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lunedì 19 marzo 2012
Un po' di notizie da Costa D'Avorio, Bolivia, Messico, Madagascar, Haiti, Sudan, Myanmar, Camerun, provenienti dal sito della Misna (Missionary International Service News Agency)
COSTA D'AVORIO VITTIME E VIOLAZIONI DIRITTI UMANI, LA ‘LIDHO’ DENUNCIA
“L’insicurezza permanente e le ripetute violazioni dei diritti umani da parte di uomini armati rimangono un problema molto preoccupante su scala nazionale. Urgono provvedimenti seri per risolvere alla radice la piaga dell’insicurezza, che ogni giorno miete troppe vittime. E’ inammissibile che le forze addette alla sicurezza dei cittadini siano le prime a macchiarsi di crimini”: è quanto denunciato alla MISNA da René Hokou Legre, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidho), nel giorno in cui l’organizzazione internazionale ‘Human Rights Watch’ (Hrw) pubblica un rapporto sulla situazione che prevale a Bouaké (nord), città feudo dell’ex ribellione delle Forze nuove (Fn).“Agenti della Lidho sono stati dispiegati sul posto per accertare la veridicità delle denunce. E’ fuori da ogni dubbio che a Bouaké chi detiene le armi stia esercitando una forte pressione sulla popolazione” aggiunge il difensore dei diritti umani. Secondo l’interlocutore della MISNA responsabili delle violenze e violazioni sono soprattutto ex ribelli delle Fn che durante la crisi elettorale dell’anno scorso sono andati fino a Abidjan, in sostegno del presidente Alassane Dramane Ouattara, teatro di una battaglia che ha portato all’arresto dell’ex capo di stato Laurent Gbagbo. “Questi ex ribelli hanno causato troppi problemi nella capitale e nel sud del paese. Negli ultimi mesi sono stati riportati a nord, in particolare nel feudo dell’ex ribellione. Non avendo ricevuto le indennità promesse loro per l’intervento svolto si servono direttamente, come si dice da queste parti, sottoponendo la popolazione al racket” sottolinea Hokou Legre.
Bouaké, seconda città del paese, era ‘caduta’ sotto il controllo del movimento ribelle in lotta, a partire da settembre 2002, contro il potere centrale di Gbagbo: una crisi politico-militare, durata fino al 2007, che ha diviso la Costa d’Avorio in due aree di influenza. “Nonostante sforzi intrapresi dalla nuova amministrazione per ridispiegare nelle regioni centro, nord e ovest, agenti dello Stato, civili come militari, la strada è ancora lunga per un totale ritorno alla normalità. L’eredità della precedente crisi è ancora pesante, soprattutto in vite umane” dice il presidente della Lidho.
Il rapporto stilato da ‘Human Rights Watch’ riferisce di almeno 22 persone uccise a Bouaké e dintorni dallo scorso dicembre in violenze attribuite a “giovani volontari armati durante la crisi elettorale e che oggi ancora gravitano attorno alle Forze repubblicane di Costa d’Avorio (Frci, esercito regolare)”. L’organizzazione internazionale, che stima il numero di reclute ex ribelli in 40.000 elementi, chiede al governo di procedere al loro disarmo e di porre fine all’impunità.
“I fatti di Bouaké come quelli che si sono verificati negli ultimi mesi a Vavoua (centro) o a Abobo (quartiere di Abidjan) sono emblematici di un problema di fondo che va affrontato e risolto una volta per tutte. Gli ivoriani sono stanchi di sentirsi dire che bisogna avere pazienza quando ogni giorno si registrano vittime e i colpevoli non vengono puniti. Sono pratiche che stanno ipotecando il difficile processo di riconciliazione nazionale e rischiano di generare vendette e risentimento” avverte Hokou Legre. A nome della ‘Lega ivoriana dei diritti umani’ invita il governo a trovare con urgenza soluzioni adeguate e giuste: “Responsabili delle violenze, come detto inizialmente dalle autorità, non sono soltanto uomini pro-Gbagbo, ma anche quelli vicini al nuovo potere. Entrambi vanno arrestati e processati se si vuole scrivere una nuova pagina della storia del nostro paese” conclude l’interlocutore della MISNA.
