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sabato 1 ottobre 2011
Alla Latteri, medicine dimezzate per far quadrare i conti. L'ordine di tagliare il disintossicante dopo la chemioterapia: "Perché spendere? Ci danno solo 100 euro. I parenti sperano che muoia: non gli faccio altri 10 giorni di albumina Sono soldi a matula". L'assessore Russo: se fatti accertati, convenzione a rischio
L'ordine perentorio della dottoressa Maria Teresa Latteri fu: togliere il Tad, il disintossicante generalmente somministrato ai malati di tumore dopo la chemioterapia. Ma l'ordine non riguardava tutti i pazienti, solo quelli entrati nella clinica di via Cordova con un "day service", per cui la Regione rimborsa solo 100 euro a seduta. "Perché dobbiamo spendere soldi...", esclamò la dottoressa Latteri davanti ai suoi collaboratori, e non sospettava certo che nel suo ufficio alla clinica Latteri c'era una microspia piazzata dai carabinieri del Nas su ordine del sostituto procuratore Amelia Luise. Era il 2 settembre 2009, due mesi dopo il decreto con cui l'assessorato regionale alla Sanità tagliava i rimborsi alle cliniche e imponeva che le sedute di chemioterapia dovevano essere fatte quasi esclusivamente senza più ricoveri, molto più costosi.
Fu una discussione dai toni animati quella intercettata alla Latteri, e adesso è finita agli atti dell'inchiesta che vede indagati i vertici di alcune cliniche private palermitane, per una truffa sui rimborsi di esami e ricoveri. "Glielo devi fare (il Tad - ndr), ma che fa scherziamo? - provò ad opporsi la dottoressa Maria Rosaria Valerio - il paziente si vomita, si disidrata". La risposta della Latteri, che gestisce la clinica di via Cordova, fu risoluta: "Allora non hai capito che la prassi che fai tu costa alla clinica duecentocinquanta euro e quello mi dà cento euro". "Quello" era l'assessore alla sanità.
Il medico provò ad insistere: "Tu devi capire quello che io faccio al paziente". Ma la Latteri sembrava determinata: "Non si può fare, non si può fare. Continuo a dire che non si può fare così". Qualche tempo dopo, i carabinieri del Nas andarono a controllare le cartelle cliniche della Latteri e verificarono che il Tad veniva regolarmente somministrato ai pazienti ricoverati (anche in day hospital), ma non a quelli in day service. Così, ci furono malati di tumore di serie A e malati di serie B. A questi ultimi, toccarono molte sofferenze in più. Sono ancora le intercettazioni dei carabinieri ad aver svelato il loro dramma.
Il signor Salvatore D. telefonò alla dottoressa Valerio, era il 14 settembre 2009. "Sono rosso in viso - sussurrò - come se avessi delle vampate. Anche negli occhi, me li sento stanchi come... ". La dottoressa rassicurò: "Questo potrebbe essere un po' legato al cortisone, niente di particolare. È un effetto transitorio che passa". Il signor Salvatore incalzò: "Eh, perché questa volta, per esempio, la Tad non l'hanno fatta. Non l'hanno fatta, non è stata fatta". La dottoressa non si scompose: "Vabbè, dico, Tad in ogni caso non succede niente. Lo può anche fare". Qualche tempo dopo, i carabinieri sequestrarono la cartella del signor Salvatore D. alla Latteri e verificarono che dal 27 luglio al 25 settembre 2009 aveva fatto sei "accessi" in day service, per la chemioterapia: in quattro sedute non era stato somministrato il disintossicante.
Il giorno dopo, il dottore Vincenzo Scaletta informò la collega Valerio: "Ci dobbiamo vedere perché ti dobbiamo dire una cosa, del paziente I., che ha avuto una reazione allergica violenta". La dottoressa non perse tempo: "Sto passando". Ma Scaletta pretese un incontro riservato fuori dalla clinica. Anche questo caso è stato esaminato dai Nas: per ben quattro cicli di chemioterapia in day service non era stato somministrato il disintossicante Tad 600 al paziente I.
