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martedì 11 dicembre 2012

Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. È la tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

di Enrico Galoppini
 
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Alcuni giorni fa, Domenico Scilipoti, parlamentare già dell’IdV e noto inizialmente per aver formato il Movimento di Responsabilità Nazionale a sostegno dell’ultima fase di un Governo Berlusconi colpito da “scandali” e “tradimenti”, è stato invitato ad una trasmissione de “La7” nella quale, in studio, sono ospiti fissi giornalisti della “autorevole” stampa estera.
Scilipoti, da un po’ di tempo, s’è fatto portavoce d’istanze sovraniste monetarie, culminate in un recente convegno presso la Camera dei Deputati, assieme al prof. Claudio Moffa, dedicato alla discussione di alcune proposte mirate alla restituzione della proprietà della moneta al popolo italiano.
Ma prima di procedere, invito a seguire con attenzione lo spezzone video della trasmissione in oggetto:http://www.youtube.com/watch?v=i3E2yxbW0Dg&feature=em-share_video_user

Ora, se uno non è completamente plagiato dai “media” e dalla mentalità che inducono, e se la sua capacità di discernimento non s’è ottenebrata del tutto, non faticherà a scorgere in quel che ha visto e ascoltato quanto segue.
Ma per prima cosa, una questione di “metodo”. Accettare l’invito in queste trasmissioni, sia “leggere”, sia “impegnate”, per parlare di questioni molto serie è completamente tempo perso. Gli autori, i conduttori e gli ospiti fissi di questi programmi – ammesso che lavorino “in autonomia” - preparano una situazione perfetta per screditare, di fronte ad un pubblico che conoscono bene come i proverbiali “polli”, l’invitato “scomodo” di turno. Ci sono mille sistemi: s’interrompe l’ospite mentre parla (meglio se sul più bello), si sminuisce, si travisa (“ma vuole tornare alla lira?”), si ridicolizza, si spaccia per assurda una cosa ragionevole (“ma come, un condono fiscale?”), si crea un clima non consono all’argomento trattato eccetera eccetera.

Molto meglio, quindi, se si ha qualcosa d’importante da dire, andare in mezzo alla gente, parlare faccia a faccia, ovunque si renda possibile, uscendo da quella parvenza di realtà che è la televisione: Grillo, questo, l’ha capito bene, proibendo ai suoi di partecipare a questi “salotti televisivi” e prediligendo le piazze. Molto più efficace il passa parola e il contatto reale che farsi infilare nel “panino” confezionato dagli ideatori di una trasmissione televisiva, destinata ad un pubblico per sua natura distratto e condizionabile al massimo grado.
Che cosa sono, altrimenti, situazioni come quella che avete potuto osservare e giudicare in quel breve filmato?
Si consideri l’atteggiamento di tutti i presenti in studio. Si studino bene le espressioni, le smorfie, le mosse, le battute, i toni… Dall’inizio alla fine è come se l’ospite fosse lì per esser messo alla berlina, esposto al pubblico ludibrio, per il semplice fatto di essere “strano” perché afferma cose “strane”. Sì, perché è proprio così grazie all’indottrinamento di massa: come per magia, agli occhi della massa inebetita e più o meno “acculturata”, tutti quelli che sollevano una questione che esula dall’ordinario tergiversare mediatico appaiono come degli individui “strani”, come dei “pazzi” che vengono a sovvertire il magnifico ordine costituito.


Cosa c’è di strano, mi chiedo, nel parlare della sovranità monetaria? Nel tentare d’introdurre presso un pubblico che non sia quello degli specialisti e di coloro che sono già informati una questione di così cruciale importanza per tutti? Anche se la massa non se ne rende conto (ma di cosa mai s’è resa conto?), dalla sovranità monetaria discende, né più né meno come afferma ad un certo punto Scilipoti, la soluzione di almeno l’80% dei problemi degli italiani (e di ogni altra nazione che affrontasse una volta per tutte tale questione).

Naturalmente stiamo parlando di “problemi materiali”, ma chi l’ha detto – e qui mi rivolgo a chi pensa che o si mette mano ai massimi sistemi o niente da fare - che quelli non contano? Pensano di campare d’aria? Anzi, siccome alla fin fine non esistono nella vita compartimenti stagni, sarà bene cominciare ad entrare nell’ordine d’idee che anche le faccende cosiddette “materiali” hanno delle ripercussioni sui piani “morale” e “spirituale”, sempre che tali “piani” esistano come realtà separate e distinte. La differenza, infatti, non è data dalle cose in sé, ma dall’atteggiamento, dall’attitudine con cui le si affronta. I soldi, perciò, non sono necessariamente “lo sterco del demonio”, ma possono trasformarsi, se solo ci sforzassimo di essere uomini e non le dantesche “pecore matte”, in uno strumento di “liberazione” di tutta una serie di potenzialità, affrancandoci, grazie ad una loro sana e naturale gestione (moneta popolare non gravata da debito), da una perenne rincorsa per procurarceli per poi ridarli indietro ai loro veri proprietari (di qualcuno pur saranno, no?) sotto forma di balzelli d’ogni tipo (come l’assurda ed inconcepibile IMU), mentre i più – poveri fessi - s’illudono che i “loro soldi” siano effettivamente di “loro proprietà”!