fonte: misna
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BOLIVIA IL ‘GRANO SACRO DEGLI INCAS’ RIACCENDE CONFLITTO TERRITORIALE
Le autorità di Coroma (nel dipartimento sud-occidentale di Potosí) e Quillacas (nel dipartimento centro-occidentale di Oruro) hanno accettato di avviare un dialogo dopo giorni di tensioni sfociati in scontri tra ‘campesinos’ in quella che alcune fonti di stampa boliviane hanno ribattezzato la ‘guerra della quinoa’ (o ‘quinua’), alimento base delle popolazioni andine detto anche ‘grano d’oro’ o ‘grano sacro degli Incas’, oggi sempre più diffuso su scala mondiale.
La disputa sulla proprietà di una appezzamento appena seminato a quinoa ha provocato 30 feriti tra i contadini delle due località confinanti, due in modo grave per maneggio di dinamite, e danni ancora non stimati per la produzione agricola, riaccendendo un annoso conflitto territoriale.
Storicamente non c’è mai stata una delimitazione effettiva tra i due comuni che condividono terre considerate tra le migliori in tutto il paese per la quinoa, vegetale ricco di proteine e aminoacidi essenziali, oltre che privo di glutine, elementi che ne spiegano la crescente diffusione planetaria anche grazie al commercio equo e solidale.
Se i ‘campesinos’ di Coroma hanno accusato i vicini di Quillacas di aver invaso con un trattore il loro territorio, questi ultimi hanno a loro volta denunciato aggressioni contro i loro contadini. Al momento, riferisce il quotidiano ‘Los Tiempos’, sono in corso trattative per tentare di risolvere la disputa, a cui, a detta del ministro delle Autonomie Claudia Peña, ha contribuito anche l’elevato prezzo della quinoa sui mercati internazionali, pari a 2800 dollari a tonnellata contro i 1000 di appena cinque anni fa, secondo dati dell’Associazione nazionale dei produttori.
fonte: Misna
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MESSICO, SICCITÀ ED ESCLUSIONE PER GLI INDIGENI RARÁMURI

Continua a non piovere nella Sierra Tarahumara, nel nord-ovest del Messico, dove a gennaio la grave siccità registrata in tutto il paese colpiva con durezza decine di migliaia di indigeni Rarámuri e gli ospedali registravano numerosi casi di denutrizione. Gli aiuti arrivati dal governo centrale hanno mitigato l’emergenza alimentare ma le organizzazioni umanitarie che lavorano sul territorio sono tornate in questi giorni a riportare l’attenzione su una crisi tutt’altro che risolta. “Se la tua casa va in fiamme, devi spegnere l’incendio. Ma se succede ogni anno c’è da chiedersi il perché e adoperarsi per prevenirlo. Il problema alimentare non è una novità ma questa siccità atipica l’ha aggravato” ha detto il sacerdote gesuita Javier Ávila, presidente della Commissione di solidarietà e diritti umani di Creel, 6000 anime e cuore commerciale della Sierra, contattato dal quotidiano spagnolo ‘El País’.
Al di là degli sporadici aiuti, sono necessarie misure a lungo termine: combattere l’erosione del suolo, pulire i boschi per evitare gli incendi, adottare sistemi per raccogliere e conservare l’acqua piovana – si stima che il 95% delle precipitazioni vada perduto – conservare l’ambiente.
I Rarámuri – termine traducibile in “popolo dai piedi leggeri” – sono la principale etnia della Sierra dove conservano usi e costumi tradizionali dedicandosi all’agricoltura, la pastorizia e la caccia. Sono chiamati anche Tarahumara, versione in spagnolo del nome originale. Secondo un rapporto del 2010 del Programma dell’Onu per lo sviluppo (Undp), l’indice di sviluppo umano di alcuni comuni della regione è inferiore a quello del Niger, il paese meno sviluppato al mondo.
In tempo elettorale – presidenziali e legislative in calendario il 1° luglio – si risolleva l’attenzione dei media e dei politici sui Rarámuri, ma padre Ávila è critico: “I politici vengono a chiedere voti. Si ricordano degli indigeni quando appaiono sui media colpiti dalla fame, dalla povertà, dalla miseria, dalle malattie, mentre avrebbero molti valori da offrire alla nostra società e non sono mai interpellati sui progetti minerari o forestali che li riguardano”.
