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martedì 7 agosto 2012

La scoperta, "del tutto inattesa", è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista ed è frutto di uno studio statunitense sulle cellule del cancro alla prostata tesa ad accertare come mai queste ultime siano così difficili da eliminare nel corpo umano mentre sono estremamente facili da uccidere in laboratorio

La chemioterapia usata da decenni per combattere il cancro in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita e rende “immune” il tumore a ulteriori trattamenti. La scoperta, “del tutto inattesa”, è  stata pubblicata sulla rivista Nature ed è frutto di uno studio statunitense sulle cellule del cancro alla prostata tesa ad accertare come mai queste ultime siano così difficili da eliminare nel corpo umano mentre sono estremamente facili da uccidere in laboratorio. Sono stati analizzatigli effetti di un tipo di chemioterapia su tessuti raccolti da pazienti affetti da tumore alla prostata.
Sono state scoperte “evidenti danni nel Dna” nelle cellule sane intorno all’area colpita dal cancro.
Queste ultime producevano quantità maggiori della proteina WNT16B che favorisce la sopravvivenza delle cellule tumorali. La scoperta che “l’aumento della WNT16B … interagisce con le vicine cellule tumorali facendole crescere, propagare e, più importante di tutto, resistere ai successivi trattamenti anti-tumorali…era del tutto inattesa”, ha spiegato il co-autore della ricerca Peter Nelson del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle nello stato di Washington. La novità conferma tra l’altro un elemento noto da tempi tra gli oncologi: i tumori rispondono bene alle prime chemio salvo poi ricrescere rapidamente e sviluppando una resistenza maggiore ad ulteriori trattamenti chemioterapoci. Un dato dimostrato dalla percentuale di riproduzione delle cellule tumorali tra i vari trattamenti. “I nostri risultati indicano che il danno nelle cellule benigne puo direttamente contribuire a rafforzare la crescita ‘cinetica’ del cancro”, si legge nello studio che, hanno spiegato i ricercatori, ha trovato conferma anche nei tumori al seno e alle ovaie. Ma la scoperta potrebbe aprire la strada allo sviluppo di un trattamento che non produca questo dannoso effetto collaterale della chemioterapia: “Per esempio un anticorpo alla WNT16B, assunto durante alla chemio, potrebbe migliorane la risposa uccidendo più cellule tumorali. In alternativa si potrebbero ridurre le dosi della chemio”.


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1 commenti:

Dante Meletti ha detto...

Ovviamente il discorso è più ampio di quanto si possa pensare, ma qui hanno scoperto l'acqua calda, già dagli anni 90 ciò era risaputo, e attorno agli anni 2000 ampiamente dimostrato, e non da dei PINCO PALLINO qualsiasi, ma da famosi docenti di altrettanto famose università Americane e di altri stati; ma in Italia quello che conta è il business, e le grandi aziende farmaceutiche fanno miliardi con i prodotti "chemio", e si guardano bene dal divulgare sia gli effetti collaterali, e buona parte di questi sono devastanti (ovviamente dipende anche dal tipo di "chemio" somministrata) sia le vere percentuali di guarigione (e qui dipende dal tipo di tumore o cancro). Per chi vuole delucidazioni sul tema deve solo chiederlo, ritengo di avere una discreta documentazione ampiamente verificabile da mettere a disposizione.

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