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mercoledì 19 settembre 2012

Salvo Cannizzo, 36 anni, senza speranza per un tumore al cervello al fattoquotidiano.it aveva raccontato la sua battaglia per denunciare “la condizione di duemila militari in Italia, abbandonati dallo Stato, ammalati senza che gli venga riconosciuto lo stato di servizio”. Oggi i funerali a Catania
Al fattoquotidiano.it, poco meno di due mesi fa, raccontò la sua storia e ribadì la sua certezza: che lui e i suoi compagni in divisa sarebbero morti tutti a causa dell’uranio impoverito presente nelle bombe che gli americani avevano disseminato in Kosovo. E così è stato: il militare catanese Salvo Cannizzo, 36 anni, con una lunga esperienza sul fronte, è stato ucciso da un tumore al al cervello. Il soldato, che per un periodo aveva smesso di curarsi, aveva deciso di dedicare il tempo che gli rimaneva a denunciare “la condizione di duemila militari in Italia, abbandonati dallo Stato, ammalati senza che gli venga riconosciuto lo stato di servizio”. Aveva anche avviato uno sciopero della chemio, per vedere “se il ministero della Difesa ha il coraggio di lasciar morire me e gli altri duemila soldati italiani nelle mie condizioni”. Cure riprese per amore della famiglia. Anche se la rabbia che nutriva non si affievoliva mai al pensiero che “gli americani sapevano dei rischi dell’uranio, lasciando noi italiani nelle zone ad alto rischio: ho visto a Djakovica squadre trattare del semplice munizionamento con tute da “astronauti” e autorespiratori”.

Il sergente padre di tre bimbe, si era ammalato nel 2006, come altri cinque componenti della sua squadra, uno di quali già deceduto, e da tempo era costretto su una sedia a rotelle. Congedato nel 2011, dopo quattro missioni dal 1999 al 2001, percepiva, dopo una carriera di diciassette anni, unapensione di 769 euro al mese. Una miseria per lui che si riteneva vittima dell’uranio impoverito ‘assorbito’  appunto in Kosovo. Quando aveva scelto di interrompere temporaneamente le cure in quell’occasione aveva manifestato incatenandosi: “Non posso scegliere come vivere, però posso scegliere come morire”, spiegò. “A Pavia, dopo l’intervento a Milano, mi hanno dato sei mesi di vita, ma curandomi ho alcune possibilità di arrivare a tre anni. Ma chi ha i soldi per sostenere le chemio in Lombardia?”. 
Delle sue missioni ricordava bene l’ambiguità: “Erano chiamate di peace keeping: un giorno dovevamo mostrarci amici, il giorno dopo magari dovevamo disarmare una squadra dell’Uck” raccontava. Sulla guerra in Kosovo aveva un’opinione netta: “Dovevamo cacciare chi era da sempre in quei territori per far spazio ai nuovi arrivati. Una guerra ingiusta, nata solo perché una guerra gli americani dovevano farla”. Cannizzo non credeva nelle class action di militari reduci dalla guerra per ottenere il risarcimento contro i danni provocati, e mai riconosciuti, dall’uso di uranio impoverito: “So già che non ci pagheranno mai, moriremo tutti”. Oggi pomeriggio i funerali nella chiesa di San Leone a Catania. 
”Quella di Salvo Cannizzo è una storia emblematica che dimostra come lo Stato può essere sordo e insensibile anche di fronte a gesti estremi di protesta, nel tentativo di far sentire la propria voce, come quello dello sciopero della chemioterapia, messo in atto dall’ex militare nei mesi scorsi – dice il legale dell’Associazione Vittime Uranio Bruno Ciarmoli – . Ai suoi familiari vanno le nostre sentite condoglianze. Ci aspettiamo almeno adesso delle risposte concrete da parte degli organi competenti. A tal proposito dallo scorso luglio giace senza risposta alla Camera un’ interrogazione al ministro della Difesa Di Paola. Il minino che lo Stato possa fare è quello di garantire vicinanza e aiuto concreto alla famiglia di Salvo Cannizzo, costretto ad una pensione da fame. Vale la pena ricordare – conclude Ciarmoli – che in Italia sono oltre 200 i morti per possibile contaminazione da uranio impoverito e almeno 2500 i militari o ex militari gravemente ammalati, ma si tratta di dati parziali. E’ auspicabile che anche sulle dimensioni del fenomeno venga fatta la opportuna chiarezza”.


fonte: Il Fatto Quotidiano


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