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giovedì 12 gennaio 2012
Il Libro V della Politica di Aristotele descrive l’eterna transizione di oligarchie che si fanno aristocrazie ereditarie, che finiscono per essere rovesciate da tiranni, o sviluppano rivalità interne quando alcune famiglie decidono di “arruolare le moltitudini nel loro campo” e di introdurre la democrazia, all’interno della quale emerge ancora una volta una oligarchia, seguita da aristocrazia, e poi democrazia, e così via nel corso della storia.
Il debito è stata la principale dinamica che ha guidato questi cambiamenti, sempre con nuovi colpi di scena e trasformazioni.
Si polarizza la ricchezza, creandosi una classe di creditori, il cui governo oligarchico giunge alla fine quando nuovi leader (“tiranni” per Aristotele) ottengono l’appoggio popolare, cancellando i debiti e ridistribuendo i patrimoni, o trasferendo nelle casse dello Stato le rendite patrimoniali.
Fin dal Rinascimento, però, i banchieri hanno spostato il loro sostegno politico verso le democrazie. Questo non rifletteva convinzioni politiche egualitarie o liberali in quanto tali, ma piuttosto un desiderio di maggiore sicurezza per i loro prestiti. Come James Steuart ha spiegato nel 1767, l’indebitamento finanziario dei re rimaneva un affare privato, ​​piuttosto che un debito veramente pubblico [1]. Quando i debiti dei sovrani divennero vincolanti per l’intera nazione, i rappresentanti eletti hanno dovuto imporre tasse per pagare le spese per interessi.
Dando ai contribuenti voce nel governo, le democrazie olandesi e britanniche hanno fornito ai creditori molte più assicurazioni di pagamento di quelle prodotte da re e principi, i cui debiti morivano con loro.
Ma le recenti proteste contro il debito alzatesi dall’Islanda alla Grecia e alla Spagna suggeriscono che i creditori stanno spostando il loro sostegno lontano dalle democrazie. Costoro stanno esigendo austerità di bilancio e fiscali, e perfino svendite per privatizzazioni.
Siamo in presenza di una trasformazione della finanza internazionale con nuove caratteristiche da stato di guerra. L’obiettivo della finanza è lo stesso delle conquiste militari del passato: appropriarsi di territori e risorse minerarie, quindi impadronirsi di infrastrutture-“beni comuni”, e riscuotere tributi. Di conseguenza, le democrazie stanno chiedendo attraverso referendum la possibilità di pagare i creditori con la dismissione del patrimonio pubblico e coll’aumento delle tasse, ingenerando così la disoccupazione, la diminuzione dei salari e la depressione economica.
L’alternativa è quella di svalutare i debiti o addirittura annullarli, e di riaffermare il controllo delle leggi sul settore finanziario.
I governanti del Vicino Oriente decidevano per decreto di fare tabula rasa dei debiti per preservare l’equilibrio economico
Far pagare gli interessi sugli anticipi di beni o di denaro non era in origine destinato a creare polarizzazioni nei sistemi economici.
All’inizio del terzo millennio a.C. il debito veniva regolato soprattutto da accordi contrattuali fra i templi e i palazzi (vale a dire da sacerdoti e regnanti) con i mercanti e gli imprenditori, che di solito lavoravano nell’ambito della burocrazia reale: si presupponeva che l’interesse al 20 per cento (che doppiava il capitale in cinque anni) si approssimasse ad una giusta proporzione sui rendimenti da traffici commerciali a lunga distanza, o da affitti di terra e di altre strutture pubbliche quali laboratori, navi e fabbriche di birra.
Quando questa procedura venne privatizzata mediante esattori reali di canoni di utenze e di affitti, la “divina regalità” pose sotto la sua protezione i debitori agrari.
Le leggi di Hammurabi (ca. 1750 a.C.) cancellavano i loro debiti in tempi di inondazioni o siccità. Tutti i governanti della dinastia babilonese iniziavano il loro primo anno di insediamento sul trono eliminando i debiti agrari e cancellando gli arretrati di pagamento, proclamando una sanatoria totale. Diritti sui servi, sui terreni o sui raccolti e altri impegni venivano restituiti ai debitori per “ristabilire l’ordine” in un ideale stato “originale” di equilibrio.
