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domenica 6 novembre 2011
Orsi polariUn recente studio dell'International Union for Conservation of Nature (IUCN) rivela che l'habitat degli orsi polari potrebbe subire una drastica riduzione nel giro di 10 anni. Gli scienziati si appellano ai 'grandi della Terra' ma anche ai singoli cittadini: bisogna ridurre da subito le emissioni di gas serra.
Da sempre l'orso polare è stato il simbolo delle specie a rischio estinzione. L'allarme è stato lanciato più volte ma oggi questo pericolo è più che mai reale. Un recente studio dell'International union for conservation of nature (IUCN) rivela infatti che l'habitat marino estivo ghiacciato dell'orso polare sta subendo delle drastiche riduzioni e potrebbe persino scomparire del tutto nel giro di 10 anni.
Il riscaldamento globale in costante crescita potrebbe infatti portare allo scioglimento totale dei ghiacciai estivi, con gravissime conseguenze per questi grandi predatori terrestri. Le banchise ghiacciate sono infatti i luoghi prediletti di caccia degli orsi bianchi, che d'estate preparano le riserve di grasso per affrontare il lungo digiuno invernale. Meno ghiacci significherà meno cibo e meno capacità di riproduzione, con effetti a catena che potrebbero essere fatali per la sopravvivenza di questa specie, e non solo.

Solo quest'inverno le temperature hanno raggiunto picchi di 14 gradi sopra le medie stagionali. Secondo l'Arctic Climate Impact Assessment (ACIA) tra il 1960 e il 1990 è scomparso circa il 40% dello strato di ghiaccio. E potrebbe scomparire completamente prima della fine del secolo.
Sempre secondo l' ACIA i fenomeni che stanno sconvolgendo i poli della Terra non hanno conseguenze solo a livello locale. L'Artico non è solo la regione più vulnerabile ai cambiamenti climatici, ma funge altresì da vero e proprio regolatore del clima del nostro pianeta. Il ghiaccio ad esempio ha un ruolo importante nel riflettere la luce solare: col suo scioglimento la Terra assorbirà più energia e più raggi ultravioletti e il tasso di riscaldamento subirà un incremento non ancora quantificabile.
L'appello unanime degli scienziati è di ridurre subito le emissioni di CO2 e dunque l'utilizzo di combustibili fossili.
In occasione della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Copenaghen del 2009, la IUCN ha lanciato un appello ai grandi della Terra affinché giungano a un accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni di gas serra e sulle misure di adattamento al cambiamento climatico. Ma l'appello è indirizzato anche ai semplici cittadini: “Anche le persone comuni possono contribuire ad evitare queste tragiche perdite – ha spiegato Simon Stuart, della Species survival commission della Iucn – Possono ridurre il proprio personale impatto sul clima e chiedere con decisione ai rispettivi governi di intervenire”.
La stessa Iucn chiede di puntare, oltre che sulla drastica riduzione delle emissioni climalteranti, sulla cosiddetta Ecosystem-based Adaptation (EbA), vale a dire sull'approccio basato sulla conservazione e sulla gestione sostenibile delle risorse naturali, allo scopo di mantenere i servizi ecosistemici che la natura stessa fornisce e che rappresentano il nostro principale alleato nel contrasto degli effetti del cambiamento climatico.
“La EbA aiuta l'umanità a far fronte a vecchie e nuove sfide ambientali – ha dichiarato Ninni Ikkala, coordinatore del settore Cambiamento climatico della Iucn – e, soprattutto, dà la possibilità alle comunità locali di prendere autonomamente le proprie decisioni e di beneficiarne appieno”.