In un articolo pubblicato di recente sul quotidiano ‘Milenio’, il giornalista Carlos Tello Díaz riflette sul tragico destino dei Rarámuri o Tarahumara, vittime non tanto di una cultura dominante ma dalla loro stesso cultura – agricoltura di sussistenza, medicina tradizionale, parità sociale – che li mantiene in una posizione di svantaggio rispetto ai non indigeni.
fonte: Misna
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MADAGASCAR SALGONO PREZZI SERVIZI E CRESCE POVERTÀ, TRANSIZIONE SOTTO ACCUSA
L’apertura dei quotidiani della grande isola africana dell’Oceano Indiano è dedicata all’ondata di rincari che dallo scorso fine settimana sta interessando i prezzi dei principali servizi in un contesto generale di forte disagio sociale.
Primi sulla lista sono i prodotti petroliferi, gasolio e benzina, con aumenti che vanno dai 100 ai 150 ariary al litro (tra tre e cinque centesimi di euro). Un rincaro del 14% riguarda invece il prezzo dell’acqua mentre il costo dell’elettricità è aumentato del 17% e quello della telefonia è quasi raddoppiato. Il quotidiano locale ‘Madagascar Tribune’ riferisce anche di una crisi del combustibile, il carbone, molto utilizzato nelle attività domestiche, il cui prezzo di vendita è triplicato negli ultimi giorni. “La crisi politica in atto da tre anni non è l’unica a uccidere la piccola gente” scrive il giornale. L’attuale ‘impasse’ economica, conseguenza di quella politica con una transizione che dura da diversi anni, viene in parte attribuita alla riduzione delle sovvenzioni finora concesse dal governo alle società che importano le materie prime nel paese.
Il carovita non fa altro che aggravare ulteriormente le condizioni di vita dei malgasci in un periodo di attesa del prossimo raccolto, quindi di maggiore difficoltà alimentare, e in piena stagione ciclonica, che comporta ingenti danni materiali. La tempesta tropicale ‘Giovanna’, che lo scorso 14 febbraio ha colpito più regioni dell’isola, ha causato almeno 31 vittime, 245 feriti e 250.000 senzatetto.
I recenti aumenti dei prezzi dei servizi sono molto sentiti da una delle popolazioni tra le più povere al mondo. A conferma di condizioni di vita fortemente disagiate l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano e gli obiettivi del Millennio, da raggiungere entro il 2015 constata che l’amministrazione malgascia non è riuscita a realizzare progressi significativi nella lotta alla fame, alle malattie e, soprattutto, alla povertà. Ad oggi il 76,5% degli abitanti dell’isola a vocazione agricola e turistica vive sotto la soglia di povertà: una percentuale molto lontana dall’obiettivo del 35%. Da canto suo il Fondo Onu per l’infanzia (Unicef) evidenzia una carenza dello Stato, che non interviene con investimenti adeguati nelle zone urbane in piena espansione, in particolare nei settori della salute, dell’alimentazione e dell’igiene. Ogni anno in Madagascar 62 bambini su mille muoiono prima di aver raggiunto i cinque anni.
fonte: Misna
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HAITI PORT-AU-PRINCE, OMICIDI E TENSIONI POLITICHE
Si tratta del quinto omicidio in cinque giorni nell’area della capitale Port-au-Prince: ieri sera è stato ucciso da uomini armati Venel Joseph, ex governatore della Banca centrale di Haiti sotto la presidenza di Jean-Bertrand Aristide, tra il 2001 e il 2004. La vittima, ultraottantenne, non è sopravissuta all’attacco condotto da uomini armati che lo aspettavano all’ingresso del suo domicilio. Il figlio di Venel, Joseph Patrick, è al centro di un’inchiesta giudiziaria negli Stati Uniti su possibili finanziamenti illegali alla compagnia di telecomunicazione statale, la Teleco, di cui era il direttore generale tra il 2001 e il 2004. Secondo il ‘Miami Herald’ il figlio di Venel avrebbe recentemente fatto rivelazioni importanti su presunte tangenti ad Aristide, tornato in patria nel 2011 dopo otto anni d’esilio.
