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martedì 17 gennaio 2012
di Enzo Picco per nocensura.com
L’articolo 3 della “COSTITUZIONE ITALIANA” recita testualmente:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Dopo aver appreso il risultato delle recente votazione alla Camera dei Deputati, in merito all’autorizzazione all’arresto del deputato Nicola Cosentino, ex capogruppo del PDL in Campania, inoltrata dalla Procura della Repubblica di Napoli, ho letto e riletto l’articolo sopra riportato per cercare di capirne il significato e la sua inspiegabile mancata applicazione da parte delle istituzioni.
Ora, senza entrare in merito ai contenuti tecnico-giuridici, che possano far avvallare o rigettare la richiesta d’arresto, sorge spontanea una semplice riflessione sulla disparità di trattamento che continua ad essere posta in atto tutte le volte che ad un parlamentare viene contestato un reato. Sappiamo tutti che se al posto dell’Onorevole Cosentino ci fosse stato un semplice cittadino, l’autorizzazione all’arresto non sarebbe stata necessaria e la richiesta della Procura avrebbe trovato immediata applicazione.
Come mai, un articolo così equo e garante della pari responsabilità davanti alla legge, può essere disatteso e trovare differenti applicazioni a seconda che l’indagato sia un comune cittadino o un intoccabile parlamentare? Come mai la Camera dei Deputati è stata in grado di porre in atto un simile diniego, in aperto contrasto con l’articolo sopra citato? Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, la risposta viene dall’articolo 68 della Costituzione stessa. Il quale sancisce che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia stato colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.
Un articolo che pone giustamente al riparo i parlamentari dai reati di opinione che gli stessi possono commettere nell’esercizio e al di fuori delle proprie funzioni, ma che non si faccia alcuna distinzione in merito alla tipologia dei reati, mi sembra un tantino eccessivo.
Che poi ad istituire questo vincolo siano stati proprio i nostri padri costituenti, mi rattrista profondamente e mi fa venir meno la fiducia che nutrivo nei confronti della madre di tutte le nostre leggi.
Nel caso specifico, ci si stava occupando di un reato penale, la cui responsabilità è esclusivamente personale, secondo quanto affermato dall’articolo 27 della stessa Costituzione, per cui il pronunciamento dell’aula appare un’autentica provocazione nei confronti degli italiani onesti.
Senza entrare nel merito della richiesta, mi ha sorpreso il comportamento di molti parlamentari. In particolare dei militanti di quel partito che si batte per i diritti del Popolo del Nord, che in commissione avevano avvallato la richiesta d’arresto, rispettando le indicazioni ricevute dai propri vertici, per poi fare esattamente il contrario in aula, dove, a seguito dell’intervento a difesa dell’Onorevole Cosentino, posto in atto dal mentore del PDL, magari perché preoccupato di trovarsi a breve nelle sue stesse condizioni, hanno rispettato le consegne e votato secondo coscienza, vale a dire rispettando le consegne. Comportandosi così da autentici sudditi, o per meglio dire servi del Cavaliere.
Ma in questi giorni è stato disatteso anche l’articolo 75 della nostra Costituzione, il quale recita testualmente: “E’ indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum”.
In questo caso è stata addirittura la Corte Costituzionale a contraddire la Costituzione stessa, esprimendo parere negativo alla richiesta di abolizione dell’attuale Legge elettorale, inoltrata dal popolo sovrano e supportata da una raccolta di 1.200.000 firme, più del doppio di quelle necessarie, per rispettare le indicazioni dei partiti, violando in questo modo anche l’articolo 1 della stessa Carta Costituzionale e sottraendo così ai cittadini quella sovranità che appartiene solo a loro.
Due provvedimenti che per rispettare i privilegi della casta, toglieranno credibilità alle nostre istituzioni, terranno lontani dal nostro Paese gli investitori internazionali, con conseguenti difficoltà nel piazzare i Titoli di Stato, inevitabili aumenti del differenziale d’interesse nei confronti dei Bund tedeschi e vanificazione dei sacrifici imposti ai cittadini con la recente manovra del governo Monti.
Governo che aveva promesso una riduzione degli sprechi e dei privilegi di cui godono i parlamentari, ma che ancora non ha posto in atto niente di tutto questo. Che sta maldestramente tentando di porre in atto delle privatizzazioni, le quali non dovrebbero sostituire in alcun modo i tagli preannunciati, altrimenti saremmo di fronte all’ennesima presa in giro, messa in atto dalla classe politica.