Drammatica la telefonata dell'1 ottobre 2009. Scaletta chiama la Valerio: "Senti - le dice - io vorrei che tu andassi a parlare con... perché oggi si sono sentiti male tutti". La dottoressa risponde: "Ma non gli hai fatto più il Tad, a nessuno?". Scaletta spiega: "No, il Tad gli ho fatto io alla signora C... ora dico, tu ci vai a parlare perché io non sono più propenso a ricoverare pazienti che fanno la.... in day service". Scaletta sembrava entrato in crisi, risparmiare sulla pelle dei pazienti non è davvero una bella cosa. Disse: "Così non si può vivere, anche per una questione di coscienza nei riguardi dei signori".
Durante le indagini, in un caso, la Procura è stata addirittura costretta a intervenire alla clinica Latteri, per evitare conseguenze drammatiche per un paziente a cui non sarebbe stata somministrata albumina.
Il 4 agosto 2009, i carabinieri intercettarono la dottoressa Federica Latteri mentre diceva al telefono a Maria Teresa Latteri: "(...) Siccome per dire questa sta facendo albumina, io non gli faccio altri 10 giorni di albumina che si spendono un putiferio di soldi a matula". La dottoressa Maria Teresa disse: "Nooo, infatti... ". E quasi per trovare una giustificazione, aggiunse: "Loro sperano che muoia". "Loro", i parenti del malato di tumore. Federica Latteri osservò: "Io magari ci scrivo in cartella che loro rifiutano di fare qualsiasi procedura e la terapia". La sua interlocutrice tagliò corto: "Di questo non ti preoccupare assolutamente".
Ma il giorno dopo arrivò un'ispezione in clinica, inviata dal pm. I vertici della Latteri si insospettirono. "Sono arrivati per le cartelle e poi si sono indirizzati per questa", disse Maria Teresa Latteri, e la microspia registrò. "Beh, allora sanno tutto", esclamò un avvocato che i carabinieri non sono ancora riusciti a identificare. Qualche ora dopo, la Latteri esclamò: "Io al telefono non parlerò più di nulla".
"I fatti contestati, se confermati, sono di inaudita gravità - commenta l'assessore regionale alla Salute, Massimo Russo - e adesso vedremo se ci sono le condizioni per adottare fin da subito i consequenziali provvedimenti amministrativi, compresa la revoca del convenzionamento. Credo che sia chiaro il senso delle mie numerose denunce contro il malaffare e nei confronti di alcune lobby che hanno speculato sulla sanità: così come è ancora più chiaro adesso il perchè di certe iniziative nei miei confronti atte a delegittimarmi, con il fine evidente di provare ad arrestare l'irreversibile processo di cambiamento della sanità, voluto con estrema determinazione da questo governo". Sull'accaduto ha chiesto una relazione anche Leoluca Orlando, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori nel sistema sanitario.
fonte
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L'ordine perentorio della dottoressa Maria Teresa Latteri fu: togliere il Tad, il disintossicante generalmente somministrato ai malati di tumore dopo la chemioterapia. Ma l'ordine non riguardava tutti i pazienti, solo quelli entrati nella clinica di via Cordova con un "day service", per cui la Regione rimborsa solo 100 euro a seduta. "Perché dobbiamo spendere soldi...", esclamò la dottoressa Latteri davanti ai suoi collaboratori, e non sospettava certo che nel suo ufficio alla clinica Latteri c'era una microspia piazzata dai carabinieri del Nas su ordine del sostituto procuratore Amelia Luise. Era il 2 settembre 2009, due mesi dopo il decreto con cui l'assessorato regionale alla Sanità tagliava i rimborsi alle cliniche e imponeva che le sedute di chemioterapia dovevano essere fatte quasi esclusivamente senza più ricoveri, molto più costosi.
Fu una discussione dai toni animati quella intercettata alla Latteri, e adesso è finita agli atti dell'inchiesta che vede indagati i vertici di alcune cliniche private palermitane, per una truffa sui rimborsi di esami e ricoveri. "Glielo devi fare (il Tad - ndr), ma che fa scherziamo? - provò ad opporsi la dottoressa Maria Rosaria Valerio - il paziente si vomita, si disidrata". La risposta della Latteri, che gestisce la clinica di via Cordova, fu risoluta: "Allora non hai capito che la prassi che fai tu costa alla clinica duecentocinquanta euro e quello mi dà cento euro". "Quello" era l'assessore alla sanità.
