oggetto di studio, non disponiamo ancora di dati precisi a riguardo. Per la determinazione dell’accumulo dei contaminanti nei vegetali coltivati, il rapporto rimanda a indagini bibliografiche e sito-specifiche, che tengano conto anche delle caratteristiche dei suoli e delle condizioni climatiche. Ancora da effettuare risulta anche la “determinazione dei valori indicativi tollerabili dei diversi inquinanti non normati”. Gli autori precisano che “per molte sostanze chimiche non esistono ancora limiti legislativi di sicurezza, in quanto è ancora in itinere la valutazione tossicologica”. Di questi dovranno anche “essere definite le soglie di rischio legate al consumo”. Per quanto riguarda la valutazione tossicologica, sia acuta che cronica, dei diversi contaminanti e i livelli di assunzione tollerabile, si rimanda a studi sperimentali e ai livelli suggeriti da agenzie e organizzazioni nazionali e internazionali.
Anche la Fase 4 del modello è ancora da applicare sul campo. Essa propone la costruzione di un “indice di rischio per le colture e la catena alimentare”, relativo a ogni contaminante. L’indice è un’espressione del livello di tossicità, della mobilità e biodisponibilità e delle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche di ogni sostanza, nonché dei suoli e delle colture presenti. Si dovrebbero così determinare tre indici di rischio e si dà un esempio di applicazione di questo metodo nel caso del Piombo.
Nella Fase 5 si propone la “classificazione dei terreni ai fini dell’uso agricolo”, da cui emergerà poi, nelle conclusioni, quel “2%” che ha fatto tanto discutere. Questa percentuale si riferisce alla porzione di superficie agricola classificata sul totale di quella esaminata. Gli autori precisano, tuttavia, che l’individuazione di queste classi di rischio è “nelle more del completamento della legislazione del settore e [soprattutto, NdA] della raccolta di tutte le informazioni necessarie all’applicazione del modello scientifico. Posto che di due sottoclassi di rischio “minori”, 2c e 2d, deve ancora essere effettuato sia il calcolo del numero di siti interessati sia la corrispondente superficie totale. Tanto che la classificazione delle aree agricole proposta si basa unicamente sui valori di superamento delle CSC o dei valori di fondo (naturale o antropico). Non tiene ancora conto dei dati riguardanti il passaggio degli inquinanti indice nella catena alimentare e il loro impatto, quindi, più diretto sulle produzioni agricole, per quanto ci si possa attendere che in questo passaggio possa verificarsi un’attenuazione degli effetti della contaminazione sui bersagli (ambientali e umani).
Le Fasi 6 e 7 trattano degli interventi di bonifica da effettuare nei siti contaminati, sulla base delle indagini svolte a monte, e dei necessari controlli e monitoraggi. Nelle conclusioni finali del rapporto, l’applicazione del modello scientifico è subordinata all’”acquisizione di tutti i dati necessari”. Come detto, della relazione tecnica non è stata resa pubblica la versione integrale, ma solo una sintesi. Perciò presumiamo che di alcuni passaggi non siano forniti i dettagli completi. Per esempio, non è possibile leggere un elenco esaustivo di tutti i contaminanti indice e quando si accenna alle mappature effettuate nell’ambito del progetto MIAPI (Monitoraggio delle Aree Potenzialmente Inquinante), per l’individuazione dell’eventuale presenza di fusti sepolti, anche con contenuto radioattivo, non vengono riportati i risultati di tali indagini (che supponiamo essere, quindi, negativi). Comunque, il lavoro svolto appare corretto dal punto di vista scientifico, poiché prende in esame tutte le evidenze disponibili e assume un approccio cautelativo. Tuttavia, proprio per questa ragione, impugnare questo studio, costituito in buona parte da proposte di indici e metodi di indagine da applicare in futuro, per liquidare la vicenda della Terra dei Fuochi come una montatura, è del tutto strumentale. Il rapporto stesso non dà alcun giudizio in merito e non potrebbe essere altrimenti.