Si apprende, che, su questo fronte, l’esecutivo sta incontrando numerose resistenze da parte delle categorie interessate: tassisti, notai, edicolanti, farmacisti, accomunati da una strenua e ingiustificata difesa dei propri interessi, nonché da un’autentica e manifesta ignoranza costituzionale, in particolare dell’articolo 4 della Costituzione, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro ed attribuisce alla Repubblica il compito di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
In merito a questo argomento, ho appreso di una affermazione del coordinatore del PDL, onorevole Angelino Alfano, Ministro di Grazia e Giustizia del precedente Governo e fautore di quella famosa Legge “AD BERLUSCONAM”(termine usato per definire un provvedimento di legge ideato e posto in atto per tutelare i privilegi di una persona a scapito degli interessi della collettività), istitutiva del legittimo impedimento per le più alte cariche dello Stato, voluta dal fondatore dello stesso partito, anch’essa approvata, nonostante fosse in aperto contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e successivamente abolita dal referendum popolare del maggio scorso, il quale manifestava la propria indisponibilità a far approvare privatizzazioni che possano in qualche modo favorire le Cooperative Rosse. Una considerazione ineccepibile dal punto di vista della correttezza istituzionale, perché le privatizzazioni, al pari di tutti gli altri provvedimenti di legge, devono tutelare l’interesse di tutti, non solo di una cerchia ristretta di eletti, come faceva il famoso lodo che portava il suo nome, che un recente referendum popolare ha spazzato via.
Collegando l’autorevole affermazione sopra riportata, con il comportamento tenuto in aula, dallo stesso e dai suoi colleghi di partito in merito alla vicenda Cosentino, appare evidente come l’ex Ministro di Giustizia sia si preoccupato di non fare favori alle Cooperative Rosse, ma soprattutto di non recare torto al clan dei casalesi.
Purtroppo questo è lo spessore intellettuale e morale della nostra classe politica, votata in Parlamento con una legge elettorale poco pulita, ideata da uno dei politici italiani intellettualmente meno dotati, capace di anteporre gli interessi dei partiti ai diritti della popolazione e che nonostante questo, la Corte Costituzionale ha impedito che venisse abolita da un referendum popolare, per il quale erano state raccolte oltre il doppio delle firme necessarie.
In barba all’articolo 1 della Costituzione, il quale afferma che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Pertanto non dobbiamo meravigliarci se gli altri Paesi Europei ridono di noi, dobbiamo invece destarci, riprenderci i nostri diritti e cacciare questi corrotti dal Parlamento, prima che sia troppo tardi.
Per concludere, credo sarebbe opportuno aggiornare quella famosa e inopportuna scritta, che ingiustamente campeggia nelle aule dei nostri tribunali, che afferma: “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”, per renderla più coerente con l’applicazione della giustizia nel nostro Paese, basterebbe l’aggiunta di una sola parola, in modo che divenga: “LA LEGGE E’ QUASI UGUALE PER TUTTI” ed il suo significato sarebbe pienamente coerente con l’andamento dei nostri procedimenti giudiziari.
Bordano, lì 17-01-2012
IL LIBERO PENSATORE
Enzo Picco per nocensura.com
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L’articolo 3 della “COSTITUZIONE ITALIANA” recita testualmente:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Dopo aver appreso il risultato delle recente votazione alla Camera dei Deputati, in merito all’autorizzazione all’arresto del deputato Nicola Cosentino, ex capogruppo del PDL in Campania, inoltrata dalla Procura della Repubblica di Napoli, ho letto e riletto l’articolo sopra riportato per cercare di capirne il significato e la sua inspiegabile mancata applicazione da parte delle istituzioni.
Ora, senza entrare in merito ai contenuti tecnico-giuridici, che possano far avvallare o rigettare la richiesta d’arresto, sorge spontanea una semplice riflessione sulla disparità di trattamento che continua ad essere posta in atto tutte le volte che ad un parlamentare viene contestato un reato. Sappiamo tutti che se al posto dell’Onorevole Cosentino ci fosse stato un semplice cittadino, l’autorizzazione all’arresto non sarebbe stata necessaria e la richiesta della Procura avrebbe trovato immediata applicazione.
Come mai, un articolo così equo e garante della pari responsabilità davanti alla legge, può essere disatteso e trovare differenti applicazioni a seconda che l’indagato sia un comune cittadino o un intoccabile parlamentare? Come mai la Camera dei Deputati è stata in grado di porre in atto un simile diniego, in aperto contrasto con l’articolo sopra citato? Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, la risposta viene dall’articolo 68 della Costituzione stessa. Il quale sancisce che “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia stato colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.
Un articolo che pone giustamente al riparo i parlamentari dai reati di opinione che gli stessi possono commettere nell’esercizio e al di fuori delle proprie funzioni, ma che non si faccia alcuna distinzione in merito alla tipologia dei reati, mi sembra un tantino eccessivo.
Che poi ad istituire questo vincolo siano stati proprio i nostri padri costituenti, mi rattrista profondamente e mi fa venir meno la fiducia che nutrivo nei confronti della madre di tutte le nostre leggi.
Nel caso specifico, ci si stava occupando di un reato penale, la cui responsabilità è esclusivamente personale, secondo quanto affermato dall’articolo 27 della stessa Costituzione, per cui il pronunciamento dell’aula appare un’autentica provocazione nei confronti degli italiani onesti.
Senza entrare nel merito della richiesta, mi ha sorpreso il comportamento di molti parlamentari. In particolare dei militanti di quel partito che si batte per i diritti del Popolo del Nord, che in commissione avevano avvallato la richiesta d’arresto, rispettando le indicazioni ricevute dai propri vertici, per poi fare esattamente il contrario in aula, dove, a seguito dell’intervento a difesa dell’Onorevole Cosentino, posto in atto dal mentore del PDL, magari perché preoccupato di trovarsi a breve nelle sue stesse condizioni, hanno rispettato le consegne e votato secondo coscienza, vale a dire rispettando le consegne. Comportandosi così da autentici sudditi, o per meglio dire servi del Cavaliere.
