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giovedì 14 aprile 2011
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| Bambino abbandonato in Istituto della Sicilia (foto di Gianni Lannes) |
Bambini abbandonati: soggetti invisibili, prede sfruttate senza voce. E’ una cantilena terribile, un lamento. Antonio ha assaporato 8 primavere, ma si dondola finché non cala il sonno. E’ uno dei tanti pargoli dismessi negli orfanotrofi, oggi ribattezzati ‘presidi residenziali socio-assistenziali’. Ci saranno in Italia un padre e una madre per lui? Anche se ci fossero, sarebbe difficile fargli sapere che il piccolo esiste. Perché Antonio sopravvive in un istituto del Mezzogiorno, dove molti brefotrofi non sono neppure censiti né conosciuti.
‘Ospiti” degli ospizi infantili sono anche i giovani provenienti da famiglie in difficoltà, in cui i genitori sono separati, hanno problemi di alcool, droga, carcere, abusi sessuali; e tanti sono figli di immigrati.
Adozioni? Attualmente nel Belpaese non esiste una banca dati che consenta di fornire informazioni sui bimbi che attendono di ritornare figli. E non è stata mai istituita l’anagrafe dei minori che vivono in strutture di ricovero.
A tutt’oggi non esistono ancora anagrafi regionali. Eppure è un obbligo sancito dall’articolo 40 della legge 149 del 28 marzo 2001. E’ la stessa norma che imponeva la chiusura degli istituti entro la fine del 2006, per offrire agli orfani «una famiglia» o «inserimento in comunità di tipo familiare caratterizzate da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia». Insomma, ambienti più adeguati alla loro crescita. Quanto al Garante dei minori: la figura è latitante.
Le case famiglia funzionano meglio degli orfanotrofi? “La differenza formale tra le due strutture è nel numero. Si considerano case famiglia quelle con meno di 12 bambini. Il monitoraggio su cosa siano diventati gli ex orfanotrofi non è semplice, perché non ci sono normative nazionali che stabiliscano i parametri. Gli standard vengono fissati a livello regionale e comunale” dichiara Raffaele Tangorra, direttore generale del Ministero delle Politiche Sociali. In soldoni? Dati alla mano: 1 miliardo di euro per le politiche sociali da spartire fra tutte le Regioni.
Nel 2010 il Ministero del Lavoro ha stanziato 15 milioni di euro in favore del programma nazionale di protezione dei minori stranieri non accompagnati presenti in Italia. Approssimativamente, secondo il Comitato minori stranieri, nello Stivale risultano «6.587 under 18 stranieri non accompagnati. Il 77 per cento è senza documento di riconoscimento. Il 90 per cento sono maschi e più della metà ha 17 anni. Uno su 4 ha 16 anni».
Attualmente, alcuni di questi reclusori riverniciati in tutta fretta per intascare finanziamenti regionali e locali, sono ancora spalancati.
Ma quanti sono, ora, i minori in istituto e nelle comunità? Dai dati ufficiali al 30 giugno 1998, risultavano ricoverati in 1802 strutture assistenziali 14.945 minori, di cui 1.174 portatori di handicap. Al 31 dicembre 1999, secondo l’ Istat, i minori presenti nelle strutture residenziali erano saliti a 28.148. L’ultima stima dell’Osservatorio nazionale sui minori dell’Istituto degli Innocenti di Firenze e del ministro del Welfare contava 202 istituti nel 2003. Secondo i dati istituzionali più recenti quella cifra è scesa: 140 gli istituti contati in 19 regioni, ai quali si sommano i 30 della Campania. Si arriva così a 170 istituti e circa 2 mila minori ancora dentro. Perché le cifre sono così altalenanti? “Le tipologie di classificazione sono eterogenee. Purtroppo non si investono grandi risorse sulle ricerche” attesta Giulia Milan, responsabile per l’Istat delle indagini sui minori “Le nostre indagini sono lunghissime. E le regioni non collaborano. I dati non sono aggiornati”. In effetti l’Istat non conduce un’indagine completa dal 1999.
