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martedì 31 luglio 2012
Pianosa, bombe Usa.

di Gianni Lannes

Estate esplosiva nel Mare Adriatico, addirittura all’interno di un’area protetta. «Merde diable. Ci siamo immersi  all’isola di Pianosa per ammirare le praterie di Posidonia ma abbiamo sfiorato con mano un tappeto di bombe inesplose - raccontano visibilmente storditi Antoine e Jean, due subacquei francesi - Potevamo saltare in aria. Perché nessuno segnala questo grave pericolo?». Eppure le autorità italiane sono ben al corrente dal 1945. Ma è possibile che una riserva naturale marina con fondali cristallini e una varietà di flora e fauna unica nel Mediterraneo covi un arsenale esplosivo? Pianosa è la più remota dell’arcipelago delle Diomedee - da cui dista 12 miglia - ultimo lembo di suolo italiano prima del confine con le acque internazionali e poco oltre della Croazia, si staglia a 18 miglia dal Gargano. La minuscola e disabitata isola prende il nome dal suo inconfondibile aspetto pianeggiante.  Dal 14 luglio 1989 è zona A: il cuore delle Diomedee.
Ordigni proibiti - Numerosi involucri esplosivi inclusi quelli risalenti al recente conflitto nei Balcani perdono il loro micidiale contenuto, alterando l’habitat marino con gravi conseguenze ambientali e sanitarie. La scoperta è dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che ha censito una minima parte delle bombe Usa. «Le indagini hanno evidenziato un notevole stress per gli animali marini campionati - rivela Luigi Alcaro, ricercatore dell’Ispra - segni di sofferenza e alterazioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del Tnt disperso dalle bombe». Il Tnt - secondo la letteratura scientifica - è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e solforico. Numerose ricerche hanno dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a diversi livelli provocando epatite e anemia emolitica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Inoltre, il Tnt è stato qualificato a livello internazionale anche come potenziale agente cancerogeno.  Lo studio dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) datato maggio 2003, parla chiaro. Non a caso il rapporto è intitolato “Contaminanti rilasciati dalla corrosione di residuati bellici sui fondali dell’isola Pianosa”. Nonostante la gravità inaudita della situazione, l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro dalle autorità. Presso la Capitaneria di Porto di Manfredonia - in provincia di Foggia - nonostante la mancata collaborazione istituzionale, scoviamo un faldone impolverato. La cartellina contiene l’ordinanza numero 27, risalente al 18 ottobre 1972. Il documento, firmato dal tenente colonnelloMariano Salemme, rende noto che «Nella zona di mare circostante l’isola di Pianosa, per una profondità di metri 100, sono depositate su fondo marino un numero imprecisato di bombe aeree che rendono quella zona pericolosa alla navigazione, ancoraggio e sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e balneazione». Pertanto «Dalla data odierna fino a nuovo ordine, nella zona di mare sopra indicata per una profondità di mare di metri 500 (cinquecento) è vietata la navigazione, l’ancoraggio e la sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Strano. Il Portolano della navigazione non fa menzione degli ordigni e neppure le carte nautiche più aggiornate. Sull’isola e attorno ad essa è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’ambiente geofisico o delle caratteristiche biochimiche dell’acqua, nonché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, nonché sostanze tossiche o inquinanti» stabilisce il decreto interministeriale del 14 luglio 1989. Non è tutto. Sulla scogliera fa bella mostra un ordigno inesploso risalente alla guerra nei Balcani. Un esame più attento mostra al suolo tracce di deflagrazioni costituite da metallo fuso sulla roccia. Ma il Governo non interviene. L’unica risposta istituzionale risale al 14 ottobre 2005. L’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, si limita ad ammettere «il rinvenimento di un numero imprecisato di ordigni bellici risalenti alla seconda guerra mondiale» ma non predispone la bonifica dei fondali. C’è un rischio effettivo in quest’area dal pregevole e fragile habitat, scarsamente controllata dalla guardia costiera? «Nelle acque di Pianosa operano abitualmente pescatori di frodo e in prossimità dell’isola transitano petroliere e spesso gettano l’ancora natanti fuoribordo, circostanze che rendono possibile l’esplosione degli ordigni una volta che essi venissero a contatto con gli scafi» attesta l’interrogazione parlamentare (4-10469) indirizzata il 13 luglio 2004, da Mauro Bulgarelli ai ministri dell’Ambiente e della Difesa. Il deputato dei Verdi aveva chiesto inoltre: «quali iniziative si intendano adottare per rimuovere nel più breve tempo possibile gli ordigni giacenti sui fondali, fonti di gravissimo pericolo per l’ecosistema, per la navigazione e la salute delle popolazioni dell’arcipelago delle Tremiti?». 
