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martedì 24 aprile 2012

È in pericolo la salute degli italiani. Mentre aumentano i fattori di rischio, diminuisce infatti la risposta dei servizi pubblici e le Regioni risparmiano sulla prevenzione. A lanciare l’allarme è il "Rapporto Osservasalute 2011" del Policlinico Gemelli.

È un quadro molto preoccupante quello fotografato dalla IX edizione del Rapporto Osservasalute. Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane” elaborato da 175 ricercatori dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane del Policlinico Universitario Agostino Gemelli e presentato stamani a Roma.
La salute degli italiani, infatti, si trova ora più che mai sotto il fuoco incrociato della crisi economica e, sebbene gli effetti di questa congiuntura negativa si rendano manifesti con una certa latenza di tempo, salta già agli occhi come gli italiani, pressati dalle restrizioni economiche, comincino a risparmiare su azioni preventive di base quali una sana alimentazione e lo sport. Si rinuncia per esempio a frutta e verdura, che diventa un lusso per pochi (per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate/giorno - 4,8% contro il 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008; a mangiarne di più sono coloro che spesso consumano i pasti a mensa che si conferma come luogo maggiormente associato al consumo di verdure, frutta e ortaggi).

Gli italiani, se costretti a fare economia, tagliano dove possono e cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all’incertezza; sempre più spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro e a tener testa a tutti gli impegni sempre più stringenti.

Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi (l’uso di antidepressivi è cresciuto di oltre quattro volte in una decade, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010), come effetto anche di un disagio diffuso dilagante, scatenato dalle difficoltà socio-economiche.

Numerosi studi dimostrano che l’impatto sulla salute di una crisi economico-finanziaria, quale quella che stiamo vivendo a livello globale, è forte: potrebbe portare a un incremento dei suicidi (i dati mostrano anche per l’Italia un aumento del numero di suicidi tra il 2006, quando i casi registrati erano 3.607 e il 2008, che si chiude con 3.799 casi) e delle morti correlate all’uso/abuso di bevande alcoliche e droghe.

Nondimeno, la salute degli italiani resta tutto sommato ancora buona grazie alla “rendita” a loro disposizione, merito, per esempio, della tradizione della dieta mediterranea. Ma, come tutte le rendite non ben gestite, rischia di erodersi rapidamente: gli italiani sono, infatti, sempre più grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti è in eccesso ponderale, contro il 45,4% del 2009), anziani (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e colpiti da malattie croniche.

Per di più le scelte in ambito di politica sanitaria rischiano di peggiorare le cose: “Le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria - ha dichiarato Walter Ricciardi, direttore di Osservasalute e dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma - hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012; all’introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilità, infanzia, e altri aspetti che vanno poi a incidere sulla nostra salute”.

Peraltro, sottolineano i ricercatori, “i tagli non riducono l’inappropriatezza di molti interventi sanitari (quindi gli sprechi), né migliorano la qualità delle cure, anzi appesantiscono ancor più le liste di attesa”.

Nel triennio 2007-2010 l’effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando però un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%. E nel futuro sarà sempre peggio: è stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici, che presumibilmente il Ssn avrà a disposizione.

Le evidenze epidemiologiche dimostrano, invece, la necessità di rafforzare (o almeno non tagliare) le politiche per la salute poiché i tagli potrebbero innescare un aumento di spesa socio-sanitaria a carico delle famiglie col pericolo di aumentare quelle a rischio povertà (oggi il 7,6% di esse), a fronte di una quota di oltre il 15,5% di povertà accertata assoluta/relativa.

“Partito 150 anni fa da una situazione di assoluta retroguardia rispetto al contesto Europeo, oggi il Paese mostra ottime posizioni a livello internazionale per sopravvivenza, nutrizione e protezione per il rischio della salute, mentre è ancora indietro per quanto riguarda le diseguaglianze sociali, con sempre più profonde differenze Nord-Sud”, ha spiegato ancora Ricciardi. Che sottolinea quindi come sia “importante che i rilevanti progressi acquisiti in questi anni siano tutelati, per permettere a tutti i nostri cittadini di vivere in uno stato ottimale di salute e godere di pari opportunità di assistenza. Le diseguaglianze registrate da Osservasalute rischiano di accentuarsi, specie nell’attuale situazione socio-economica, anche considerando che l’impatto della crisi sull’assistenza sanitaria è stato finora fortemente indirizzato all’accelerazione di misure correttive già in essere – spesso incentrate sulla logica dei tagli orizzontali più che di riduzione degli sprechi”.