Questa pratica entrava in vigore nell’Anno Giubilare della Legge Mosaica, in Levitico 25.
La logica era abbastanza chiara. Le società antiche avevano bisogno di mettere in campo eserciti a difesa della propria terra, e questo richiedeva la liberazione dalla schiavitù dei cittadini indebitati. Le leggi di Hammurabi proteggevano i conduttori di carri da guerra e altri combattenti dall’essere ridotti in schiavitù per debiti, e impedivano ai creditori di prendersi i raccolti degli affittuari di terreni reali, pubblici e demaniali, che dovevano fornire manodopera e servizio militare al palazzo.
In Egitto, il faraone Bakenranef (c. 720-715 a.C., “Bocchoris” in greco) proclamò un’amnistia dei debiti e abolì la schiavitù per debito di fronte a una minaccia militare dall’Etiopia. Secondo Diodoro Siculo (I, 79, scrivendo nel 40-30 a.C.), il faraone aveva stabilito che se un debitore contestava il credito, il debito veniva annullato se il creditore non era in grado di sostenere le sue affermazioni con la produzione di un contratto scritto. (Sembra che i creditori siano sempre stati inclini ad esagerare i saldi dovuti). Il faraone motivava che “i corpi dei cittadini dovevano appartenere allo Stato, al fine che questo potesse avvalersi dei servizi che i cittadini gli dovevano, sia in tempo di guerra che di pace. Sarebbe assurdo per un soldato … essere trascinato in prigione dal suo creditore per un prestito non pagato, e l’avidità di privati ​​cittadini avrebbe in questo modo messo a repentaglio la sicurezza di tutti.”
Il fatto che i principali creditori nel Vicino Oriente fossero il palazzo, i templi e i loro esattori rendeva politicamente semplice cancellare i debiti. È sempre facile annullare i debiti nei confronti di se stessi. Anche gli Imperatori romani bruciavano i registri fiscali per evitare le crisi.
Ma divenne molto più difficile cancellare i debiti dovuti a creditori privati, ​​quando la pratica di far pagare gli interessi si diffuse verso ovest, presso coloro che ricoprivano il rango di capo nel bacino del Mediterraneo intorno al 750 a.C.
Invece di consentire alle famiglie di colmare le differenze tra entrate ed uscite, il debito divenne la leva principale dell’espropriazione della terra, polarizzando le comunità tra oligarchie di creditori eclienti indebitati. In Giuda, il profeta Isaia (5, 8-9) lanciava l’anatema contro i creditori: “aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finchè agli altri non verrà lasciato spazio, e vivrete da soli sulla terra.”
Il potere dei creditori e una crescita stabile raramente sono andati di concerto. La maggior parte dei debiti personali in questo periodo classico erano il prodotto di piccole somme di denaro prestate a individui che vivevano ai margini della sussistenza e che avevano poche possibilità di sbarcare il lunario. La confisca dei terreni e dei beni – e la privazione della libertà personale – costringevano i debitori ad una condizione di schiavitù, che diveniva irreversibile.
Dal VII secolo a.C., i “tiranni” (leader popolari) emersero per rovesciare le aristocrazie di Corinto e di altre ricche città della Grecia, ottenendo il sostegno con la cancellazione dei debiti.
In modo meno tirannico, Solone fondava la democrazia ateniese nel 594 a.C., mettendo al bando la schiavitù per debiti.
Ma le oligarchie riemersero e invocarono l’intervento di Roma, quando i re di Sparta Agide,  Cleomene, e il loro successore Nabis cercarono di cancellare i debiti verso la fine del III secolo a.C. Vennero uccisi ed i loro sostenitori cacciati.
