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mercoledì 5 ottobre 2011

Immaginate di sentir dire a un medico: “Gli esami confermano che lei ha un tumore allo stadio avanzato”. Pensavamo potesse accadere solo ad altri, e invece questa volta riguarda noi e il mondo ci crolla addosso. Ma il medico sorridente prosegue: “Non si preoccupi, abbiamo qualcosa di veramente efficace. Le prescrivo 10 cc di olio intero estratto dalla Cannabis indica, da ritirare presso il dispensario. Rivediamoci fra 15 giorni, per seguire l’evoluzione della malattia”.
In Canada Rick Simpson combatte da anni una battaglia per la libertà di cura, e più precisamente per la legalizzazione della Cannabis medica per la cura del cancro. Sembra una storia già sentita, non troppo diversa dal “metodo Di Bella” in voga alla fine degli anni novanta. Eppure le cose stanno diversamente. La storia di Simpson inizia in seguito a un’incidente: il suo dolore post-traumatico era resistente ai farmaci, i medici curanti gli hanno somministrato di tutto ma – a parte i gli effetti collaterali dei medicinali – non hanno ottenuto alcun risultato. Dopo aver assistito a una trasmissione in cui si parlava degli effetti curativi della Cannabis, Simpson incuriosito volle tentare questa via: in breve i dolori si ridussero, e lui tornò a vivere normalmente.
Seguendo il suo spirito pionieristico, Simpson – rinvigorito nel fisico – si lanciò in questa avventura. Sviluppò il suo personale protocollo, comprendente la genetica, la coltivazione e raffinazione dell’olio di Cannabis e la posologia di somministrazione per differenti applicazioni. Offrì gratuitamente il suo olio a chiunque ne facesse richiesta, ottenendo risultati a dir poco eccezionali: la gente, semplicemente, guariva. Per un po’ di tempo le autorità chiusero un occhio sulle sue attività. Poi una rete televisiva americana trasmise un servizio sul miracoloso “Hemp Oil” di Simpson, e cominciarono i guai: nel dicembre 2010 Rick venne in Europa per tenere alcune conferenze sulla proprietà curativa della Cannabis, mentre le giubbe rosse si recavano invano a casa sua per arrestarlo.


Intanto il suo nome inizia circolare vorticosamente in internet. Simpson ha prodotto un filmato – “Run From The Cure” – dove spiega come e perché l’olio di Cannabis funziona. Non solo, riporta anche un certo numero di testimonianze di persone che hanno beneficiato del “miracolo verde”. Ovviamente qualcuno obietterà la mancanza di valore scientifico: vero, ma è anche vero che la medicina è una scienza inesatta ed è in mano alle multinazionali del farmaco, che hanno altri interessi rispetto al paziente. Non penso di dire un’eresia se osservo che a ben guardare la classe medica è di fatto il braccio armato dei fabbricanti di farmaci. Ma, come già detto, la storia è un’altra.
Pochi anni fa furono scoperti nel corpo umano moltissimi recettori battezzati “endocannabinoidi”, che – neanche a farlo apposta – si sposano perfettamente con le molecole “cannabinoidi”, presenti nella pianta incriminata. Recenti studi universitari confermano che detti “principi attivi” hanno la capacità di indurre al suicidio delle cellule ammalate, lasciando intatte quelle sane. Non solo, le 420 molecole individuate nella pianta hanno altri effetti curative e sono efficaci contro moltissime patologie ancora da sperimentare. Il fenomeno “Hemp Oil”, intanto, è esploso: blog tematici, gruppi Facebook, siti alternativi, siti scientifici universitari e indipendenti vengono presi d’assalto.

Ma c’è un problema: la pianta in questione è vietata per legge. Chi lo dice, e perché? Le ragioni sono svariate, e hanno origini molto indietro nel tempo. Per riassumere è sufficiente ricordare che i narcos e il contrasto alla droga hanno in comune la vittima: l’utente finale. In tutta questa storia la Cannabis non c’entra nulla, perché semmai è una non-droga. Riguardo alla nostra pianta, il pericolo è la gente che pian piano apre gli occhi e si rende conto del cumulo di macerie presente ai piedi dei cartelli della droga, dei governi e delle case farmaceutiche. La recente legge comunitaria europea, neanche a farlo apposta, mette al bando qualsiasi proprietà curativa delle piante, compresa la camomilla per l’insonnia. Si possono utilizzare se sono testate e approvate con veri e propri protocolli standard, al pari di un qualsiasi farmaco. Ma chi paga? Il coltivatore di camomilla?





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