Secondo Eugenio Anessi Pessina, docente di Economia Aziendale e Public Management presso l'Università Cattolica, i dati a disposizione paiono comunque confermare una certa efficacia delle iniziative di contenimento della spesa,: il 2010 si è caratterizzato per una crescita molto contenuta della spesa pubblica pro capite (+0,66%), che mantiene l’Italia al di sotto della media UE-15 sia in termini pro capite, sia (malgrado l’incapacità di crescere dell’economia italiana) in rapporto al PIL; i disavanzi permangono, ma sono ormai ridotti a livelli molto circoscritti, almeno in termini di valori medi nazionali (nel 2010, circa 39 euro pro capite, pari a 2% del finanziamento e 0,15% del PIL). Tutto ciò, secondo l’esperto, riflette e sintetizza un profondo mutamento negli atteggiamenti delle aziende rispetto ai vincoli economico-finanziari: se in passato i vincoli venivano spesso giudicati irrealistici e non incidevano sugli effettivi comportamenti aziendali, generando circoli viziosi di generazione e copertura dei disavanzi, oggi gli stessi vincoli sono giudicati pienamente credibili e condizionano fortemente le scelte gestionali.

Sotto il profilo degli equilibri economici di breve periodo, l’unico elemento di forte preoccupazione è la differenziazione interregionale, con tre regioni (Lazio, Campania e Sicilia) che da sole hanno prodotto il 69% sia del disavanzo 2010, sia del disavanzo cumulato 2001-2010. L’identità tra il dato puntuale 2010 e quello cumulato del decennio, tra l’altro, riflette in modo molto efficace la natura strutturale delle criticità istituzionali, organizzative e gestionali di queste tre regioni, sebbene il dato puntuale 2010 del loro disavanzo complessivo (1,6 miliardi di euro) sia ben al di sotto del massimo storico di 4 miliardi raggiunto nel 2005 e sebbene la spesa sanitaria pubblica pro capite di Lazio e Campania si sia ridotta, nel 2010, dell'1,75%.
“Alcune criticità significative si riscontrano anche sotto il profilo finanziario, come testimoniano i lunghi tempi di pagamento ai fornitori”, ha sottolineato Anessi Pessina.

Ma se per i medical device il fenomeno dei ritardati pagamenti si associa ad una crescita della spesa (in media il 7% in più ogni anno negli ultimi 10 anni), ha precisato Americo Cicchetti, Direttore dell’Altems, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il comparto farmaceutico i ritardati pagamenti si associano ad una crescita (2,8% all’anno negli ultimi 10 anni, per la convenzionata) inferiore rispetto a quella media del SSN che è stata pari al 4,45% all’anno nell’ultimo decennio (2001-2010). Ad ogni modo questo fenomeno, purtroppo, contribuisce a deprimere la ripresa economica in relazione agli effetti negativi che comporta.

La questione più critica, però, concerne gli impatti sull'equità, principio fondante del Servizio Sanitario Nazionale. Già in tempi relativamente floridi l’equità era passata in secondo piano rispetto al binomio “efficacia-efficienza”; ora, a maggior ragione, è messa a rischio dalla necessità di “tagliare la spesa”.

Particolarmente critiche, per Cicchetti, sono le prospettive per l'equità intergenerazionale, per effetto sia del sostanziale blocco degli investimenti (cui contribuisce anche la frequente incapacità di spendere bene i limitati fondi disponibili), sia dell’impatto che le iniziative di risparmio e razionalizzazione potrebbero avere sullo stato di salute dei cittadini. In linea di principio, naturalmente, tali iniziative dovrebbero identificare ed incidere su situazioni di inefficienza, quindi salvaguardare gli attuali livelli di servizio. Laddove il contenimento dei costi sia ottenuto riducendo i servizi offerti, invece, si potrebbe generare un impatto negativo di medio periodo sulle condizioni di salute della popolazione, con gravi conseguenze negative anche sul piano economico. “Naturalmente, il rischio è più accentuato nelle Regioni assoggettate a Piano di Rientro, dove le iniziative di contenimento dei costi sono state più intense”.




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