Pianosa, bombe Usa.
Inquinatori in divisa - Chi ha bombardato l’isola ad un soffio dal Gargano? Una scomoda e dimenticata inchiesta della Marina militare italiana ha accertato la responsabilità degli Stati Uniti d’America. «Ci sono anche bombe non convenzionali, all’iprite e al fosforo, proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925. E’ un retaggio dell’ultimo conflitto mondiale: l’isola servì agli Alleati quale campo di addestramento. L’Us Air Force peraltro distrusse il faro, i pozzi e i rifugi dei pescatori» rivela l’anziano Raffaele Occhionero, testimone oculare dell’evento in veste di interprete presso il comando anglo-americano di stanza a Manfredonia. Una nota del capitano di fregata Domenico Picone - datata 13 gennaio 1996 - comprova: «sui fondali dello specchio di mare circostante l’Isola di Pianosa, che è classificata “zona di riserva integrale” della Riserva marina Isole Tremiti, in una fascia ampia circa cento metri dalla costa stessa, sono state a suo tempo identificate n. 48 bombe d’aereo (oltre alla probabile esistenza di altre nascoste dalla vegetazione) risalenti alla 2ª guerra mondiale». L’alto ufficiale insisteva: «Lo scrivente ha più volte interessato vari Organismi della Marina Militare, nonché il Ministero dei Trasporti e della Navigazione per la rimozione dei suddetti ordigni bellici sia lo scopo di eliminare lo stato di potenziale pericolosità per la pubblica incolumità, sia al fine di rendere fruibili gli specchi acquei dell’isola di Pianosa». Le più alte sfere dello Stato giocano ancora allo scaricabarile? Che senso ha salvaguardare un ambiente se non si elimina una pericolosa insidia?  In realtà, qualcuno ha tentato di porvi rimedio. Il 22 giugno ’95 Domenico Picone, comandante della Guardia costiera sipontina, interpellava i superiori: «Si prega di far conoscere le proprie determinazioni in ordine agli ordigni bellici che rivestono notevole rilievo ai fini della salvaguardia della pubblica incolumità». Il direttore generale del ministero dei Trasporti e della Navigazione replicava il 19 settembre dello stesso anno: «Sembrano sussistere i presupposti necessari per l’intervento della Marina Militare in quanto è stata accertata la presenza di ordigni esplosivi che possono pregiudicare l’incolumità della vita umana in mare ed essere pericolosi per la navigazione». Tre mesi più tardi, il 18 dicembre, il contrammiraglio Sirio Pianigiani, innestava la marcia indietro tutta, a nome dello Stato Maggiore: «La Marina Militare interviene solo a titolo di concorso ed allorquando gli Enti richiedenti assumono formalmente gli oneri di spesa. L’inizio delle operazioni di bonifica potrà avvenire solo allorquando saranno note l’assunzione degli oneri di spesa e l’avvenuta disponibilità dei fondi necessari da parte dell’Amministrazione civile interessata». Strano. La bonifica di ordigni esplosivi è stata sempre effettuata, a partire dal 18 settembre 1963, dai nuclei Sdai della Marina militare. Non sarebbe il caso di applicare il principio di chi inquina paga?  Magari i responsabili potrebbero essere indotti dallo Stato italiano a farsi carico dei danni sociali ed ambientali prodotti, causati dall’affondamento indiscriminato di questi ordigni bellici e della loro lunga permanenza in un habitat marino che tutto il mondo ci invidia.
Carrette fantasma - La sorpresa è in agguato: non esistono più le boe di segnalazione ai naviganti, ma abbondano i rifiuti, soprattutto grosse chiazze di bitume e plastica in abbondanza. «A circa 30 metri dalla costa esiste il relitto affiorante della motonave PANAYIOTA» segnala attualmente il Portolano del Mediterraneo. Infatti, sui fondali a ridosso di questo isolotto disabitato giace una nave battente bandiera cipriota. Ed emerge lo spettro rugginoso di prua, rosicchiato dai flutti. L’autoaffondamento risale alla notte dell’11 marzo 1986, quando l’imbarcazione urtò contro gli scogli. Il mercantile custodiva nella stiva ben 695 tonnellate di fertilizzanti chimici, ed inoltre, 211 fusti metallici di rifiuti tossici. Il 5 marzo di quell’anno la Panayiota che aveva già cambiato identità e nazionalità - NOUNAK, poiVOSSO - salpa da Alessandria d’Egitto diretta a