È stata una costante politica della storia fin dall’antichità, che gli interessi dei creditori si contrapponessero sia alla democrazia popolare che al potere dei re, quando costoro cercarono di limitare la conquista finanziaria della società – una conquista volta a sfruttare il pagamento dei crediti e degli interessi sul debito per incamerare la maggior parte possibile della rendita economica. Quando i fratelli Gracchi e i loro seguaci tentarono di riformare le leggi sul credito nel 133 a.C., la classe senatoria dominante reagì con violenza, uccidendoli e inaugurando un secolo di guerra sociale, risolte con l’ascesa di Augusto come imperatore nel 29 a.C.
L’oligarchia creditoria di Roma vince la Guerra sociale, rende schiave le popolazioni e da il via a secoli bui
Le faccende si fecero più sanguinose all’estero.
Aristotele non ha trattato della costituzione dell’Impero come parte del suo schema politico, ma la conquista straniera è sempre stata un fattore importante nell’imposizione di debiti, e i debiti di guerra sono stati la causa principale del debito pubblico nei tempi moderni.
Nell’antichità, è stata Roma ad imporre più ferocemente il debito, i creditori romani allungavano le mani ad affliggere l’Asia Minore, la provincia romana più prospera. Quando arrivavano i pubblicani, “cavalieri” esattori, lo stato di diritto veniva completamente cancellato.
Mitridate del Ponto ha guidato tre rivolte popolari, e le popolazioni locali della città di Efeso e di altre città si sollevarono, e si riporta che vennero uccisi 80.000 Romani nel 88 a.C.
L’esercito romano reagì, e nel 84 a.C. Silla impose un tributo di guerra di 20.000 talenti. Gli oneri per interessi retroattivi moltiplicarono la somma di sei volte, al 70 a.C.
Tra gli storici di riferimento di Roma, Livio, Plutarco e Diodoro hanno imputato la caduta della Repubblica all’intransigenza creditoria, che poi condusse alla secolare guerra sociale segnata da omicidi politici, dal 133 al 29 a.C.
Leader populisti cercarono di ottenere un seguito sostenendo la cancellazione dei debiti (ad esempio, la congiura di Catilina nel 63-62 a.C.). Vennero massacrati. Con il II secolo d.C., circa un quarto della popolazione era ridotta in schiavitù. Dal V secolo, l’economia di Roma collassava, spossessata di denaro. Una esistenza di sussistenza indusse la gente a ritornare alle campagne.
I creditori trovarono una ragione legalistica a sostegno della democrazia parlamentare
Quando i banchieri si risollevarono dopo il saccheggio di Bisanzio da parte dei Crociati (quarta crociata – 1204) e immisero l’argento e l’oro a modificare il commercio dell’Europa occidentale, l’opposizione cristiana all’imposizione di interessi bancari veniva superata dalla associazione di prestigiosi istituti di credito (i Cavalieri Templari e Ospitalieri avevano fornito credito durante le Crociate) con i loro clienti più importanti – i re , in primo luogo per fornire fondi alla Chiesa e sempre di più per fare la guerra.
Tuttavia, i debiti reali diventavano inesigibili quando i re morivano.
I Bardi e i Peruzzi finirono in bancarotta nel 1345, quando Edoardo III ripudiò i suoi debiti di guerra. Famiglie di banchieri persero capitali sui prestiti concessi ai despoti Asburgo e Borbone che sedevano sul trono di Spagna, Austria e Francia.
Le cose cambiarono con la democrazia olandese, quando gli Olandesi cercarono di conquistare ed assicurarsi la libertà dagli Asburgo di Spagna. Il fatto che il parlamento olandese potesse contrarre un debito pubblico consolidato per conto dello Stato abilitò i Paesi Bassi ad accendere prestiti per assumere al proprio servizio mercenari, in un’epoca in cui il denaro e il credito erano il nerbo della guerra.
Richard Ehrenberg nel suo libro “Capitale e Finanza nell’età del Rinascimento” (1928) ha scritto che l’accesso al credito “rappresentava dunque l’arma più potente nella lotta per la loro libertà”:
“Chiunque forniva crediti a un principe sapeva che il rimborso del debito dipendeva solo dalla capacità e dalla volontà del debitore di pagare. Il caso era molto diverso per le città, che avevano potere quanto i nobili, ma anche per le corporazioni, per le associazioni di individui uniti da interessi comuni. Secondo una norma generalmente accettata, ogni singolo cittadino era responsabile per i debiti della città, sia con l’esposizione della sua persona che delle sue proprietà.” [2]
L’obbiettivo finanziario dei governi parlamentari era dunque quello di concedere crediti che non obbligassero personalmente solo il principe, ma che fossero veramente pubblici e vincolanti, indipendentemente da chi occupasse il trono.