Invece no, non può essere così in un regime in cui la moneta, anziché essere dei cittadini, è delle banche private (che la massa ritiene “pubbliche”), le quali per di più non vengono sottoposte, grazie a “leggi” ad hoc, alla medesima tassazione asfissiante che tocca a tutte le altre imprese e ai privati cittadini, col pretesto del “debito pubblico” e del rischio che “i servizi” non possano più essere erogati (cosa del tutto falsa, perché se la moneta è di proprietà del popolo lo Stato può erogare tutti i servizi che vuole, ma adesso non può farlo perché deve indebitarsi, come fanno d’altra parte tutti gli enti pubblici, che infatti per non “fallire” s’indebitano sempre più, “tagliano” e svendono beni concreti ai privatissimi prestatori di danaro).

Intendiamoci, per affrontare con la famosa “gente” un tema così importante come quello della moneta e della relativa sovranità bisogna: 1) essere estremamente preparati, specialmente se ci si trova incalzati, in pubblico, da personaggi incaricati di ridicolizzare, spargere illazioni, intorbidire le acque, sviare il discorso ecc.; 2) parlare il più chiaro possibile e puntare dritti al cuore del problema, evitando di atteggiarsi a “professore”, ovviamente senza banalizzare fino al punto di stravolgere le cose. La famosa “gente” non aspetta altro che qualcuno parli un linguaggio comprensibile, ma i cosiddetti “esperti” ufficiali complicano appositamente ogni cosa per rivestire d’una nebbia ciò che è molto più semplice di quanto lo fanno sembrare.


Quindi, le fonti primarie per comprendere come funziona la “truffa monetaria” sono: quelle di autori che 1) sono fuori dalla “accademia”, poiché essa è incaricata di riprodurre il consenso verso l’attuale sistema finanziario, sia presso gli addetti ai lavori, sia presso chi crede di sapere tutto perché ascolta gli “esperti” delle “pagine economiche”; 2) non ricercano una visibilità, una celebrità a tutti i costi, e nemmeno una “cattedra”, ma sono mossi da un’insopprimibile tensione morale, che non può che derivare da un afflato religioso, più o meno cosciente.

Non a caso, Giacinto Auriti, che in Italia è stato il pioniere della lotta contro l’usurocrazia e il potere assoluto dei “signori del denaro”, era un cattolico, non di quelli “modernisti” tutto fumo e poco arrosto o “riformati” che, nella migliore tradizione americana, elevano preghiere affinché il loro conto in banca si rimpinzi sempre più. E, soprattutto, lui che era un “professore”, non disdegnava di parlare con nessuno, fino al più umile lavoratore; non come fanno gli “intellettuali” e la quasi totalità dei suoi colleghi, ben rinserrati nei loro fortilizi e schifati alla sola idea d’incontrare un “plebeo”. Inoltre Auriti aveva capito che l’unico modo per comparire in televisione e non farsi infinocchiare era quello di tenere dei veri e propri monologhi, come quelli andati in onda su un canale locale abruzzese, alla faccia dei benpensanti che ritengono indispensabile sempre un “confronto”: ma tra chi, tra un uomo preparato, cristallino e disinteressato, e un prezzolato, disonesto preoccupato solo di farsi una “posizione” e di compiacere il suo padrone? Ma di quale “confronto” parlano questi ipocriti? Un uomo può confrontarsi solo con un suo pari e non con una marionetta o un servo del potere. Se poi si seguono queste pionieristiche trasmissioni del compianto Auriti, si noterà che da casa giungevano telefonate in studio: quale trasmissione di qualsiasi canale nazionale in cui si trattano argomenti politici ed economici ammette l’intervento, senza filtri, del pubblico a casa? Un’altra dimostrazione che quest’uomo non temeva “l’imprevisto”, l’eventuale reazione ostile, perché alla fine il “nemico”, se davvero non è mosso da perfidia inguaribile o perché ha un qualche tornaconto nel tenere in piedi un sistema iniquo, è solo uno che non sa, e la cui avversità è dettata perciò da una pura e semplice ignoranza.

