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lunedì 6 febbraio 2012


Il profondo stato di degrado impone – oggi più che mai – un attimo di attenzione su una tecnologia, assolutamente innovativa ed ampiamente testata, che consentirebbe, nella totale salvaguardia dell’ambiente (in quanto, ad impatto ambientale zero), di risolvere il problema dei Rifiuti Solidi Urbani e non solo, attraverso il processo, richiamato in epigrafe, di “industrializzazione” degli stessi.


Più in generale, nel nostro Paese la gestione dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU) sta diventando alquanto problematica; per questa ragione l’Italia ha inserito la gestione dei rifiuti all’interno di una più generale strategia integrata di sviluppo sostenibile.
In sintesi, il concetto vigente è che l’uso razionale e sostenibile delle risorse deve essere impostato seguendo un rigoroso ordine gerarchico di priorità:
riduzione della produzione e soprattutto della pericolosità dei rifiuti;
sostituzione delle sostanze pericolose per l’ambiente contenute nei prodotti, con altre meno pericolose; riutilizzo e valorizzazione dei rifiuti sotto forma di materia.Nasce, pertanto, dalla necessità di dare una risposta efficace al problema dello smaltimento dei rifiuti il progetto R.E.C.I. (coperto da brevetto, oltre che in Italia, in altri 127 Paesi nel mondo).

Il Progetto RECI: Recupero Ecologico Chimico Industriale dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU), trasforma gli stessi e/o i fanghi non differenziati, sia civili che sedimentati (rifiuti dei mercati, residui della pulizia stradale, fanghi delle fosse settiche, rifiuti della pulizia delle fognature), in materiali inerti da costruzione per l’edilizia e l’arredo urbano; ciò grazie ad una tecnologia di condizionamento e inertizzazione mediante l’impiego di una resina stirenica (30%) più uno specifico catalizzatore per ognuna delle applicazioni (10-50%), che interagendo con i componenti deperibili ne distrugge la microflora batterica e le spore rendendoli, per l’appunto, inerti. Inoltre, con l’aggiunta di CaCo3 (10-30%) o inerti ricavati dalla demolizione, si riuscirà, una volta avvenuta la trasformazione del prodotto, ad ottenere un manufatto di buona resistenza al fuoco (resiste, infatti, sino ad una temperatura di 600° – 700° C).
Il fenomeno dell’osmosi segue la fase di miscelazione ed elimina la possibilità di cessione e di rilasci, anche nell’eventualità di rottura.
Dunque, un processo a freddo non inquinante, in grado di trasformare rifiuti e fanghi reflui in materiale chimicamente e batteriologicamente inerte, con qualità meccaniche tali da consentire l’uso nel settore dell’edilizia e degli arredi urbani.
Si tenga presente che “Agenda 21”, strumento normativo e procedurale che stabilisce una strategia globale per lo sviluppo sostenibile, prevede, quale punto chiave, la promozione di tecnologie idonee al riciclaggio ed alla riutilizzazione dei r.s.u.
Il processo di trasformazione consentirà di modificare il sistema di smaltimento dei R.S.U. e/o fanghi, che attualmente vengono collocati nelle discariche, con i consequenziali impatti ambientali e squilibri ecologici, con non indifferenti costi sociali (degrado detto, acquisizione aree, opere connesse, gestione personale e parco macchine), mediante il cennato metodo chimico esclusivo da praticarsi a freddo e non inquinante, in quanto nella fase di polimerizzazione si determina una semplice reazione esotermica, ad eccezione della fase di essiccazione che si ottiene ad una temperatura di 100 – 130° C, al fine di asciugare la miscela RSU e fanghi ed ottenere il recupero di vapore acqueo oppure depurarlo con l’ausilio di scrubber.
L’acqua estratta dal processo di essiccazione verrà depurata ed utilizzata per fini industriali. I residui dei vapori emessi dalla resina stirenica e dallo specifico catalizzatore, nella fase di mescolazione attinente al processo di polimerizzazione della matrice del rifiuto, non hanno alcuna possibilità di emigrare nell’ambiente esterno, in quanto recuperati attraverso un impianto di aspirazione a carbone attivo, il quale, una volta saturo, viene sostituito con un nuovo filtro, mentre il vecchio viene reinserito nel processo di trasformazione dopo essere stato triturato.