È per questo che le prime due nazioni democratiche, i Paesi Bassi e la Gran Bretagna dopo la sua rivoluzione del 1688, svilupparono i più attivi mercati di capitali e procedettero nel cammino che le portò a diventare potenze militari dominanti.
È ironico che sia stata la necessità di finanziare la guerra a promuovere la democrazia, formando una trinità simbiotica tra il “fare la guerra”, il “credito” e la “democrazia parlamentare”, simbiosi che è durata fino ai nostri giorni.
A quel tempo “la posizione giuridica del Re in quanto debitore era poco chiara, ed era del tutto aleatorio se i suoi creditori avessero qualche possibilità di risarcimento in caso di default.” [3]
Più la Spagna, l’Austria e la Francia divennero dispotiche, maggiori difficoltà trovavano nel recepire finanziamenti per le loro avventure militari. Alla fine del XVIII secolo, l’Austria era stata lasciata “senza credito, e di conseguenza senza molti  debiti”, era il paese meno degno di credito e peggio armato d’Europa, totalmente dipendente da sovvenzioni e dalle garanzie di prestito della Gran Bretagna nel corso delle guerre napoleoniche.
La finanza si conforma alla democrazia, ma poi preme per il sistema oligarchico
Mentre le riforme democratiche del XIX secolo riducevano il potere delle aristocrazie fondiarie di controllare i parlamenti, i banchieri si muovevano con flessibilità, per raggiungere un rapportosimbiotico con quasi ogni forma di governo.
In Francia, i seguaci di Saint-Simon (socialisti utopistici) promuovevano il concetto di “banca” come agente di fondi comuni di investimento, che concede credito in cambio di titoli azionari.
Lo Stato tedesco strinse un’alleanza con le grandi banche e l’industria pesante.
Marx descrisse ottimisticamente su come il socialismo avrebbe preparato una finanza produttiva piuttosto che parassitaria.
Negli Stati Uniti, la regolamentazione dei servizi pubblici è andata di pari passo con la garanzia di profitti sicuri.
In Cina, Sun-Yat-Sen [considerato il fondatore della Cina moderna e uno dei più importanti rivoluzionari cinesi, tra i primi a proporre il rovesciamento dell’Impero Cinese e a considerare il problema della democrazia, N.d.t.] ha scritto nel 1922:
Ho intenzione di portare tutte le industrie nazionali della Cina in un Grande Trust di proprietà del popolo cinese, anche finanziate con capitali internazionali a reciproco vantaggio”.[4]
La Prima guerra mondiale ha visto gli Stati Uniti sostituire la Gran Bretagna tra i principali paesi creditori, e alla fine della Seconda guerra mondiale gli USA avevano accantonato circa l’80 per cento dell’oro monetario del mondo.
I diplomatici usamericani determinarono le strutture del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, secondo direttive orientate al credito per finanziare gli scambi commerciali, procurando dipendenza economica soprattutto nei confronti degli Stati Uniti.
I prestiti per finanziare il commercio e i deficit nella bilancia dei pagamenti sono stati oggetto di “situazioni condizionali” che hanno spostato la pianificazione economica nelle mani di oligarchie clientelari e di dittatori militari.
Tuttavia, la risposta democratica ai piani di austerità adatti a spremere interessi sul debito non è stata in grado di andare al di là delle “proteste contro il FMI”, almeno fino a quando l’Argentina non ha rigettato i suoi debiti con l’estero.
Un simile austerità tutta a favore dei creditori viene ora imposta all’Europa dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dall’apparato burocratico dell’Unione Europea.
