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giovedì 2 giugno 2011

La nuova legge antidroga cinese definisce l’uso di droga una malattia e non piú un reato. In realtá la popolazione tossicodipendente finisce in gran numero nei campi di concentramento, i famigerati Laogai, per venire sfruttati in lavori forzati di beni che vengono poi venduti in Occidente.
E’opinione comune che se una nazione sceglie politiche liberali sulle tossicodipendenze abbracciando la cd. “riduzione del danno”, se non risolverá le cause prossime e remote della diffusione di droga, almeno garantirá migliori condizioni alla propria popolazione di drogati rispetto ad un regime “proibizionista”.
La Cina é la dimostrazione clamorosa che questo non é vero, e che, a volte, il liberalismo si accompagna con i lager, e la riduzione del danno con la tortura.
Questo é quanto si evince dal rapporto diffuso all‘inizio di quest’anno dalla Human Rights Watch: “Where Darkness Knows No Limits Incarceration, Ill-Treatment and Forced Labor as Drug Rehabilitation in China”, interamente dedicato appunto alla realtá che si nasconde dietro al processo “riabilitativo” ufficiale del consumatore di droga in Cina.
Scopo della ricerca é dimostrare come, dal giugno del 2008, quando la prima legge quadro sugli stupefacenti, “Legge Anti-Droga”, della Repubblica popolare cinese entra in vigore, le prescrizioni  ivi contenute siano solo propaganda.



Il testo infatti invoca come determinanti l’attenzione alla riabilitazione del consumatore di droghe illegali, alle cure orientate al rispetto dei diritti umani e al pieno reintegro sociale, e alla cessazione di qualunque stigma. Gli stessi consumatori sono soggetti, con la nuova legge, solo a sanzioni amministrative e non piú di tipo penale come in precedenza.
Nello stesso testo piú avanti, peró, si puó leggere che le istituzioni possono porre restrizioni alla libertá individuale, in appositi centri di recupero per un periodo che va da un minimo di due anni fino a sei, a tutti coloro che vengano anche solo sospettati di uso di droghe, senza quindi le verifiche di una indagine di polizia o il confronto in un aula di tribunale. .
In realtá in questi centri, che si vogliono di recupero,  i detenuti non ricevono alcun sostegno di tipo medico-sanitario,  e nessuna formazione scolastica o professionale per un futuro rientro nella societá.
Vivono invece in condizioni inumane, soggetti a trattamenti degradanti, oggetto di continue violenze fisiche e psicologiche, e forzati a lavori non retribuiti fino a 18 ore al giorno. Abusi, sostiene l’attiva ong statunitense, che portano in numerosi casi anche alla morte.
A fronte del proliferare di questi centri di detenzioni per tossicodipendenti il governo Cinese, ci informa sempre il rapporto “Where Darkness Knows No Limits” si é fatto promotore di politiche sempre piú aperte, rispondendo all’alto tasso di HIV / AIDS e di consumatori di droghe, con strategie di intervento improntate alla “riduzione del danno” quali la fornitura di siringhe sterili alla popolazione a rischio e le terapie a base di metadone.
Secondo l’ Office of China National Narcotics Control Commission, queste riforme “sono in linea con i principi scientifici” garantendo “i tre livelli necessari nel trattamento della dipendenza da droghe: 1) disintossicazione fisica 2) riabilitazione psicologica e 3) reintegrazione sociale”.
Ma al di lá di vaghe linee guida la legge non contempla regolamenti o altre indicazioni piú precise. Ex detenuti hanno riportato allo Human Rights Watch che “non avevano diritto ad alcuna terapia medica, lo spaccio e l’uso della droga era comune nei campi e le decisioni sulla data del rilascio erano arbitrarie perché non basate su “esiti positivi della cura” e comunque non decise da personale medico”.
Altri ex detenuti positivi all’Aids e alla Tubercolosi hanno riferito che una volta dentro i centri gli sono state sospese le somministrazioni delle medicine salva-vita, mentre altri detenuti entrati in condizioni precarie di salute hanno contratto le infezioni senza essere informati pur subendo controlli del sangue. Tutti confermano che non esiste una supervisione medica o visite regolari di medici.
I malati terminali o in condizioni molto gravi vengono di solito rilasciati, senza alcuna indicazione di profilassi, ma l’inferno non finisce con l’uscita dal campo. La nuova legge prevede  infatti per l’ex tossicodipendente, pur “riabilitato” un continuo “monitoraggio”: la polizia deve essere avvertita quando questi si registra in un albergo, vada ad un colloquio di lavoro oppure chieda assistenza medica.
L’unica certezza in questi campi é il lavoro forzato. Ex detenuti e volontari di alcune ONG riportano che per le loro esperienze dirette questi centri sono solo fabbriche sotto altra veste.
Ex detenuti hanno raccontato di aver trascorso il loro  internamento fabbricando scarpe e bigiotteria. Un detenuto ha sottolineato: “tutta la detenzione per droga é stata di lavoro. Ci svegliavano alle cinque del mattino per fare scarpe. Lavoravamo tutto il giorno fino a notte. Questo é tutto’”. E un suo compagno ha aggiunto: “Non esiste nessun sostegno per uscire dalla droga, non c’é alcuna formazione. Eravamo trattati come animali e obbligati a lavorare come animali tutto il tempo e senza salario”.
Secondo numerose altre testimonianze raccolte nel Report sembra evidente che le autoritá locali  dove esistono i campi di riabilitazione abbiano un ritorno economico grazie ad accordi commerciali con imprese private cinesi o estere.
“Il lavoro vi renderá liberi”: ieri il motto dei lager nazisti oggi, per i drogati e non solo, dei laogai cinesi.






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