Ogni soggetto produce ca. 1 Kg/giorno di rifiuti giungendo così, su una popolazione di 50.000.000 di abitanti, ad una produzione di 50.000 T/giorno, pari ad un volume compatto di 770.000 mc/giorno (essendo Vc= ca. 1 mc/giorno ogni 65 abitanti) coprente complessivamente ogni giorno un’area di 150.000 mq, con un’altezza media di rifiuto compatto di ca. 5 m.
Un’alternativa è rappresentata dall’incenerimento, che quando è accompagnato da recupero di calore è denominato “termodistruttore”.
Tale ultimo procedimento produce forti squilibri all’ecosistema a causa dell’elevata quantità di anidride carbonica consumando così enormi quantità di ossigeno e producendo, altresì, anche in assenza di materie plastiche escluse preliminarmente dal processo, diossina, composto, come noto, fortemente nocivo.
La diossina, precisamente la 2-3-7-8 tetraclorodibenzo-paradiossina (tCDD) è una sostanza estremamente tossica, che, causa l’elevata stabilità chimica e l’alta affinità con le sostanze grasse, oltre a rappresentare un pericoloso inquinante dell’aria, ricadendo si accumula progressivamente, con un rischio sanitario elevatissimo, nelle zone d’impatto, in particolare nel terreno e nei sedimenti marini, lagustri e fluviali prima e nella catena alimentare, latte materno compreso, dopo. Letteratura medica addebita alla diossina l’insorgenza di tumori ai polmoni, alla pleura, di sarcomi, di diabete, d’infertilità, di leucemie e linfomi, di disturbi al sistema endocrino, nervoso ed immunitario, nonché di malformazioni fetali e di replicazione cellulare incontrollata.
Le emissioni di sostanze tossiche persistenti (in particolare diossine e furani), seppur entro i limiti di legge, sono da considerarsi comunque significative se sono protratte nel tempo nello stesso luogo, per come evidenziato dall stesso D.Lgs. 152/2006.
Si può con certezza affermare che non esiste una soglia minima di sicurezza per le diossine, le quali possono essere nocive per l’uomo a qualsiasi livello di assimilazione.
Molte sostanze nocive sono misurate in “mg”, per le diossine, invece, si ricorrre, proprio per la loro elevatissima tossicità, ad unità di misura bassissime come il “picogrammo” (pg), che equivale ad 1/1.000.000.000 di mg.
Il limite massimo normativamente previsto dall’UE è di 100 pg/mc di fumi, ovvero 1/100.000.000 mg.
La Direttiva 2000/76/CE sull’incenerimento dei rifiuti approvata dall’Unione Europea afferma che i valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l’ambiente e i relativi rischi per la salute umana. Pertanto, le norme non garantiscono necessariamente un valore di concentrazione degli inquinanti “sicuro” in base a studi medici ed epidemiologici sul loro effetto, ma si riferiscono ai valori che è possibile ottenere tecnicamente con gli impianti migliori in un dato momento esistenti sul mercato.
Ben 62 Paesi del Mondo (21 europei) hanno aderito all’Alleanza Globale Contro gli Inceneritori (GAIA).
Orbene, un moderno termovalorizzatore emette mediamente fumi con una quantità di diossine pari a 40 pg/mc, ovvero da 800 a 80 volte superiore a quella presente nell’aria prelevata dello stesso impianto dall’ambiente esterno per l’incenerimento (da 0,05 a 0,5 pg/mc). Pur nel rispetto, pertanto, dei limiti imposti, siamo in presenza di un dato significativo.
Un termovalorizzatore, quindi, capace di lavorare 800t/giorno di r.s.u., produce 5.040.000 mc di fumi che, moltiplicato 40 pg/mc, nelle 24 ore, equivale ad una produzione di 201.600.000 pg al giorno.
Fonti mediche riferiscono che la dose massima di diossina tollerabile per un individuo adulto del peso di 70 kg è di 140 pg/giorno; invece, la predetta quantità di 201.600.000 pg di diossina, nell’area interessata porterebbe ad un carico per soggetto di 252 pg/giorno, ben aldilà del limite di tollerabilità.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa in 3,4 – 10 pg/mq di terreno il valore massimo di diossina.