I governi apparentemente socialdemocratici si sono mossi tutti nella direzione del salvataggio delle banche, piuttosto che verso il rilancio della crescita economica e dell’occupazione. Le perdite dovute a prestiti sbagliati e a speculazioni bancarie errate sono state addossate ai bilanci pubblici, mentre la spesa pubblica è stata ridimensionata, e si è arrivati persino a vendere le infrastrutture dello Stato.
La risposta dei contribuenti a cui sono stati accollati i debiti è stata quella di proteste popolari montanti, che hanno avuto il loro inizio in Islanda e in Lettonia nel gennaio 2009, e si sono diffuse quest’autunno in Grecia e in Spagna, per manifestare contro il rifiuto dei governi di tenere referendum su questi letali salvataggi dei detentori stranieri dei titoli di Stato.
La pianificazione trasferita dai rappresentanti pubblici eletti ai banchieri
Tutte le economie sono pianificate. Tradizionalmente questa è sempre stata la funzione dei governi. Abbandonare questo ruolo sull’onda dello slogan “mercati liberi!” pone la pianificazione economica sulle mani dei banchieri.
Tuttavia, la prerogativa della pianificazione della formazione e dell’allocazione del credito risulta ancora più centralizzata rispetto a quando questa prerogativa era di competenza dei funzionari pubblici eletti. E, a peggiorare le cose, l’arco di tempo delle attività  finanziarie è a breve scadenza, “mordi e fuggi”, fattore che finisce per smontare la pianificazione.
Cercando il proprio tornaconto, le banche tendono a distruggere le strutture dell’economia. Il surplus finisce per essere divorato dagli interessi e da altri oneri finanziari, senza concedere entrate per nuovi investimenti di capitale o per la spesa sociale di base.
Questo è il motivo per cui cedere il controllo politico alla classe dei creditori raramente ha comportato una crescita economica e un aumento della qualità della vita.
La tendenza per cui il debito cresce più rapidamente della capacità della popolazione di ripagarlo è stata una costante fondamentale in tutta la storia documentata. I debiti crescono esponenzialmente, assorbendo l’avanzo di bilancio e riducendo la gran parte della popolazione nella costrizione ai lavori forzati per risarcire.
Per ristabilire l’equilibrio economico, l’antico grido di sfogo per la cancellazione dei debiti ha sempre invocato ciò che durante l’Età del Bronzo nel Vicino Oriente si otteneva per decreto reale: l’annullamento dei debiti cresciuti esponenzialmente.
In tempi più vicini al nostro, le democrazie hanno fatto valere il potere di uno Stato forte di tassare i profitti e i capitali dovuti alla rendita e, quando richiesto, di depennare i debiti.
Questo si può fare più facilmente quando è lo Stato stesso a creare moneta e credito. Si può fare meno facilmente quando le banche trasformano i loro profitti in potere politico. Quando si permette alle banche di auto-regolarsi, e di imporre veti sull’azione del governo, l’economia viene distorta per consentire ai creditori di abbandonarsi ai giochi d’azzardo della speculazione e a vere e proprie frodi, come quelle che hanno marcato l’ultimo decennio.
La caduta dell’Impero romano dimostra ciò che avviene quando le esigenze proterve dei creditori vanno fuori controllo. In queste condizioni, l’alternativa alla pianificazione e alla regolamentazionedel settore finanziario da parte governativa tutta a favore del credito spiana la strada al servaggio per debiti.

Il rimborso del debito, di  Jorge Alaminos

Finanza contro governo; oligarchia contro democrazia
La democrazia comporta la subordinazione delle dinamiche del sistema finanziario al perseguimento dell’equilibrio e della crescita economica, e la tassazione dei profitti darendita o il mantenimento dei monopoli dei servizi fondamentali nelle mani pubbliche.
Il non tassare o il privatizzare le rendite dei patrimoni le rende “libere” di venire impegnate nelle banche, per essere capitalizzate ancora più attraverso il prestito. Finanziata dalla speculazione sul debito, l’inflazione “asset-price” aumenta la ricchezza dei redditieri mentre indebita il sistema economico in generale. [L’inflazione “ asset-price”  è un fenomeno economico che indica un aumento del valore degli asset, rispetto ai beni e servizi comuni. Asset tipici sono gli strumenti finanziari come titoli, azioni, e i loro derivati, beni patrimoniali e capitali.]