Sitia, in Grecia. Sei giorni più tardi si materializza al largo del Gargano. Il comandante Mikail Divaris viene interrogato dal sottotenente di vascello Corrado Gamberini e racconta: «Superato Vieste abbiamo cambiato rotta dirigendo verso Ancona. Dopo mezz’ora di navigazione il radar si è guastato. Intorno alle 11 e 15 la nave ha urtato con la prua sugli scogli dell’isola di Pianosa». La visibilità quella notte è di oltre due miglia sul mare forza 3 col vento che spira da Sud. In sostanza, consente di schivare persino un peschereccio. Il mercantile procede a una velocità di 8 nodi e mezzo sulla rotta 303: radiogoniometro, scandaglio ultrasonoro, pilota automatico, bussole magnetiche e registratore di rotta funzionano. Soltanto dopo l’inverosimile impatto il capitano ateniese lancia l’Sos. Risponde prontamente la motonave EL GRECO che raccoglie gli 8 uomini d’equipaggio: 4 egiziani, 2 greci, 1 cileno e 1 tunisino. All’atto del sinistro il Divaris non effettua i rilevamenti geofisici, non controlla la condizione del carico e l’entità dei danni subiti dalla nave; non tenta neppure di disincagliarla. Alle ore 14 del 12 marzo, giunge a Pianosa la motovedetta Cp 2012. Un lezzo insopportabile investe i guardiacoste: a sprigionarlo è il carico. Il giornale nautico del moto-rimorchiatore POSSENTE - che tenta per 8 giorni di disincagliare lo scafo - parla chiaro: «Per la preoccupazione di inquinamento iniziamo a trasbordare per quanto possibile il bunker esistente a bordo. Il direttore di macchina riesce ad aspirare con pompetta a mano sia pure stentatamente per l’impossibilità di accedere ai depositi, circa sette tonnellate di combustibile». A questo punto inizia il tira e molla tra le autorità italiane e l’armatore greco Emanuel Tamiolakis, titolare a Limassol della Navigation Limited che si rifiuta di rimuovere la carretta di fabbricazione norvegese. La società temporeggia chiamando in causa lo Stato italiano, ancorandosi alla falsa circostanza che l’11 marzo il faro di Pianosa era spento. La situazione ambientale precipita, tant’è che Giuseppe Ciulli, comandante della Capitaneria di Manfredonia invia il seguente dispaccio all’Ispettorato centrale per la difesa del mare: «Organi sanitari nazionali hanno dichiarato sussistere imminente pericolo inquinamento». L’ente statale non interviene. Il 12 agosto Fernando Mengoni, medico dell’Usl FG/4 approda a Pianosa e denuncia nero su bianco: «La stiva della nave risulta aperta: la parte del carico visibile all’ispezione risulta essere formata da una fanghiglia fortemente maleodorante di color nocciola, con vaste zone schiumose ed in evidente stato di fermentazione e putrefazione». Il 14 ottobre il direttore generale del ministero della Marina Mercantile si avvede del disastro: «Permane nella zona una situazione che può rivelarsi compromissoria per l’ambiente e per il paesaggio». Il dicastero tuttavia non interviene. L’ordinanza di sgombero numero 21/86 promulgata il 27 novembre 1986 dal comune delle Isole Tremiti cade nel vuoto. A distanza di anni emerge una verità imbarazzante: l’incidente è stato deliberato per intascare il premio assicurativo stipulato con l’Ocean Marine Club di Londra.  La perlustrazione subacquea a Pianosa ha rivelato la presenza di altre due relitti velenosi. Ma questa è un’altra storia insabbiata dallo Stato tricolore, grazie alla connivenza della Marina militare italiana.
Riserva di carta - L’isola di Pianosa coi suoi 11 ettari e mezzo di superficie presenta uno sviluppo di costa pari quasi a un miglio marino: ha una lunghezza di 700 metri, una larghezza massima di 250 e un’altezza di 15. A Nord, dove è sistemato il faro ricostruito nel 1948 (la sua funzionalità è stata recentemente sostituita da un orrido traliccio metallico), ci sono fondali frastagliati e a picco, mentre a Sud una secca si estende per circa cento metri verso il largo. Nell’interno, alla Punta di Ponente esiste un laghetto di circa 25 metri di diametro, profondo fino a 8 metri (a seconda delle maree) in comunicazione sotterranea con il mare. Nella cala del Grottone, un ipogeo subacqueo - abitato da cernie laureate e aragoste - si apre dal basso fondale per penetrare nelle viscere dell’isola. I suoi fondali sono ricchi anche di frammenti di ceramiche di anfore romane. Anticamente era frequentata dai dalmati nei periodi di pesca delle sarde ed aragoste.

Ordinanza numero 27, risalente al 18 ottobre 1972. 
Isola.

Italia, nave veleni affondata Pianosa isola.

Pianosa, perlustrazione.

Pianosa, mappa.



fonte: sulatestagiannilannes.blogspot.it



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