Inoltre, le polveri decantate presentano tracce di inquinanti xenobiotici, microinquinanti della famiglia cui appartiene anche la diossina.
Peraltro, il processo di termodistruzione, causa la combustione, libera nell’aria un’elevata quantità di anidride solforosa, che si trasforma con i vapori dell’acqua della combustione stessa in acido solforico incrementando le piogge acide, rimanendo altresì il problema della sistemazione delle ceneri, richiedente a sua volta discariche adeguate; per non dire dell’elevata temperatura d’esercizio (mediamente 1200°C, con un max di 1600° C), che comporta un innalzamento della temperatura dell’atmosfera, in contrasto con il protocollo di Kyoto.
Senza considerare che l’impermeabilizzazione dei grossi bacini delle discariche non garantisce in ogni modo la perfetta ermeticità consentendo il percolamento e la diffusione nelle falde profonde dei prodotti della fermentazione anaerobica e dei tossici presenti nei rifiuti iniziali.
Gli inceneritori, in effetti, producono energia elettrica e riscaldamento, con un’efficienza energetica bassissima rispetto al riciclaggio dei materiali bruciati, ovvero non consentono un vantaggio energetico, in quanto l’energia necessaria per l’incenerimento è 3 o 4 volte maggiore di quella che si può ottenere bruciandoli; energia considerata, quindi, solo un “sottoprodotto” e non certo un “business” tale da attrarre capitali privati, in quanto molto costosa, a meno che non si preveda un sostanzioso intervento della mano pubblica, con la possibilità di forti ripercussioni sui contribuenti.
Del resto, l’obiettivo di minimizzare le emissioni di diossine contrasta con il recupero di energia, in quanto un’elevata temperatura di combustione e un veloce raffreddamento dei fumi, condizioni ideali per ridurre la formazione di diossina, sono incompatibili con una massima efficienza nel recupero dell’energia termica.
Circa l’impatto ambientale dei termovalorizzatori si può, del resto, osservare che:
in presenza di cloro nei rifiuti introdotti, nelle fasi di post-combustione si formano variabili quantità di acido cloridrico e di molecole altamente tossiche, oltre alle diossine, come i furani;
la convenzione di Stoccolma del 2001 auspica il totale bando dei processi d’incenerimento, per la loro alta tossicità, rimanendo i finanziamenti europei volti al recupero ed al riuso dei rifiuti;
la varietà dei materiali introdotti nel combustore, data la complessità del rifiuto raccolto, rende impossibile escludere dall’incenerimento sostanze fortemente nocive;
fra le acque di scarico possono trovarsi alte concentrazioni di metalli pesanti, presenza non limitata quindi alle sostanze aerodisperse o ai siti di stoccaggio delle ceneri;
i processi d’incenerimento non sono in grado di distruggere la materia, ma solo di modificarne la composizione (la somma dei pesi ponderali delle sostanze introdotte in un bruciatore è uguale dall’inizio alla fine della reazione; ciò comporta che le molecole organiche complesse si degradano (con temperature d’esercizio fra i 400 ed i 1600° C) sino alla loro struttura atomica, con il risultato che all’uscita dei fumi si avranno sostanze atomicamente ricombinate, in modo tale da formare nuovi e spesso più tossici composti;
i sistemi di abbattimento degli inquinanti, attualmente presenti nei termovalorizzatori di nuova generazione, neutralizzano essenzialmente l’acido cloridrico e fluoridrico e rimuovono il particolato prima che questo lasci il camino di emissione. Gli abbattitori ad umido “lavano” i gas alla base del camino, i filtri elettrostatici catturano il articolato. I sistemi di abbattimento ed i filtri non sono però in grado di distruggere il rifiuto incombusto e di prevenire la formazione di nuovi composti tossici, concentrando le sostanze dannose filtrate sotto forma di polveri altamente contaminate (circa il 30% del rifiuto iniziale), bisognose di essere conferite in discariche speciali dal sicuro negativo impatto ambientale e necessitanti di una costante sorveglianza per l’alta tossicità e novicità;
le polveri sottili rilasciate nell’aria sono nocive a causa delle loro piccole dimensioni e del fatto che con sé trasportano materiali tossici e nocivi residui della combustione, come idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, metalli pesanti e diossine, pericolosi perché persistenti e accumulabili per ciò negli organismi viventi. Purtroppo i limiti relativi alle emissioni degli inceneritori non considerano la finezza delle polveri, ma solo il peso totale di 10 mg/mc;
rimane ancora tutta da valutare l’emissione effettiva di gas serra.