L’economia si contrae, precipitando a valore negativo.
Il settore finanziario ha conquistato un’influenza tale da utilizzare queste contingenze come un’opportunità per convincere i governi che l’economia collasserà se non “si salvano le banche”. In pratica questo significa consolidare il controllo delle banche sulla politica, e questo controllo viene esercitato in modo da polarizzare ulteriormente il sistema economico.
Il modello di riferimento è quanto è successo nell’antica Roma, nel passaggio dalla democrazia all’oligarchia. In realtà, dando priorità ai banchieri e lasciando che la pianificazione economica sia dettata dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale si concreta la minaccia di privare lo Stato-nazione del potere di coniare o stampare moneta e di riscuotere le tasse.
Il conflitto che ne risulta sta contrapponendo gli interessi della finanza contro l’autodeterminazione dello Stato nazionale. L’idea di una Banca centrale indipendente come “marchio distintivo di democrazia” è un eufemismo della rinunzia delle decisioni politiche più importanti – la capacità di creare moneta e credito – in favore del settore finanziario.
Invece di affidare le scelte politiche a referendum popolari, oggi la principale causa dell’aumento del debito nazionale deriva dal salvataggio delle banche organizzato dall’Unione Europea e dalla BCE.
I debiti bancari privati, ​​addossati ai bilanci statali dell’ Irlanda e Grecia, sono stati trasformati in tassazioni imposte ai contribuenti. Lo stesso vale per il bilancio degli Stati Uniti a cui sono stati ascritti 13 trilioni di dollari dal settembre 2008 (compresi i 5,3 trilioni di mutui ipotecari tossici  dei giganti statunitensi dei mutui ipotecari Fannie Mae e Freddie Mac ascritti al bilancio governativo, e i 2 trilioni di dollari di swap tossici della Federal Reserve).
Tutto ciò è stato dettato dai procuratori del mondo della finanza, definiti eufemisticamentetecnocrati. Designati dai lobbisti creditori, il loro ruolo effettivo è di calcolare quanta disoccupazione e depressione siano necessarie per spremere un attivo di bilancio per pagare i creditori di debiti, ora registrati sui libri contabili dello Stato.
Ciò che rende questo calcolo autolesionista è il fatto che la contrazione economica – deflazione per debiti – rende il gravame del debito ancora più non risarcibile.
Né le banche, né le autorità pubbliche (o, se è per questo, nemmeno accademici di chiara fama) hanno preso in considerazione l’effettiva capacità economica di pagare i debiti, ossia di pagare senza avere una strozzatura dell’economia.
Attraverso i loro mezzi di informazione e i loro centri-studi, hanno convinto le popolazioni che il modo per diventare ricchi più rapidamente fosse quello di prendere in prestito denaro per acquistare immobili, azioni, obbligazioni e titoli di Stato, quando questi aumentavano di prezzo – essendo stati gonfiati dal credito bancario – e di revocare la tassazione progressiva della ricchezza imposta nel secolo scorso.
Per definire la questione in modo diretto, il risultato è sfociato in un sistema economico ciarpame. Lo scopo è quello di invalidare i controlli e i contrappesi pubblici, spostando il potere di pianificazione nelle mani dell’alta finanza, con la convinzione che questo si dimostra più efficiente della regolamentazione pubblica.
La pianificazione e l’imposizione delle tasse da parte dei governi vengono accusate di tracciare “la strada verso la schiavitù”, come se i “liberi mercati” controllati da banchieri, ai quali vengono concessi margini di azione sconsiderata e sprezzante, non fossero impostati su interessi particolari tali da risultare oligarchici e non democratici.
Ai governi si ingiunge di pagare debiti di salvataggio assunti non per difendere i propri paesi in uno stato di guerra come nel passato, ma a beneficio degli strati più ricchi della popolazione che trasferiscono le proprie perdite sui contribuenti.
