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giovedì 16 agosto 2012
Un tuffo in un mare caraibico? Allora l’alto Tirreno in Italia, è l’ideale, almeno sulla carta. A Rosignano in provincia di Livorno il mare turchese e la sabbia bianca sono però uno degli effetti degli scarichi chimici. L’Agenzia ambientale Onu ha classificato questo tratto costiero come uno dei 15 più inquinanti d’Italia. Cielo, suolo, sottosuolo e mare brutalizzati per oltre un secolo dalla multinazionale Solvay con sede a Bruxelles. In questo angolo della Toscana, alle famigerate “spiagge bianche” - da Rosignano Marittima a Vado - è possibile tuffarsi in un “limpido” mare al mercurio. La gente accorre a frotte in un'area non balneabile: i cartelli stradali indicano proprio "spiagge bianche". C’è l’interrogazione parlamentare numero 4-08856 – indirizzata ai ministri dell’Ambiente, della Salute e di Grazia e Giustizia - che dal 30 settembre 2010, nonostante 15 solleciti - l’ultimo il 27 luglio 2012 - non ha ricevuto una risposta sia dal governo Berlusconi che dall’esecutivo Monti. Scrivono ben sei deputati: «nel mare sono presenti almeno 400 tonnellate di mercurio, come verbalizzato dalla conferenza di servizi nel luglio 2009, dato confermato anche dall'Arpa Toscana. Anche il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è stato coinvolto grazie all'Osservatorio istituito per verificare seSolvay rispettasse l’accordo di programma del 2003, che prevedeva alcune misure di ambientalizzazione: l'arresto dell'elettrolisi del mercurio, micidiale in quanto produce cloro e soda caustica; la riduzione degli scarichi solidi bianchi fino a 60 mila tonnellate l'anno».
“Tutto a posto”? - L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Toscana asserisce di tenere sotto monitoraggio la zona. Ma la situazione è davvero sotto controllo? L'Italia dei Valori ha portato il caso delle spiagge bianche in Regione. Da una parte un ecologista che vorrebbe chiuderle. Da un’altra il sindaco che lo accusa di allarmismo. Poi l’azienda che nega l'inquinamento. E ora l’Idv vuole vederci chiaro: diteci se le spiagge sono inquinate e, se è così, segnalatelo in modo che i bagnanti siano consapevoli dei rischi. Così l’Idv in Regione ha presentato un'interrogazione: «È impensabile - scrive il capogruppo Marta Gazzarri - che una zona ad alto rischio per la salute dei cittadini venga segnalata come luogo di balneazione. Dallo studio condotto nel 2010 da Ispels e Inail emerge che in Toscana si emette nelle acque ben il 42,8 per cento dell’arsenico riversato in Italia e che il massimo emettitore è la Solvay». Maurizio Marchi, di Medicina Democratica, ha spedito l’ennesimo esposto alla Procura della repubblica perché quel paradiso color bianco e turchese è «un luogo altamente inquinato, usato da Solvay per lo scarico di una quantità impressionante di sostanze tossiche». Il sindaco Alessandro Franchi minimizza. Perché «l’allarmismo non serve e i dati sulla balneabilità e sugli scarichi industriali sono in linea. Io non dico che l’acqua non sia inquinata, non ho gli strumenti per farlo. Devo attenermi a quanto mi certifica Arpat. E finora Arpat mi dice che è tutto sotto controllo». Allora, si rimane al divieto circoscritto alla foce del fosso bianco: 100 metri a nord e 100 a sud. Arpat replica che Solvay ha un’autorizzazione rilasciata dal ministero dell'ambiente il 6 agosto 2010 sottoposta a un controllo integrato annuale. Sui fanghi Solvay inoltre, è ancora aperta un'inchiesta avviata nel settembre 2009, dopo lo sforamento dei limiti accertato da Arpat.