A parte i ritardi dei censimenti, i dati elaborati devono essere sempre integrati con quelli di altri minori classificati in categorie assistenziali nelle quali non sono numericamente distinguibili. Ecco gli unici numeri ufficiali: «55 istituti attivi, di cui 32 in attesa di trasformazione, per un totale di 515 minori». Mentre l’ultima Relazione della Commissione parlamentare per l’infanzia della Camera si riferisce a «28 mila i minori in istituto».
Quanti sono, dunque, i bambini fuori dalla famiglia? Ecco la stima realizzata dalla Commissione: «È possibile stimare in circa 3.000 il numero di minori attualmente in istituto. Per avere il dato complessivo dei “minori fuori dalla famiglia” è necessario aggiungere a questo numero la quota di minori accolti nelle comunità (familiari ed educative) che possono essere stimati tra i 15.000 ed i 20.000(anche in riferimento ai ricoveri “anomali”) ed il numero dei minorenni in affidamento familiare che nel 1999 in Italia erano 10.200, di cui 5.280 in affidamento intra-familiare e 4.668 in affidamento etero-familiare (per 252 soggetti non è stata fornita l’informazione sulla tipologia di affidamento), in base alla ricerca, sempre condotta dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza».
Se si fa il calcolo sulla base di questo ragionamento, il numero è impressionante: 28-30 mila minori. In realtà, oggi in Italia non si può sapere esattamente quanti bambini sono senza famiglia. Lucia Nencioni, responsabile della Comunicazione dell’Istituto degli Innocenti rivela: “In Italia tali strutture cambiano nome e non si trovano più, altre vengono usate prima di essere censite, altre ancora si mimetizzano. Gran parte delle regioni non ha il polso della situazione”.
Queste strutture del secolo scorso sono davvero scomparse? E chi e che cosa ne ha preso il posto, visto che i minori fuori dalla famiglia sono sempre numerosi? Mistero. In realtà non si conosce il numero esatto dei minori attualmente ricoverati negli istituti o ospitati nelle comunità. E’ certo comunque che in condizioni di adottabilità c’è solo il 10 per cento. Che fine faranno?
Le nuove strutture per accogliere i ragazzi non sono pronte. Dopo la rivoluzione annunciata, gli orfanotrofi in Italia esistono ancora; semplicemente, hanno mutato nome. Al Sud resistono grandi orfanotrofi, soprattutto in Sicilia, Campania e Calabria, che insieme alle altre regioni si sono spartite milionate di euro stanziati dal governo Berlusconi per la riforma dell’accoglienza ai minori, e non si sa con certezza cosa ne abbiano fatto, visto che in Italia i bambini in affido familiare sono aumentati solo di poche migliaia dal 1999, mentre i minori nelle piccole comunità sono passati dai 14.747 del 2003 ai circa 15 mila di oggi.
E poi ci sono anche i bambini che vengono abbandonati in strutture fantasma per la seconda volta, dopo adozioni fallite. I ripudiati dell’adozione sono centinaia all’anno. La legge 149 doveva capovolgere la vita dei bambini senza famiglia invece si è eclissata, nel disinteresse generale. Attendiamo l’avvocato del minore, istituito dalla 149 e mai creato. I fondi per questo gratuito patrocinio erano stati rimandati a giugno 2007; poi l’oblìo. Nel frattempo, per ogni piccolo ospite le regioni pagano rette variabili dai 68 euro al giorno della Sicilia ai 160 della Lombardia.
Raramente un ragazzino, per di più “extra-comunitario”, viene accolto in affido familiare. Delle case-famiglia e piccole comunità, quelle che dovranno rimpiazzare i vecchi orfanotrofi, non esiste ancora un censimento nazionale: si sa solo che scoppiano, con i loro ventimila giovani ospiti.