Lunedì, aveva suscitato sgomento l’omicidio di Jean Liphete Nelson, direttore di una radio comunitaria, ‘Radio Boukman’, del quartiere popolare di Cité Soleil, un’area in passato teatro delle attività di gang armate, ma anche a forte concentrazione di simpatizzanti di Aristide. Tra venerdì e sabato scorso erano anche stati assassinati un magistrato, colpito da banditi armati in pieno centro della capitale, e un avvocato, ucciso di fronte alla sua abitazione.
Secondo la stampa locale, Port-au-Prince sta vivendo una “preoccupante ondata di insicurezza” costata la vita a una quinta persona, ieri, colpita in una delle arterie cittadine. Una recrudescenza della violenza che giunge in un periodo critico per la capitale, al centro di un braccio di ferro tra il presidente Michel Martelly e il sindaco Jean-Yves Jason, ‘licenziato’ dal capo dello Stato in attesa di nuove elezioni, che si sarebbero già dovute tenere alcuni mesi fa. Un periodo in cui si stanno ultimando i provvedimenti per una ricollocazione ai 500.000 senzatetto del terremoto di gennaio 2010, nel mezzo di una crisi politica che vede il paese senza primo ministro e il presidente al centro di polemiche per sospetti di doppia nazionalità, una condizione vietata dalla Costituzione per poter accedere alle più alte cariche dello Stato.
fonte misna
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SUD SUDAN, NUOVI ESODI PER LE VIOLENZE
Sempre più persone in fuga verso lo stato sud-sudanese di Upper Nile e verso le regioni occidentali dell'Etiopia. Questo il risultato dei nuovi scontri nelle aree di confine tra Sudan e Sud SudanROMA - Sono stati 2.287 i nuovi arrivi nei siti per rifugiati di Doro e Jammam - nell'Upper Nile - registrati la scorsa settimana dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati 1 (UNHCR). Il numero complessivo di rifugiati registrati nella regione supera così quota 80.000. I rifugiati attraversano il confine con il Sud Sudan dalla travagliata regione sudanese di Blue Nile, in fuga - riferiscono - dai bombardamenti e per il timore di nuove violenze. Anche nell'Ovest dell'Etiopia lo staff UNHCR assiste a un costante afflusso di nuovi arrivi, anch'essi provenienti in maggioranza dallo stato di Blue Nile. Per gestire il crescente flusso di sudanesi l'Agenzia sta lavorando all'allestimento di un terzo campo situato a Bambasi che - al termine dei lavori previsto per la fine del mese - potrà accogliere fino a 20.000 rifugiati.
Le testimonianze dei rifugiati. Dal giugno 2011 i violenti combattimenti tra le forze armate sudanesi e il Movimento di liberazione popolare sudanese - Nord (SPLM-Nord) negli stati di South Kordofan e Blue Nile hanno costretto decine di migliaia di sudanesi a cercare rifugio in Etiopia e Sud Sudan. Molte altre comunità nel Blue Nile sono in fuga - riferiscono gli stessi rifugiati - e l'UNHCR prevede nuovi arrivi nei due paesi. La situazione della sicurezza resta precaria anche nelle altre aree di confine tra lo stato sud-sudanese di Unity e quello sudanese di Southern Kordofan. Lungo la frontiera occidentale della contea di Pariang lo scorso 29 febbraio sono stati registrati bombardamenti, così come nell'area di Lake Jau il 26 febbraio. L'UNHCR è particolarmente preoccupato per la sicurezza della popolazione -16.022 sudanesi - che vive nel vicino insediamento di rifugiati di Yida.
Le bombe nel centro di transito. Lo scorso novembre sono state sganciate bombe su Yida, nello stato di Unity. Nello stato di Upper Nile, più a Est, in gennaio sono cadute bombe sul centro di transito per rifugiati di Elfoj, che in quel periodo ospitava 4.000 persone. Proseguono quindi le operazioni dell'UNHCR per il trasferimento dei rifugiati dalle insicure aree di frontiera verso i siti per rifugiati che la stessa Agenzia ha allestito a distanza di sicurezza dai luoghi dei combattimenti. Nei siti costruiti dall'UNHCR è possibile fornire cibo, acqua potabile, cure mediche e alloggi, oltre a servizi essenziali nei settori dell'istruzione e della produzione agricola. Lo stato del Sud Sudan - di recente indipendenza - attualmente accoglie oltre 100.000 rifugiati sudanesi registrati provenienti dal South Kordofan e dal Blue Nile. Nelle regioni occidentali dell'Etiopia sono stati registrati finora oltre 30.000 rifugiati, originari principalmente di Blue Nile.