Paradiso mortale - La Solvay, gettando in mare gli scarti di fabbrica, ha reso la zona di Rosignano-Vada in Toscana un luogo ai limiti della fantascienza. Il mare azzurro turchese e la spiaggia bianca candida richiamano un paesaggio tropicale e una visione paradisiaca che però nascondono un inferno malato: opera non di una divinità ma dell’uomo. È un paradiso artificiale che non può portare alcun beneficio a coloro che lo frequentano. La natura è stata infatti sottomessa dal profitto economico, che l’ha spremuta fino all’ultima goccia. Rosignano Solvay, cittadina in provincia di Livorno, porta il marchio di fabbrica nel nome (Solvay è un gruppo belga operante nel settore chimico, farmaceutico e delle materie plastiche). Secondo le testimonianze di chi vive in questa realtà, la gente sempre più spesso muore di cancro. I cartelli con scritto “Divieto di balneazione” sono stati rimossi di recente dai gestori degli stabilimenti balneari. La spiaggia e il mare - che sono stati insigniti addirittura di bandiera blu - attraggono numerosi turisti durante tutte le stagioni. Nel 2003 c’è stata una svolta nell’annosa questione degli scarichi a mare della Solvay e dei suoi enormi consumi di acqua dolce. Veniva stipulato un “Accordo di programma” tra istituzioni locali e multinazionale belga con tre obiettivi da raggiungere processualmente: a) ridurre del 70 per cento gli scarichi a mare; b) chiudere la vecchia elettrolisi a mercurio; c) diminuire i consumi di acqua dolce di 4 milioni di metri cubi l’anno. Il primo obiettivo veniva ottenuto, in parte, con un investimento pubblico-privato nella costruzione del depuratore Aretusa che avrebbe dovuto fornire a Solvay 4 milioni di acqua dai depuratori civili di Rosignano e Cecina, a fronte del minore emungimento dalle falde - ad opera di Solvay - di 2 milioni di metri cubi l’anno di acqua di pregio. Il secondo obiettivo si è raggiunto con la chiusura dell’elettrolisi nel dicembre 2007. Tutto il mercurio emesso fino a quel momento però è ancora in mare e nell’ambiente. D’altra parte, l’Accordo di programma non prevedeva la bonifica del sito inquinato evidentemente troppo onerosa per chi pensa solo ai quattrini.
Metalli pesanti - L’obiettivo della diminuzione del 70 per cento degli scarichi solidi entro la fine del 2007 non è stato rispettato. Pendono sulla Solvay una denuncia allaProcura della Repubblica di Livorno e un’indagine della Guardia di finanza, in quanto Solvay ha già ottenuto circa 30 milioni di euro per le misure di ambientalizzazione a fondo perduto dallo Stato. In relazione invece agli scarichi idrici, i problemi principali sono essenzialmente due: l’immissione in mare di fanghi, ovvero residui provenienti dai processi di lavorazione della soda, e la presenza di metalli pesanti bioaccumulabili come mercurio, arsenico, cadmio e cromo. Ulteriori criticità sono rappresentate dalle fughe di ammoniaca e dalla presenza di solventi organici o catalizzatori (chinoni) potenzialmente cancerogeni o mutageni. Per quanto concerne i fanghi, non si pongono problemi di tossicità. Tuttavia questi materiali venivano scaricati in quantità talmente rilevanti (circa 300mila tonnellate annue prima dell’Accordo di programma) da dare origine negli ultimi anni alle cosiddette “spiagge bianche”. Riguardo alla presenza di metalli pesanti assorbiti dai fanghi durante i processi di scarico, i problemi maggiori provengono dal mercurio: questo metallo, in parte arriva con il calcare estratto dalle colline metallifere e in parte deriva dal particolare processo d’elettrolisi adottato dalla società belga fino a giugno 2007. Tale processo è stato caratterizzato per diversi anni da forti perdite che hanno raggiunto anche 100 grammi per ogni tonnellata di cloro prodotta. La questione del mercurio negli scarichi è stata parzialmente risolta nell’ambito del già citato Accordo di programma, con il passaggio dalla tecnologia a mercurio a quella a membrana e con la conseguente eliminazione del mercurio dagli scarichi. Diciamo “parzialmente” perché poco o niente si può fare per il mercurio già scaricato, assorbito dai fanghi più antichi e accumulato nelle catene alimentari. I controlli effettuati da Arpat (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Toscana) presso lo scarico generale e riportati nella “Relazione semestrale sugli scarichi” (I e II semestre 2007) evidenziano che le concentrazioni riferite alla maggior parte di sostanze inquinanti presentano valori al di sotto della soglia stabilita dal Decreto legislativo 152/9929. Arpat, nel corso del 2007, ha eseguito anche controlli a piè d’impianto che sono risultati per la maggior parte entro i limiti di legge. È da sottolineare come i controlli effettuati da Arpat riguardino la concentrazione di determinate sostanze inquinanti nei campioni prelevati dallo scarico Solvay. Ciò che è rilevante ai fini della valutazione dell’impatto ambientale dello stabilimento tuttavia non è solo la concentrazione di una sostanza ma soprattutto la quantità totale scaricata in un certo periodo. Per ottenerla bisogna moltiplicare la concentrazione per la “portata”. Ma è proprio sull’entità della portata che si sono riscontrate divergenze tra i valori dichiarati da Solvay e quelli misurati dal Servizio idrografico della Regione che risultano maggiori. Infatti il rispetto dei limiti stabiliti dalla legge può essere facilmente aggirato pompando acqua pulita nello scarico, diluendo in questo modo gli inquinanti. Tali problematiche sono emerse anche a Rosignano.