Ma in questi giorni è stato disatteso anche l’articolo 75 della nostra Costituzione, il quale recita testualmente: “E’ indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum”.
In questo caso è stata addirittura la Corte Costituzionale a contraddire la Costituzione stessa, esprimendo parere negativo alla richiesta di abolizione dell’attuale Legge elettorale, inoltrata dal popolo sovrano e supportata da una raccolta di 1.200.000 firme, più del doppio di quelle necessarie, per rispettare le indicazioni dei partiti, violando in questo modo anche l’articolo 1 della stessa Carta Costituzionale e sottraendo così ai cittadini quella sovranità che appartiene solo a loro.
Due provvedimenti che per rispettare i privilegi della casta, toglieranno credibilità alle nostre istituzioni, terranno lontani dal nostro Paese gli investitori internazionali, con conseguenti difficoltà nel piazzare i Titoli di Stato, inevitabili aumenti del differenziale d’interesse nei confronti dei Bund tedeschi e vanificazione dei sacrifici imposti ai cittadini con la recente manovra del governo Monti.
Governo che aveva promesso una riduzione degli sprechi e dei privilegi di cui godono i parlamentari, ma che ancora non ha posto in atto niente di tutto questo. Che sta maldestramente tentando di porre in atto delle privatizzazioni, le quali non dovrebbero sostituire in alcun modo i tagli preannunciati, altrimenti saremmo di fronte all’ennesima presa in giro, messa in atto dalla classe politica.
Si apprende, che, su questo fronte, l’esecutivo sta incontrando numerose resistenze da parte delle categorie interessate: tassisti, notai, edicolanti, farmacisti, accomunati da una strenua e ingiustificata difesa dei propri interessi, nonché da un’autentica e manifesta ignoranza costituzionale, in particolare dell’articolo 4 della Costituzione, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro ed attribuisce alla Repubblica il compito di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
In merito a questo argomento, ho appreso di una affermazione del coordinatore del PDL, onorevole Angelino Alfano, Ministro di Grazia e Giustizia del precedente Governo e fautore di quella famosa Legge “AD BERLUSCONAM”(termine usato per definire un provvedimento di legge ideato e posto in atto per tutelare i privilegi di una persona a scapito degli interessi della collettività), istitutiva del legittimo impedimento per le più alte cariche dello Stato, voluta dal fondatore dello stesso partito, anch’essa approvata, nonostante fosse in aperto contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e successivamente abolita dal referendum popolare del maggio scorso, il quale manifestava la propria indisponibilità a far approvare privatizzazioni che possano in qualche modo favorire le Cooperative Rosse. Una considerazione ineccepibile dal punto di vista della correttezza istituzionale, perché le privatizzazioni, al pari di tutti gli altri provvedimenti di legge, devono tutelare l’interesse di tutti, non solo di una cerchia ristretta di eletti, come faceva il famoso lodo che portava il suo nome, che un recente referendum popolare ha spazzato via.
Collegando l’autorevole affermazione sopra riportata, con il comportamento tenuto in aula, dallo stesso e dai suoi colleghi di partito in merito alla vicenda Cosentino, appare evidente come l’ex Ministro di Giustizia sia si preoccupato di non fare favori alle Cooperative Rosse, ma soprattutto di non recare torto al clan dei casalesi.
Purtroppo questo è lo spessore intellettuale e morale della nostra classe politica, votata in Parlamento con una legge elettorale poco pulita, ideata da uno dei politici italiani intellettualmente meno dotati, capace di anteporre gli interessi dei partiti ai diritti della popolazione e che nonostante questo, la Corte Costituzionale ha impedito che venisse abolita da un referendum popolare, per il quale erano state raccolte oltre il doppio delle firme necessarie.
In barba all’articolo 1 della Costituzione, il quale afferma che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Pertanto non dobbiamo meravigliarci se gli altri Paesi Europei ridono di noi, dobbiamo invece destarci, riprenderci i nostri diritti e cacciare questi corrotti dal Parlamento, prima che sia troppo tardi.
Per concludere, credo sarebbe opportuno aggiornare quella famosa e inopportuna scritta, che ingiustamente campeggia nelle aule dei nostri tribunali, che afferma: “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”, per renderla più coerente con l’applicazione della giustizia nel nostro Paese, basterebbe l’aggiunta di una sola parola, in modo che divenga: “LA LEGGE E’ QUASI UGUALE PER TUTTI” ed il suo significato sarebbe pienamente coerente con l’andamento dei nostri procedimenti giudiziari.
Bordano, lì 17-01-2012
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1 commenti:
un mio compaesano, ai tempi di mio padre scrisse sotto la frase "la legge è uguale per tutti" (sicuramente in un tribunale) aggiunse: per tutti i FESSI. ahahah.. saggezza popolare.