Congo, gli attacchi del LRA. Desta seria preoccupazione nell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) il recente esodo di diverse migliaia di persone causato dai nuovi attacchi ad opera del Lord's Resistance Army (LRA) nella provincia di Orientale, nella Repubblica Democratica del Congo. Una tregua nella seconda metà dello scorso anno aveva portato migliori condizioni di sicurezza per la popolazione del nord della provincia, ma i nuovi attacchi ai danni dei civili nei territori di Dungu, Faradje, Watsa, Niangara, Bondo e Ango registrati nelle ultime settimane hanno costretto 3.000 persone alla fuga. Ben 20 i nuovi violenti attacchi dall'inizio di quest'anno, durante i qua li una persona è stata uccisa e 17 sono state rapite. I civili sequestrati spesso vengono utilizzati come portatori, le giovani donne vengono invece costrette - dai membri del LRA - alla schiavitù sessuale.
Le incursioni più recenti. Hanno avuto luogo il 10 e il 24 febbraio nel villaggio di Bagulupa, 55 chilometri a est di Dungu, la principale città del distretto di Haut Uele. La maggior parte degli abitanti del villaggio è stata costretta a fuggire a piedi verso il centro urbano. Oltre che a Dungu, le persone in fuga sono fuggite verso gli insediamenti per sfollati della regione. La maggior parte dei nuovi arrivi - secondo le informazioni raccolte dallo staff UNHCR - era giàstata sfollata a causa di precedenti attacchi del LRA. Altri civili potrebbero essere sfollati in aree in cui le agenzie umanitarie non sono in grado di accedere a causa dell'insicurezza e delle precarie condizioni delle strade.
La condizione dei rifugiati. La situazione umanitaria degli sfollati è molto difficile. I nuovi arrivati a Dungu e nei dintorni vivono in accampamenti di fortuna, senza acqua potabile e senza i minimi servizi igienici. La situazione degli sfollati fuggiti nelle aree più remote è quasi certamente peggiore. Teli di plastica, materassi, coperte, zanzariere e utensili per cucinare, sono alcuni degli aiuti distribuiti di recente dall'UNHCR a circa 200 nuovi sfollati nel territorio di Dungu, nel tentativo di alleviarne la sofferenza. Il Programma Alimentare Mondiale 2 (PAM) ha distribuito cibo, mentre le organizzazioni non governative si sono occupate di fornire cure mediche e strumenti per l'agricoltura. Ma è necessaria ulteriore assistenza.
Prevenire nuovi esodi. L'UNHCR sostiene le autorità locali e quelle tradizionali in modo da aiutare le comunità di sfollati e al fine di prevenire nuovi esodi. Per rafforzare la presenza delle forze di sicurezza nelle aree colpite l'Agenzia inoltre collabora con i peacekeeper delle Nazioni Unite. Dal 2006 al 2011 sono stati ben 831 gli attacchi contro i civili registrati nelle aree settentrionali della provincia di Orientale, la maggior parte dei quali attribuiti al LRA. Sono oltre 2.000 le vittime accertate e 2.832 le persone sequetrate, tra cui 1.109 bambini. Dal 2008, poi, l'attività del LRA nella provincia ha provocato circa 320.000 sfollati interni e spinto 30.000 congolesi a cercare rifugio in Repubblica Centrafricana e Sud Sudan.
fonte: "Repubblica"
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MYANMAR KACHIN, LA PACE AVANZA CON LENTEZZA
Si incontrano oggi a Ruili, località cinese al confine con lo Stato settentrionale Kachin, le delegazioni del governo e del locale movimento separatista incaricate di promuovere la pace e la riconciliazione nella regione teatro dallo scorso giugno di una ripresa della violenza dopo 17 anni di tregua.