Braccio di ferro - Negli anni Settanta, è iniziato il braccio di ferro tra Solvay e Comune. Da una parte, la società belga voleva far attuare il monitoraggio degli inquinanti in un punto di confluenza del fosso di scarico (Fosso bianco) con un altro fosso (Fosso Lupaio) che portava acqua con inevitabile abbattimento delle concentrazioni, in quanto contiene l’acqua della cosiddetta “salamoia esausta”, proveniente dall’elettrolisi dopo un processo di “demercurizzazione”. Dall’altra, il Comune voleva invece la separazione del monitoraggio dei due fossi al fine di permettere un reale controllo delle sostanze inquinanti alle rispettive foci. La questione - ad oggi - è ancora aperta, tant’è che i controlli di Arpat sono effettuati sul Fosso Bianco che contiene le acque di scarico del Fosso Lupaio. A Rosignano prosegue intanto indisturbata la produzione di clorometani, nocivi alla fascia di ozono. Nel 1989 a seguito dell’introduzione di norme internazionali più restrittive nei confronti della produzione di sostanze nocive alla fascia di ozono (Protocollo di Montreal e seguenti), Solvay chiuse l’impianto clorometani di Jemeppe in Belgio e potenziò quello di Rosignano. I clorometani, come i clorofluorocarburi, sono composti molto volatili e leggeri che riescono a raggiungere gli strati alti dell’atmosfera, e qui - scissi dalle radiazioni solari - liberano il cloro che distrugge l’ozono. Il rilascio di enormi quantità di sospensioni ha “sterilizzato” alcuni chilometri di costa, dove la vegetazione marina, la fauna bentonica e pelagica sono scomparse. Le concentrazioni dei solidi sospesi eccedono di molto i parametri previsti dalla legge fin dalla emanazione della Legge 319/’76. Praticamente da allora Solvay gode di un regime di deroga rispetto a questo parametro che viene rinnovato ogni quattro anni con delibera provinciale. La situazione va avanti così, in regime transitorio-stabile, da quasi trent’anni. Il rischio ambientale appare quindi nel complesso elevato, nonostante le autorità sanitarie e della protezione ambientale della zona tendano a minimizzare i pericoli. I tecnici Arpat hanno archiviato molte morie di pesci avvenute in questo tratto di mare con la formula: “morti per cause naturali”. Ma il settore della piccola pesca va ormai scomparendo decimato dal continuo riversamento degli scarichi in mare. Secondo le stime per difetto del Cnr di Pisa, nella sabbia bianca la Solvay ha scaricato 337 tonnellate di mercurio ed altri veleni: arsenico, cadmio, nickel, piombo, zinco, dicloroetano. L’elenco completo è stato pubblicato sul sito dell’Agenzia europea dell’Ambiente (www.eea.europa.eu/it). Più precisamente a Rosignano, secondo Legambiente, sono state 500 tonnellate di mercurio, presenti fino a 14 chilometri dalla battigia. Eppure sulla spiaggia, fatta eccezione per un’area di appena 50 metri intorno allo scarico della fabbrica, non c’è il divieto di balneazione.
Mappa del rischio - Indovinate un pò. Secondo i dati ufficiali dell’Ines (aggiornati però al 2005), il primato italiano spetta all’Ilva di Taranto con il 65 per cento del mercurio - in Italia - riversato nell’aria e nel mare della Puglia. E ancora? Le acque del porto di Marghera - dove opera la Syndial - presentano dei livelli di contaminazione da mercurio. Si stima che nelle acque adriatiche di Grado e Marano la Caffaro abbia gettato dal 1949 ai giorni nostri, ben 20 chilogrammi di mercurio al giorno. Un’emergenza sulla quale dal 2002 lavora un commissario straordinario incaricato dal governo e pagato dagli ignari contribuenti. Mercurio non bonificato anche a Bussi sul Tirino - stabilimento Solvay - in provincia di Pescara. E poi mercurio in libera uscita a Picinisco (eredi Zarelli) in provincia di Frosinone. L’inquinamento riguarda anche l’Altair Chimica a Volterra in provincia di Pisa e laPieve Vergonte a Tessenderlo in provincia di Vercelli. In Sardegna va anche peggio sotto il marchio Syndial: date un’occhiata a Porto Torres in provincia di Sassari e ad Assemini nel territorio di Cagliari. E sempre la Syndial a Priolo Gargallo in provincia di Siracusa ha scaricato in atmosfera e sui fondali marini migliaia di tonnellate di mercurio. Insomma, veleni in eredità alle giovani generazioni.
Solvay inquinamento, interrogazione parlamentare 2010
Gianni Lannes
fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it
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3 commenti:
Non toccate la Terra e i suoi figli!
http://www.evernote.com/shard/s207/sh/fc3205b1-e53b-4da5-86c3-6bfa1c2d1402/28bd17d2d8d2a500e5ff9124b386b6f2
MI DOMANDO COME SI POSSA ESSERE COSI' CIECHI DA NON ACCORGRSI DELLO SCEMPIO PERPETRATO ALL'AMBIENTE, DA ANNI, DALLO STABILIMENTO SOLVAY CON L'APPOGGIO DELLE ISTITUZIONI LOCALI E MI STUPISCO COME LA POPOLAZIONE CONTINUI A VOTARE QUESTI POLITICI SENZA SCRUPOLI
nonostante tutto anche quest'anno rosignano ha avuto la bandiera blu!!