Ad un certo punto, però, uno potrebbe obiettare che se Scilipoti - così come l’avv. Marra, ospite di un’altra trasmissione in cui gli viene riservato analogo ‘trattamento di riguardo’ - viene chiamato in tv a parlare di faccende così “scomode”, ciò è la dimostrazione che in “democrazia” esiste un vero “pluralismo” delle opinioni ammesse e portate a conoscenza del pubblico. Ragioniamo un attimo, però. Quante volte, in proporzione a quelle in cui si discute di “casta”, cronaca nera, politica politicante (tipo le “primarie”) ed altre mille stupidaggini di nessun interesse collettivo (anche quando sembrano “importanti”), i telespettatori possono venire anche solo lambiti da temi d’importanza così cruciale per le loro vite come quello della proprietà della moneta? Si contano sulla punta delle dita. Quindi, il sospetto è che siccome Lorsignori (le tv sono di proprietà degli stessi “signori del denaro”) sanno benissimo che sempre più persone stanno accorgendosi della loro truffa, giochino d’anticipo (come stanno facendo con le “scie chimiche”), imbastendo queste finte occasioni di “confronto” e di “informazione” per cercare di tamponare la falla che s’è aperta nella loro barca.


Ma non ce la possono fare, anche se cantano vittoria. Ormai la loro barca fa acqua da tutte le parti. Per un semplice motivo: disconoscono la natura umana, che intendono piegare tramite i loro giochi di prestigio, ma che alla fine riemerge e pretende i suoi diritti. L’uomo, infatti, può raccontarsi tutte le favole che vuole, ma queste possono inebriarlo fintanto che le cose gli vanno bene, fornendogli una “giustificazione ideologica” e una “descrizione razionale” della realtà concreta che si trova a vivere. Detto in altri termini, gli uomini finché hanno la pancia piena e stanno al caldo non si lamentano, e sono pertanto disposti ad adottare qualsiasi “favola” per dire a se stessi di aver “compreso” il mondo in cui vivono.
L’uomo è fatto così: ha anche bisogno di una “narrazione coerente” della realtà in cui vive. Da cui, il “bisogno” delle “ideologie”. Ma quando si rende conto che non c’è più trippa per gatti, che l’inverno lo passerà all’addiaccio e che, insomma, anziché la chimerica “luce alla fine del tunnel della crisi” vista per certa dai soliti camerieri dell’usura, là in fondo c’è solo un enorme buco nero che inghiottirà i suoi beni e anche la sua vita, ebbene, a quel punto non è più disposto ad ascoltare le “favole”. Vuole la trippa e tanti saluti ai bei discorsi e alle “teorie”.
Lorsignori e i loro lustrascarpe hanno ben poco da ridere. Si stanno incartocciando in una logica inesorabile che li condurrà alla disfatta, anche se si presentano sicuri di sé, imbattibili e con la verità in tasca. È la tipica sbruffoneria di chi si considera superiore per ‘diritto divino’, di chi, a forza di disprezzare lo schiavo non si rende conto che quello non ha più l’anello al naso.

Quando si sentono troppo sicuri, commettono poi degli errori imperdonabili. Cosa può pensare in effetti un italiano che si sente dare del “disonesto” da uno straniero che per giunta viene qua a fare la bella vita impartendoci la “moralina”? Lo sappiamo bene come funziona tra italiani: è tutto un lamentarsi, ci diamo continuamente le martellate sui… ma se qualcun altro ci viene ad insultare, allora facciamo quadrato e mostriamo i pugni. È così, punto e basta, ed è un istinto sano, checché ne dicano pedagoghi, sociologi ed antropologi da strapazzo imbevuti d’una ideologia fallimentare destinata al pattume assieme alla teoria e alla pratica monetaria vigente.
Se siamo dei “ladri” lo stabiliamo noi, e soprattutto saremo noi italiani a chiarire chi è il vero ladro e chi, invece, schiacciato dai camerieri dell’usura, che “italiani” non sono più perché per loro l’idea di “patria” è solo un “patetico residuo del passato”, tenta solo di stare a galla e di dare da mangiare alla propria famiglia, mentre voi vi rimpinzate alla faccia nostra.

Da che pulpito proviene poi quest’ironia da quattro soldi, quest’abitudine a trattare da “pazzo” ogni italiano che dimostra un minimo di coraggio e di amor proprio! Sarà bene ricordare che le “oneste” Inghilterra, Francia, Olanda e Spagna, mettendo assieme le loro rapine ai danni del mondo intero, orchestrate dai grandi finanzieri che oggi rapinano anche noi, non sono nemmeno lontanamente paragonabili all’Italia e ai suoi “crimini”, che al confronto fanno la figura delle marachelle d’un mariuolo rispetto alla sistematica attività delinquenziale d’una banda di tagliagole. L’Italia, però, stante la sua sudditanza politica, militare, economica e, in specie, culturale, è costretta a fare continua ammenda e solenne promessa di non provare mai più ad essere “grande”. Figuriamoci riprendersi la sovranità monetaria per il bene di tutti!