“Il nuovo governo del presidente Thein Sein ha ordinato il cessate-il-fuoco due volte, il 10 dicembre e il 13 gennaio. Diversi incontri si sono svolti, ma sono sempre falliti. Sul terreno ci sono meno scontri, ma restano le difficoltà per i 60.000 sfollati che si rifiutano di tornare a casa” dice alla MISNA monsignor Raymond Sumlut Gam, vescovo di Banmaw e responsabile di Caritas-Myanmar.
“Dai precedenti incontri non sono scaturite soluzioni concrete. La gente guarda ai colloqui di pace con circospezione ed è perplessa sull’autenticità del processo di riforme avviato nel paese” aggiunge il presule.
Il conflitto scoppiato tra l’Esercito indipendentista kachin (Kia) e le forze armate governative aveva subito un’impennata a novembre, con l’avvio di un’offensiva da parte dei militari, che ha spinto alla fuga circa 65.000 persone, di cui 5000 in Cina. “I civili hanno paura di tornare nei propri villaggi a causa della presenza di mine o ordigni inesplosi. Inoltre, centinaia di soldati hanno occupato zone strategiche, mantenendo le loro posizioni. Dall’altra parte, il Kia continua a reclutare uomini per i suoi ranghi. In questo contesto incerto, noi di Caritas – conclude il vescovo – ci stiamo preparando a forniRe tende più resistenti ai profughi, preparandoci alle piogge che inizieranno a fine aprile”.
fonte Misna
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CAMERUN BRACCONAGGIO ELEFANTI: SCONTRI, DENUNCIATI “SOSTEGNI POLITICI”
Si sta deteriorando la sicurezza nel ‘Bouba Ndjida National Park’, a nord del Camerun, dove scontri sarebbero in corso tra soldati del ‘Battaglione di intervento rapido’ (Bir) e bracconieri di origine straniera a caccia di elefanti. Lo riferiscono alla MISNA fonti del Fondo mondiale per la natura (Wwf) contattate a Yaoundé, la capitale, sottolineando che le informazioni filtrate finora sull’accaduto sono scarse e parziali. Alcuni bilanci diffusi da agenzie internazionali sostengono che nei combattimenti degli ultimi giorni almeno un militare e un bracconiere sono rimasti uccisi e altri quattro criminali feriti. Al livello ufficiale nessun dato su eventuali vittime è stato confermato. Il sito d’informazione ‘Cameroon-info’ scrive che “le forze di difesa camerunensi hanno reagito a una nuova incursione nel parco e all’abbattimento di una dozzina di elefanti”, aggiungendo che “si è in attesa di rinforzi inviati dal governo per far fronte alla carneficina”.
Per il Wwf il punto centrale dell’intera vicenda, che si sta aggravando negli ultimi due mesi con 200 pachidermi abbattuti, è quello di “capire chi sostiene una gang di bracconieri sempre più forte e ben armata, che non si ferma nemmeno di fronte all’intervento dell’esercito camerunense” dice alla MISNA la responsabile regionale della comunicazione Florence Anouboudem. Secondo l’associazione ambientalista non bastano le soluzioni attuate finora che consistono nel respingere i criminali oltre confine. “I bracconieri andrebbero arrestati e processati, anche grazie a un’azione coordinata a livello regionale. Bisogna unire le forze per smantellare una rete illegale che gode sicuramente di sostegni politici ad alto livello” prosegue l’addetto stampa del Wwf. Sull’identità dei bracconieri, le testimonianze raccolte dall’associazione sono concordanti e portano tutte in direzione di “uomini che si spostano a cavallo, ben armati e che parlano arabo, originari molto probabilmente del Sudan”.
Il mantenimento della sicurezza nella riserva, estesa su 220.000 ettari, rappresenta un problema per le autorità e una sfida per i paesi vicini, in particolare Centrafrica e Ciad, dove la caccia agli elefanti è ripresa a novembre scorso. Il commercio internazionale dell’avorio è formalmente vietato dal 1989: un provvedimento che ha reso le zanne ancora più pregiate. “Sappiamo per certo che le zanne tagliate sono destinate ai mercati asiatici in piena espansione, in particolare a quello cinese” conclude la Anouboudem.
fonte Misna
staff nocensura.com
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democrazia,
diritti umani
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