La filosofia del riciclaggio non ha trovato soluzione che quella della cernita e del riutilizzo differenziato (vetro, carta, plastica, ferro, alluminio), processo senza un ben definito ritorno economico imputabile ai costi di selezione e al minor valore dei manufatti realizzati (raccolta differenziata che ha, peraltro, raggiunto mediamente percentuali non superiori al 10 – 25%, a fronte di un obiettivo del 35% al 2003 fissato dal D.Lgs. 22/97, c.d. “Decreto Ronchi” e del 65% al 2012, ex Legge 152/06).
La plastica può essere destinata solo alla realizzazione di manufatti non pregiati; il vetro dovrebbe essere separato per colore; la carta richiede elevati costi di rigenerazione e l’impiego di acidi per la decolorazione, altamente inquinanti.
Inoltre, il rifiuto indifferenziato (lavorabile, invece, con il procedimento di che trattasi), non può finire direttamente in un inceneritore, stante che deve prima essere sottoposto ad un trattamento che separa il materiale combustibile (carta, plastica, stracci) da quello inerte (cocci) e organico (residui alimentari da inertizzare); in pratica, il lavoro dei sette impianti CDR (di trattamento meccanico-biologico) che in Campania hanno prodotto milioni di “ecoballe” accumulate in enormi piramidi maleodoranti e mal differenziate, in discariche sature, con un costo di smaltimento/stoccaggio minimo di circa 0,30 €/Kg., e fortemente nocive . Il Lancet – Oncology ha definito il “Triangolo della morte” la zona fra le città di Nola, Acerra e Marigliano.
Il processo di “inertizzazione”, invece, produce un prodotto di universale applicabilità (compatibile, peraltro, con il cemento come costituente classico del calcestruzzo), nella misura del 60-70% rispetto al prodotto in entrata (liberandosi la rimanente parte sotto forma di vapore acqueo, trattato come anzi descritto), imponendosi quale indiscusso ed attraente metodo di smaltimento.
La tecnologia RECI potrebbe, altresì, essere utilizzata per sanare le attuali discariche, senza escludere, in un quadro integrato d’interventi e qualora economicamente conveniente ed a regime, la raccolta differenziata lavorando la quantità residua di r.s.u., in alternativa alle tecnologie a “caldo”.
Ottimi risultati tecnico – meccanici sono stati raggiunti con riferimento a: peso specifico, porosità, permeabilità all’aria, gelività, conducibilità termica, capacità d’isolamento, resistenza al fuoco (in caso d’incendio si è cautelati dalla presenza di fumi tossici, in quanto il materiale non ne rilascia minimamente), resistenza alla compressione, lavorabilità; tutti valori superiori a quelli relativi ai materiali tradizionali.
Il prodotto finale è inerte sotto il profilo batteriologico, impermeabile all’acqua e presenta delle ottime caratteristiche di resistenza strutturale (specie per resistenza alla compressione) ed è quindi idoneo all’impiego in edilizia avendo il vantaggio di un peso specifico contenuto tra i 1,200/1,500 g./cmc, a seconda della composizione dei materiali di partenza e della percentuale di additivo polimerico.
Si prevede un costo iniziale per impianto di 15 milioni € circa (decisamente inferiore a quello di un termovalorizzatore), facilmente riassorbibile con i soli tagli delle spese di trasporto e conferimento dei rifiuti alle discariche.
Per quanto riguarda l’aspetto paesaggistico, la progettazione dell’impianto si ispira ad un corretto rapporto fra le istallazioni e le località in cui vengono a situarsi; rapporto che risponde alle esigenze di un soddisfacente impatto ambientale anche per quanto concerne i fattori geomorfologici dell’opera.
Un impianto, necessitante di un’area di 30.000 mq (capannone industriale 4.000 mq, impianto 1.300 mq, altezza 13 m., con una superficie totale coperta di circa 8.700 mq ed in assenza di camini per fumi), occuperebbe almeno 26 addetti; tempi di realizzazione, 12 mesi.