Ma a loro, alle “grandi democrazie” di lungo corso, tutto è permesso: continuare a sfruttare intere popolazioni africane, asiatiche e latino-americane, ed anche i loro stessi “sudditi” (si pensi a che carne da macello è un “americano medio”), e poi venire qua a ridacchiare sul nostro conto, a sbeffeggiarci in casa nostra, come se non sapessero di trovarsi in una terra sotto occupazione e servaggio dal 1945. Condizione che, piuttosto che alimentare comportamenti virtuosi, “civili” ed educare ad un “carattere”, incoraggia tutte le viltà e gli istinti più bassi. Lo possiamo affermare con cognizione di causa, perché finché l’Italia è stata una nazione libera e sovrana i lavori pubblici, tanto per fare solo un esempio d’attualità, finivano in tempo (talvolta in anticipo), e alla fine è pure capitato che risultasse un avanzo di cassa rispetto alla previsione di spesa!

Perciò, se gli italiani sono “disonesti” (il che, allo stato attuale, non è solo un’illazione), lo sono a causa del malcostume e del menefreghismo indotti dalla mancanza di libertà, perché solo la condizione di uomini liberi a casa propria è di sprone ad impegnarsi per traguardi che travalicano il mero tornaconto personale. Come fa un italiano, in questa situazione di “morte della Patria”, ad agire disinteressatamente? Non è possibile, anzi, è una corsa al magna magna più esasperato, perché da un lato il “Badrone” manda avanti i più scaltri e servili (e, diciamocelo, i più scemi), dall’altro la “liberal-democrazia” – la forma politico-istituzionale impostaci – esprime solo individualità interessate al proprio orticello, che raccontano a pappagallo la favoletta dell’interesse generale risultante dalla sommatoria dei singoli interessi individuali soddisfatti.


In uno stato di servitù, qual è quello che a tutta vista non dev’esser chiaro a questi “autorevoli” commentatori della stampa estera, ci si riduce esattamente come quelle popolazioni delle “Repubbliche delle banane” del Centro America, o come quelle del cosiddetto “Terzo mondo” in cui la corruzione e il malaffare sembrano una malattia congenita, quando è risaputo che tutto dipende dall’esempio e dalla guida che ricevono dall’alto (infatti appena va al potere un personaggio imprevisto con le idee a posto, come Thomas Sankara in Burkina Faso, lo fanno subito fuori).

Che ridano, che sbeffeggino, che scatenino a ruota libera la loro funambolica parlantina e diano libero sfogo alle loro arti incantatorie (c’è chi, ad un certo punto del filmato, dice che l’aver cambiato gruppo parlamentare “non è democratico”: ma che significa???). Vogliono farci credere di essere dei “ladri” per convincerci che siamo dei falliti, ieri, oggi e domani, congenitamente incapaci di combinare qualcosa di buono, ma in realtà hanno paura di noi e di quello che può rappresentare un’Italia libera, sovrana e indipendente. Altrimenti non si prodigherebbero a tal punto nell’inondarci di propaganda e spazzatura mentale, trattenendoci nella morsa di oltre cento basi militari e nella camicia di forza della moneta-debito.

Sanno bene che la “crisi” non è una situazione passeggera, ma una condizione permanente preparataci appositamente, per ridurci in schiavitù. Cosa ci sia da ridere, lo sanno solo loro, quando si accorgeranno di aver passato la vita a tenere bordone ad un sistema iniquo e, più che altro, realizzeranno che pure loro sono delle pedine di un gioco che nemmeno immaginano, tanto sono felici, adesso, di sedere alla mensa del “Badrone”.
Credono di poter giochicchiare e cincischiare all’infinito confidando nelle loro capacità di “illusionisti”, ma non si accorgono che stanno facendo dei passi falsi. In giro, con la pancia vuota, monta rabbia ed insofferenza verso le “chiacchiere”, e, soprattutto, aumenta la voglia di capire e di sapere davvero chi, come e perché ci sta strangolando.

Ridete ancora per un po’…
Ci sarà ben poco da ridere quando gli italiani esploderanno e si libereranno dalle vostre catene.


Fonte: perchiunquehacompreso.blogspot.it - tratto da frontediliberazionedaibanchieri.it


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