LeoneQUANDO il re muore, non è detto che i sudditi gioiscano. Il declino di leoni e altri grandi felini è tutt'altro che una buona notizia per gli altri abitanti di praterie o foreste. Negli ultimi 20 anni, secondo i dati dell'International Union for Conservation of Nature (Iucn), sono scomparsi il 30 per cento dei leoni e oggi ne sono rimasti meno di 40mila in libertà. Sono infatti rari gli animali che vivono al di fuori di riserve, parchi nazionali e zoo, in regni troppo sminuzzati per mantenere alto il potere dei loro sovrani.
La popolazione dei leopardi si è ridotta di 50mila su 750mila. Di ghepardi un tempo se ne contavano 45mila mentre oggi 12mila mancano all'appello. Né la loro uniformità genetica, come nelle famiglie troppo piccole in cui gli individui si incrociano fra loro, fa ben sperare per la salute degli esemplari del futuro. Le tigri sono ridotte a poche migliaia rispetto alle 50mila di mezzo secolo fa. Anche per loro, una vita in gabbia è diventata ipotesi più probabile di un'esistenza in libertà. E proprio a questa specie la “lista rossa” dell'Iucn riserva lo status peggiore fra i grandi felini, quello di “a rischio estinzione”. Posizione condivisa con il leopardo delle nevi: intorno ai 5mila esemplari rimasti e un crollo del 20 per cento nelle ultime due generazioni (16 anni).
“A questo ritmo rischiamo di veder estinguere i grandi felini nel giro di 10-15 anni”afferma il naturalista e documentarista Dereck Joubert a Usa Today, probabilmente esagerando ma puntando il dito su un problema reale. Tanto che la storica rivista National Geographic ha lanciato la sua “Big Cats Initiative”, iniziativa a favore dei grandi felini, per raccogliere fondi e adottare misure a protezione dei grandi predatori minacciati. In occasione di Halloween, gli aderenti all'iniziativa hanno pensato di bussare a tutte le case chiedendo una donazione per leoni, tigri e pantere accanto al tradizionale dolcetto.
LeoneNon sarà facile per i seguaci di Halloween combattere il ruolo delle ossa e delle pelli dei grandi predatori nella medicina e nei rituali tradizionali di Asia e Africa. Dalle varie parti del corpo di una tigre, un cacciatore di frodo può ottenere un ricavo fino a 50mila dollari, calcola un'inchiesta dello Smithsonian Magazine. In vari paesi dell'Africa, invece, per decimare la popolazione di iene si usa spargere veleno sulle carcasse di cui si cibano. Senza contare che all'arrivo del re degli animali le iene terrorizzate finiscono col consegnargli la preda. Le sostanze inquinanti di cui ci lamentiamo perché riducono la fertilità della nostra specie, poi, agiscono anche sull'efficienza riproduttiva dei grandi felini. Ma mentre gli uomini hanno appena raggiunto quota sette miliardi, le statistiche di leoni e cugini sono assai più cupe.
L'uso di zanne e pelli per scopi afrodisiaci o di cura delle malattie non è l'unica pazzia umana con cui gli animali feroci devono fare i conti. Una decina di giorni fa in Ohio un uomo si è suicidato dopo aver liberato lo zoo di animali esotici che conservava nel suo ranch di 30 ettari. I 56 fra leoni (addirittura 17), tigri e orsi hanno seminato il panico fra la popolazione. Poi ovviamente sono stati abbattuti uno dopo l'altro dalle autorità dopo una caccia durata due giorni. Paradossalmente, sottolinea uno studio recente su Science, non sono solo i grandi predatori delle praterie e delle foreste a soffrire per bracconaggio e degradazione dell'habitat. Anche gli squali, i signori dei mari, e i lupi delle montagne se la passano male. Praticamente tutte le specie all'apice della catena alimentare sono in calo. E anche se l'idea di un mondo dove scorra meno sangue può apparire accattivante, rischia di causare squilibri e ripercussioni lungo tutti i piani più bassi della catena alimentare. Creando quello che Science ha definito “l'effetto più pervasivo creato dall'uomo ai danni della natura”.
fonte: Repubblica

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