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mercoledì 7 marzo 2012

Si è subito incrinato il clima di ottimismo creato dal secondo piano di salvataggio della Grecia, dalle iniezioni di liquidità effettuate dalla Banca centrale europea e dalla firma del Patto fiscale. In effetti i mille miliardi di euro prestati dalla BCE alle banche europee per tre anni al tasso dell’1% hanno permesso una forte riduzione del costo del denaro per gli Stati europei meno virtuosi (i rendimenti dei titoli decennali italiani sono ora inferiori al 5%) e hanno spinto al rialzo le borse e soprattutto i titoli degli istituti di credito, ma, come era prevedibile, non hanno mutato il quadro di fondo della crisi dell’economia europea.

Questi provvedimenti permettono di guadagnare tempo, ma, come ha sottolineato il cancelliere tedesco Angela Merkel, l’Europa «non è ancora fuori dal tunnel e la situazione resta allarmante».


Il motivo principale è semplice: molti Paesi europei sono già piombati in una recessione che rischia di diventare più profonda di molte previsioni a causa delle politiche di austerità imposte per risanare i conti pubblici. Le centinaia di miliardi elargiti dalla Banca centrale europea sono stati utilizzati dalle banche per approvvigionarsi di liquidità ad un costo nettamente inferiore a quello che avrebbero dovuto pagare se si fossero dovute rifinanziare sul mercato.

Insomma, la BCE è di fatto diventata un prestatore di prima istanza per il sistema bancario europeo. Con questi miliardi le banche hanno costruito un serbatoio di liquidità (si è quindi allontanato lo spettro di un grave incidente di percorso) e hanno acquistato titoli di Stato del loro Paese. Questi massicci acquisti effettuati soprattutto dagli istituti italiani e spagnoli hanno provocato il calo dei tassi di interesse. Quindi appare fuori luogo parlare di una normalizzazione della situazione.

Invece quello che, almeno finora, le banche non hanno fatto è allargare le maglie nella concessione di crediti ad imprese e famiglie, che è una condizione indispensabile per ridare ossigeno all’economia. E la mancanza di questo tassello rende effimero il successo delle operazioni dell’istituto diretto da Mario Draghi.

Ed è proprio sulle politiche di austerità, tese a risanare i conti pubblici, che diventeranno ancora più restrittive con l’entrata in vigore del Patto fiscale, che si sono subito manifestati i primi importanti intoppi. Il Governo spagnolo ha infatti dichiarato che non rispetterà l’impegno preso con Bruxelles di ridurre quest’anno il deficit statale al 4,4% del PIL. Mariano Rajoy ha dichiarato che la Spagna ha deciso di ridurlo solo al 5,8%, poiché l’economia iberica, che si contrarrà quest’anno dell’1,7%, non è in grado di sopportare ulteriori misure di austerità.

Mariano Rajoy ha aggiunto che si tratta di «una decisione sovrana che spetta unicamente alla Spagna» e che comunicherà ufficialmente agli altri Paesi europei in aprile. Anche l’Olanda, ossia un Paese virtuoso a tripla A, ha già preavvertito che non raggiungerà il riequilibrio dei conti nel 2015. Insomma, ancor prima di essere ratificato dai Paesi membri il Patto fiscale sembra già essere contestato.

Questo fenomeno non sorprende. Infatti le politiche prescritte da Bruxelles sono procicliche, ossia aggravano la recessione che già colpisce molte economie europee. Sono le ricette alla greca che impongono un processo di riaggiustamento che avviene attraverso una forte contrazione economica e soprattutto attraverso un forte aumento della disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita di larghi strati della popolazione.

Le possibilità di successo di queste politiche sono molto incerte, come dimostra l’esempio della Grecia, dove il calo del disavanzo pubblico è stato praticamente annullato dalla contrazione dell’economia, con il risultato che, da una parte, il rapporto deficit e PIL è restato sostanzialmente invariato e, dall’altra, il Paese è diventato molto più povero. Inoltre, i problemi di debito pubblico dei Paesi deboli dell’Europa (tra cui anche Italia e Francia) sono dovuti soprattutto a una preoccupante perdita di competitività delle loro economie rispetto alla Germania.

Il recupero di questo svantaggio competitivo, che si traduce in bilance commerciali in passivo, nell’attuale contesto recessivo diventa molto difficoltoso e può avvenire unicamente attraverso una forte riduzione del costo del lavoro e quindi attraverso un ulteriore avvitamento dell’economia.

Appare dunque inevitabile che si moltiplichino le resistenze dei Governi e delle società. Appare pure prevedibile che non sarà affatto scontato il rispetto delle rigide regole del Patto fiscale.

È dunque probabile che il clima di ottimismo di queste settimane ceda ben presto il passo alla realtà di un’Europa in cui molti Paesi si avvitano in una recessione sempre più severa senza grandi speranze di vedere la fine del tunnel con il risultato di considerare l’euro come una camicia di forza che incrementa le sofferenze.

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