Con la sola esclusione dei fanghi oleosi e dei rifiuti altamente tossici, qualsiasi tipologia di r.s.u., agricolo e industriale, può essere processato; pertanto, oltre ai r.s.u., si possono aggiungere nell’impianto copertoni di autovetture, polveri da lavorazioni industriali, residui agricoli, etc.- I rifiuti verranno lavorati senza alcuna necessità di suddivisione per tipologia (organici, metalli, vetro, carta, cartone, legno, etc.) valutandosi però la convenienza economica di selezionare e recuperare parte di essi (che possono essere trasformati in CDR, combustibile da rifiuti) suscettibili invece di essere riutilizzati all’interno dello stesso impianto riducendo il costo del combustibile necessario per l’essiccazione dei materiali da inertizzare.
Peraltro, vi è da osservare come la separazione e il riciclo di molte componenti merceologiche dei R.S.U. non è conveniente, specie per la scarsa remunerabilità sul mercato dei prodotti riciclati che, non trovando collocazione, vengono riportati alla discarica, con ulteriori costi per il cittadino. Rimane questo aspetto un problema di valutazione economica, potendo gli impianti essere realizzati in due modi diversi contemplanti l’uno il processo di trasformazione mediante il recupero della frazione riciclabile e l’altro senza tale recupero.
Il processo di trasformazione non produce rifiuti finali da depositare in discariche, dato che tutti gli scarti vengono riciclati nel processo stesso. Non si creano impatti ambientali nelle zone circostanti.
Dal prodotto trasformato si possono ottenere diversi tipi di materiali utilizzabili come segue:

murature civili, esterne e interne;
pavimentazioni civili, esterne e interne, sia private che pubbliche;
arredo urbano generico: tavoli, panchine, recinzioni, box, etc.;
pozzetti di raccolta per impianti idrici;
barriere autostradali “sicure”, laddove la deformazione professionale, di cui è capace il materiale, consente di dissipare l’eventuale energia d’urto, in modo considerevole, in energia di deformazione;
pannelli termici acustici e isolanti;
medianti;
prefabbricati per l’agricoltura e l’allevamento;
pavimentazioni industriali;
malte particolarmente leggere e calcestruzzi: tutte le qualità del materiale ottenuto sono molto simili a quelle di un inerte da calcestruzzo, ma con un peso specifico alquanto inferiore; si può, pertanto, triturarlo, macinarlo o produrlo direttamente in granuli di dimensioni variabili, che miscelati con il cemento e l’acqua possono, ad esempio, costituire un ottimo conglomerato cementizio contraddistinguentesi per la particolare leggerezza.

Al riguardo, visto che il prodotto in questione non produce assolutamente rilascio organico, né mostra la presenza di spore, esente da flora batteria, da muffe, inodore, di ottima resistenza allo schiacciamento, si può pensarlo anche in sostituzione delle murature per l’edilizia civile (brecciolino, mattoni, piastrelle, materiali per impiantistica), specialmente quelle realizzate in pietra naturale, quale il tufo. E’ noto, infatti, che quest’ultimo materiale emette “Radon” in una certa quantità, che non può essere trascurata ai fini cancerogeni, specie in caso di scarsa ventilazione. Inoltre, in caso d’incendio, si è cautelati dalla produzione di fumi tossici che non sono rilasciati dal materiale in questione.
Si sono, altresì, registrati buoni risultati sia all’usura per attrito radente che per gelività evidenziandone immediatamente l’utilizzo per tutto ciò che concerne l’arredo urbano per parchi comunali, panchine per giardini, piastre di recinzione, tra l’altro, il materiale, data la sua impermeabilità, potrà essere sfruttato per la costruzione di serbatoi di tipo industriale, agricolo, tubazioni acque piovane e nere e di quant’altro necessiti per corredare gli impianti idrici.
La descritta tecnologia indubbiamente consentirà il superamento dell’attuale stato di crisi nel settore dello smaltimento dei rifiuti, varando un piano integrato di utilizzo razionale dei R.S.U., promuovendo un sicuro miglioramento della qualità dell’ambiente, della vita, nel quadro di uno sviluppo sostenibile, all’insegna non di misure estemporanee, ma di soluzioni nel breve periodo che tengano, in modo strutturale, conto delle esigenze immediate.


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