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domenica 5 giugno 2011

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Arriverà sul tavolo della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, prevista per il 4 Gennaio 2012 a Rio, il rapporto elaborato in questi ultimi mesi dall’UNEP, Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente . E avrà il compito di fornire ai dati, se gli allarmismi non fossero ancora convincenti, che il pianeta rischia il collasso entro il 2050, se non si cambia direzione di marcia.
Allo stato attuale, ogni europeo consuma in media 16 tonnellate di risorse l’anno (minerali, carburanti fossili e biomasse). In alcuni Paesi, questa quota arriva a 40 tonnellate. A paragone, un indiano ne consuma 4.
Di questo passo non è molto difficile immaginare come, in un’ottica di crescita della popolazione mondiale e della prosperità nei Paesi in via di sviluppo, questo sistema sia molto lontano dall’essere sostenibile. Si stima che entro la fatidica data del 2050, l’umanità sarà in grado di consumare circa 140 miliardi di tonnellate di risorse in un anno. Cioè tre volte l’attuale livello di appetito. Di queste, la maggior parte è destinata a essere trasformata in materia che non tornerà più alla terra.


Nel 2004, Jared Diamond, antropologo, biologo e vincitore di un premio Pulitzer scriveva, in uno dei suoi testi più famosi, Collasso (Einaudi, 2004) “Oggi la gran parte di noi occidentali può permettersi di condurre un'esistenza piena di sprechi. Ma in questo modo dimentichiamo che le nostre condizioni sono soggette a fluttuazioni e che potremmo non essere in grado di anticipare quando il vento cambierà. A quel punto saremo ormai troppo abituati a uno stile di vita dispendioso, per cui le uniche vie d'uscita potranno essere una drastica riduzione del nostro tenore di vita o la bancarotta”. In questo libro, all’interno del quale venivano ripercorse le fenomenologie che avevano condotto le più grandi civiltà del passato a soccombere, la storia dell’uomo viene letta come un ripetersi di situazioni spesso vissute in modo incontrollabile. Ciò che distingue l’attuale condizione rispetto a quelle, è il livello di informazione e consapevolezza di cui l’uomo contemporaneo si può avvalere. Una condizione di privilegio che gli consentirebbe di muoversi in tempo. Prima che sia troppo tardi.
La dichiarazione che viene dal Rapporto delle Nazioni Unite ha il sapore dell’ultimo scampanellio dell’oste prima di chiudere le serrande del bar. Siamo richiamati alla realtà, dopo aver passato la serata – nel caso dell’umanità, sono stati sufficienti gli ultimi settant’anni – a ubriacarci di tutto quello che l’osteria passava.
Le Nazioni Unite dicono però che ancora qualcosa ci è concesso, per fare in modo che questa situazione cambi. E’ necessario“disaccoppiare” il rapporto fra crescita economica e consumo delle risorse. Il termine usato comunemente in economia per intendere questo fenomeno è “decoupling” e sta a intendere proprio la divergenza tra due percorsi che notoriamente si sono sviluppati in modo parallelo (la nota eguaglianza tra aumento dei consumi e sostegno all’economia). In questo caso si tratta al contrario di garantire, da un lato, la capacità di un’economia di crescere e, dall’altro, diminuire lo sfruttamento delle ricchezze naturali. Come? Investendo in innovazione tecnologica, finanziaria e sociale per fare in modo che il consumo rallenti nei Paesi industrializzati e si sviluppi secondo canoni sostenibili in quelli in via di sviluppo.
pil-in-discesa
In questo momento, l’obiettivo da raggiungere è tornare ai livelli di consumo del 2000. Sono solo undici anni fa eppure in mezzo c’è un abisso, o meglio una montagna di risorse naturali consumate, di differenza. Allora, il consumo pro capite oscillava tra gli 8 e le 10 tonnellate di risorse, cioè il doppio di quanto veniva consumato all’ inizio del secolo precedente. Il motivo della rapida ed esponenziale crescita è presto spiegato. A fronte di una maggiore attenzione dei Paesi occidentali nei confronti dell’ambiente e a un periodo di recessione che ancora blocca le nostre economie, si sono fatti avanti numerosi Paesi, fino a qualche anno fa, marginali. Essi corrono a velocità raddoppiata anche grazie alle tecnologie e inseguono in fretta standard di vita avanzati. Ciò, a discapito dell’attenzione nei confronti del proprio impatto ambientale.
Il rapporto presenta quattro casi studio attorno ai quali si è concentrata l’analisi. Germania e Giappone a testimonianza di una politica ambientale che dialoga con la crescita economica e Cina e Sudafrica impegnate invece a rincorrere lo sviluppo, ma secondo dinamiche ancora solo parzialmente responsabili.
Non ci sono modelli da seguire e forse nemmeno sarà così  facile trovarne.
Interessi economici e pratiche consolidate sono i principali ostacoli da sradicare affinché una reale e concreta azione in questa direzione sia presa. La strada verso la Green Economy è ancora notevolmente tortuosa e non è fatta soltanto di nuovi prodotti ecologici da mettere sul mercato, ma di un nuovo approccio alla materia.
E’ necessario” dice “Achim Steiner, direttore esecutivo dell’UNEP, “fare in modo che le persone non credano più che il danno ambientale sia il prezzo da pagare per i benefici economici dello sviluppo.”






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