Del resto è ancora in corso anche il dibattito scientifico sulla vicenda. Il prof. Massimo Fagnano, uno degli autori della relazione, nel ribattere a Roberto Saviano, afferma che “l’inquinamento dei suoli pericoloso per la catena alimentare e per la salute umana non è il problema principale dell’area”. Ma ricorda anche che il rapporto si è occupato “solo del terreni destinati all’agricoltura (purtroppo non delle falde, non dei suoli urbani e industriali degradati, non dell’aria)”. Di questo si è occupato il gruppo di lavoro, cioè di fotografare solo una parte della realtà della Terra dei Fuochi, studiando un solo aspetto della contaminazione ambientale potenziale dell’intera area, come precisato dagli autori stessi nella premessa (“prendendo in considerazione soltanto la contaminazione dei suoli agricoli ai fini della sicurezza alimentare”). Ma ciò non è bastato a impedire che il dibattito sull’intera questione si focalizzasse su una percentuale “irrisoria” anche il rapporto, come detto, non dà alcuna indicazione su come si deve interpretare questo dato. Nella lettura di chi dice “la Terra dei fuochi è un inganno” quel 2% diventa il pretesto per gridare all’allarmismo ingiustificato, per scagliarsi contro la “narrazione apocalittica” che trarrebbe forza dalla psicosi popolare e dalle bugie dei pentiti. Eppure qui si parla di indagini ambientali, mappe e concentrazioni di inquinanti, non delle affermazioni, più o meno credibili di Carmine Schiavone o altri. Tra esagerazioni e negazioni c’è la realtà delle evidenze, che non autorizza alcuna “marcia indietro” nel giudizio sulla gravità dello stato di contaminazione nei comuni campani e casertani, soprattutto sull’urgenza degli interventi da attuare. Tuttavia, al di là della correttezza della metodologia proposta, c’è anche chi ritiene che nel rapporto siano assenti alcuni elementi che hanno a che fare proprio con l’impatto della contaminazione ambientale sull’attività agricola. Lacune che potrebbero sottostimare il rischio presente nell’intera area.
Quello che manca nello studio. Si tratta di un fenomeno molto più complesso, e i numeri – solo il 2% del territorio, in tutto 51 terreni – non convincono chi segue da anni il fenomeno. In cima alla lista degli scettici c’è innanzitutto chi in questi ultimi 18 mesi ha svolto una attenta e certosina attività di indagine nella cosiddetta Terra dei fuochi. Da questa attività sono venuti fuori i blitz, gli scavi, i sequestri, ma sono state avviate anche numerose indagini che sono ancora in corso. La legge 133 (la cosiddetta Legge sulla Terra dei Fuochi) dava alla Commissione interministeriale che ha svolto le indagini per la mappatura dei terreni agricoli inquinati la possibilità di acquisire agli atti dati ed analisi di terreni su cui c’era anche solo un’attività investigativa, a differenza della legislazione normale che prevedeva la possibilità di acquisizione solo dopo il terzo grado di giudizio. “La mole di dati che sono stati inviati alla Commissione interministeriale è stata davvero imponente”: a parlare con Fanpage sono fonti vicine agli inquirenti che manifestano lo stupore dei nuclei investigativi davanti ai dati finali dello studio del governo. Ma nonostante la grande mole di segnalazioni e dossier inviati alla commissione il risultato è stato deludente. “Nella mappa mancano dei terreni che sono esempi paradigmatici dell’opera di inquinamento criminale del territorio campano come i terreni limitrofi alla cava Monti nel comune di Maddaloni o i terreni in masseria Calabricitto ad Acerra”. Sono davvero due esempi del biocidio campano che sono fuori dalla mappa. A cava Monti a Maddaloni secondo l’Arpac sono stati sversati circa 200 mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Una attività resa devastante dal fatto che gli interramenti hanno “bucato la falda acquifera” che è emersa in superficie formando un lago. Un lago di veleni. Tutto intorno i campi vengono irrigati con i pozzi che prendono l’acqua proprio da quella falda. Ad Acerra invece tutti conosco la discarica dei Pellini in masseria Calabricitto. L’inchiesta contro la famiglia Pellini è finita con la prescrizione dei reati ai danni degli imprenditori che sversavano in discarica materiali che venivano descritti come compost ma che in realtà erano fanghi tossici. Sotto quell’invaso passa la falda acquifera e tutto intorno ci sono i campi coltivati ed irrigati con quell’acqua. Ma la delusione degli investigatori non è solo legato al risultato finale dell’analisi della commissione, ma anche all’assenza di indicazioni sul futuro. “Se domani sequestriamo un terreno, facciamo le analisi e dimostriamo che quel campo è inquinato, cosa succede? Diventa il cinquantaduesimo terreno oppure no? Questo nessuno ce l’ha fatto ancora capire”. Il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina in occasione del convegno promosso da Legambiente a Castelvolturno nel centro di formazione del Corpo Forestale poche settimane fa, si è detto pronto ad allungare la lista, ma dal punto di vista formale non ci sono indicazioni precise.

Fonte: fanpage.it

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