La mancata considerazione delle richieste degli elettori pone i debiti nazionali risultanti su un terreno instabile politicamente e anche legalmente. I debiti imposti per decreto da governi o da agenzie finanziarie straniere a fronte di una decisa opposizione popolare possono essere solo di dimensioni ridotte, come quelli degli Asburgo e di altri despoti in epoche passate. In mancanza di una convalida popolare, questi debiti possono decadere insieme al regime che li ha contratti.
I nuovi governi dovrebbero agire democraticamente per subordinare il settore bancario e quello finanziario a porsi al servizio dell’economia, e non in modo contrario.
Intanto, dovrebbero imporre il pagamento delle imposte con la reintroduzione della tassazione progressiva dei patrimoni e delle rendite, spostando il carico fiscale sui redditieriricchi di proprietà. La ri-regolamentazione del settore bancario e lo stabilire un’opzione pubblica per il credito e i servizi bancari potrebbero rinnovare il programma democratico e sociale che sembrava ben avviato un secolo fa.
L’Islanda e l’Argentina sono gli esempi più recenti, ma possiamo guardare indietro alla moratoria sui debiti di guerra interalleati e le riparazioni della Germania nel 1931 (*).
Sussiste un principio fondamentale, tanto matematico, quanto politico: i debiti che non possono essere ripagati, non lo saranno.
[1] James Steuart, Principles of Political Oeconomy (1767), p. 353.
[2] Richard Ehrenberg, Capital and Finance in the Age of the Renaissance (1928):44f., 33.
[3] Charles Wilson, England’s Apprenticeship: 1603-1763 (London: 1965):89.
[4] Sun Yat-Sen, The International Development of China (1922):231ff.
(*) I debiti interalleati e le riparazioni di guerra: Al termine della Prima guerra mondiale quasi tutti i paesi erano indebitati e molti di essi erano allo stesso tempo debitori e creditori. Gli Stati Uniti erano diventati il principale paese creditore, ma anche la Gran Bretagna vantava grossi crediti. Il debitore principale era la Francia, seguita dall’Italia e dal Belgio.
I paesi europei consideravano i debiti come una parte dello sforzo congiunto degli Alleati per vincere la guerra e suggerirono dapprima di annullarli e, poi, di ridefinirli o di collegarli al pagamento delle riparazioni dovute dai Tedeschi.
Gli Stati Uniti, invece, ritenevano i debiti solo una conseguenza della fornitura di beni e servizi e pretesero che fossero interamente onorati. Ma, con il tempo, si accorsero che ciò era impossibile, a causa dell’enormità del credito e furono obbligati a stipulare accordi con i paesi debitori.
Più complessa fu la questione del pagamento delle indennità di guerra, dovute quasi tutte dalla Germania, che si dissero “riparazioni” per sottolineare che si trattava di un risarcimento versato dai Tedeschi perché ritenuti responsabili della guerra. Il pagamento delle riparazioni contribuì ad accelerare l’inflazione tedesca e a far precipitare il valore del marco.
Ben presto la Germania non fu più in grado di far fronte ai propri impegni, ma gli Alleati non vollero concedere una moratoria. Ciò indusse a riesaminare la questione delle riparazioni. e nel 1924 la Commissione per le riparazioni approvò il cosiddetto “piano Dawes” (da Charles C. Dawes), che sostanzialmente riduceva l’ammontare delle annualità dovute dalla Germania, senza ritoccare il debito globale.
Dopo di allora i pagamenti furono regolari per alcuni anni, ma il meccanismo s’inceppò nella prima metà del 1929, quando i prestiti statunitensi furono drasticamente ridotti, cosa che indusse molte banche estere a ritirare i crediti a breve scadenza accordati ad imprese tedesche.
Un comitato diretto dall’uomo d’affari statunitense Owen D. Young preparò un nuovo piano, che prevedeva sia una riduzione del debito complessivo, sia un ridimensionamento delle annualità da pagare. Il “piano Young” ebbe breve vita, poiché era ormai iniziata la grande crisi.
Nel giugno del 1931 il presidente statunitense Herbert Hoover propose una moratoria dei debiti tedeschi, che in sostanza mise fine al pagamento delle riparazioni e dei debiti interalleati. [N. d. t.]


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