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Il signor Salvatore D. telefonò alla dottoressa Valerio, era il 14 settembre 2009. "Sono rosso in viso - sussurrò - come se avessi delle vampate. Anche negli occhi, me li sento stanchi come... ". La dottoressa rassicurò: "Questo potrebbe essere un po' legato al cortisone, niente di particolare. È un effetto transitorio che passa". Il signor Salvatore incalzò: "Eh, perché questa volta, per esempio, la Tad non l'hanno fatta. Non l'hanno fatta, non è stata fatta". La dottoressa non si scompose: "Vabbè, dico, Tad in ogni caso non succede niente. Lo può anche fare". Qualche tempo dopo, i carabinieri sequestrarono la cartella del signor Salvatore D. alla Latteri e verificarono che dal 27 luglio al 25 settembre 2009 aveva fatto sei "accessi" in day service, per la chemioterapia: in quattro sedute non era stato somministrato il disintossicante.
Il giorno dopo, il dottore Vincenzo Scaletta informò la collega Valerio: "Ci dobbiamo vedere perché ti dobbiamo dire una cosa, del paziente I., che ha avuto una reazione allergica violenta". La dottoressa non perse tempo: "Sto passando". Ma Scaletta pretese un incontro riservato fuori dalla clinica. Anche questo caso è stato esaminato dai Nas: per ben quattro cicli di chemioterapia in day service non era stato somministrato il disintossicante Tad 600 al paziente I.
Drammatica la telefonata dell'1 ottobre 2009. Scaletta chiama la Valerio: "Senti - le dice - io vorrei che tu andassi a parlare con... perché oggi si sono sentiti male tutti". La dottoressa risponde: "Ma non gli hai fatto più il Tad, a nessuno?". Scaletta spiega: "No, il Tad gli ho fatto io alla signora C... ora dico, tu ci vai a parlare perché io non sono più propenso a ricoverare pazienti che fanno la.... in day service". Scaletta sembrava entrato in crisi, risparmiare sulla pelle dei pazienti non è davvero una bella cosa. Disse: "Così non si può vivere, anche per una questione di coscienza nei riguardi dei signori".
Durante le indagini, in un caso, la Procura è stata addirittura costretta a intervenire alla clinica Latteri, per evitare conseguenze drammatiche per un paziente a cui non sarebbe stata somministrata albumina.
Il 4 agosto 2009, i carabinieri intercettarono la dottoressa Federica Latteri mentre diceva al telefono a Maria Teresa Latteri: "(...) Siccome per dire questa sta facendo albumina, io non gli faccio altri 10 giorni di albumina che si spendono un putiferio di soldi a matula". La dottoressa Maria Teresa disse: "Nooo, infatti... ". E quasi per trovare una giustificazione, aggiunse: "Loro sperano che muoia". "Loro", i parenti del malato di tumore. Federica Latteri osservò: "Io magari ci scrivo in cartella che loro rifiutano di fare qualsiasi procedura e la terapia". La sua interlocutrice tagliò corto: "Di questo non ti preoccupare assolutamente".
Ma il giorno dopo arrivò un'ispezione in clinica, inviata dal pm. I vertici della Latteri si insospettirono. "Sono arrivati per le cartelle e poi si sono indirizzati per questa", disse Maria Teresa Latteri, e la microspia registrò. "Beh, allora sanno tutto", esclamò un avvocato che i carabinieri non sono ancora riusciti a identificare. Qualche ora dopo, la Latteri esclamò: "Io al telefono non parlerò più di nulla".
"I fatti contestati, se confermati, sono di inaudita gravità - commenta l'assessore regionale alla Salute, Massimo Russo - e adesso vedremo se ci sono le condizioni per adottare fin da subito i consequenziali provvedimenti amministrativi, compresa la revoca del convenzionamento. Credo che sia chiaro il senso delle mie numerose denunce contro il malaffare e nei confronti di alcune lobby che hanno speculato sulla sanità: così come è ancora più chiaro adesso il perchè di certe iniziative nei miei confronti atte a delegittimarmi, con il fine evidente di provare ad arrestare l'irreversibile processo di cambiamento della sanità, voluto con estrema determinazione da questo governo". Sull'accaduto ha chiesto una relazione anche Leoluca Orlando, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori nel sistema sanitario.
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