Ecco un altro rebus: quali caratteristiche devono possedere le comunità di tipo familiare? Parecchie Regioni non hanno stabilito i criteri che stabiliscono distinzioni in case-famiglia, comunità alloggio e affido familiare. Le critiche più significative sono state espresse dall’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie. Innanzitutto, il sostegno economico promesso dalla legge 149/2001 alle famiglie d’origine e alla famiglia affidataria è generico ed aleatorio, in quanto è subordinato alla disponibilità finanziarie dei bilanci di regioni ed enti locali. Secondo l’Anfaa «era generico l’impegno a chiudere gli orfanotrofi entro il 2006». Infatti al riguardo non è stato disposto nulla in caso di inadempienza. La legge non funziona e le adozioni restano un miraggio. Hanno tra i due e i diciotto anni, niente famiglia, storie di degrado alle spalle. E più di tutto temono il futuro.
BAMBINI A PERDERE
Ritratto italiano: 1.800 minori scomparsi nel nulla, 2 milioni di bimbi in stato di povertà, 500 mila costretti a lavorare, 50 mila obbligati a mendicare in un Paese dove si sprecano e poi si gettano nella spazzatura tonnellate di cibo. Sopravvivono senza genitori, accompagnati da adulti che li costringono quotidianamente a chiedere l’elemosina ai semafori. «In Italia spariscono mediamente ogni anno 1.800 minori, d’età compresa fra i 6 e i 14 anni»: rivelano le cifre ufficiali ma inedite del Ministero dell’Interno. Non si ritrovano più e si ignora la loro fine. Gli inquirenti ipotizzano la riduzione in schiavitù e la tratta degli organi umani.
Diamo altri numeri. “2 milioni di bambini sono in stato di povertà e 500 mila -fra i 10 e i 14 anni d’età- sono costretti a lavorare”. E ancora: “è in esponenziale diffusione il mercato della pedo-pornografia online e toccherebbero quota 1 milione i bambini e le bambine testimoni di abusi e maltrattamenti ai danni soprattutto di fratelli e madri”. Sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia” realizzato da Save the Children. I bambini, in relazione alle altre fasce d’età (giovani e anziani), presentano l’incidenza più alta di povertà, pari al 17 per cento della popolazione infantile. Sul totale dei minori poveri 2 terzi vive nel Sud Italia dove è povero un bambino su 3, con la Sicilia a detenere il triste primato (il 41 per cento di bambini poveri). E dire che nello Stivalesi sprecano annualmente 1,5 milioni di tonnellate di cibo, per un valore di 4 miliardi di euro; vale a dire metà di quanto destiniamo agli aiuti internazionali.
L’accattonaggio ha investito l’Europa e registra ora un notevole incremento nella Penisola, riconducibile ai flussi incontrollati di immigrazione clandestina. Il fenomeno coinvolge quasi sempre bambini stranieri appartenenti per la maggior parte alle comunità di nomadi Rom di origine slava. Seguono in misura minore, ma in forte crescita, quelli giunti da Romania, Marocco, Albania, Paesi dell’ex Urss. A differenza dei bambini Rom, per i quali questo sistema è parte integrante della propria cultura e metodo per contribuire al sostentamento della famiglia, i minori provenienti dall’Europa dell’Est sono pedine in mano alle organizzazioni criminali. L’impiego redditizio dei bambini in attività di accattonaggio rappresenta un forte incentivo per la tratta dei minori che è la peggior forma di riduzione in schiavitù. Secondo il VI Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, “i percorsi della tratta, sono principalmente due: quello gestito dalla malavita ucraina, le cui vittime passando per il confine con la Slovenia, arrivano da Ucraina, Russia, Moldavia, Bulgaria e Paesi Baltici; quello gestito dalla mafia albanese, le cui vittime partono dall’Albania e dai Paesi dell’Est per approdare nei porti di Bari e Brindisi”. In Italia sono almeno 50 mila i bambini fra i 2 e i 12 anni, costretti a mendicare. Solo nel Lazio, sono più di 8 mila i pargoli che chiedono l’elemosina per strada e che riescono a raccogliere, in una grande città, fino a 100 euro al giorno. Lo sfruttamento dei piccoli mendicanti si manifesta in maniera più consistente a Napoli, dove negli ultimi due decenni, a causa dei conflitti che hanno devastato i Balcani, è divenuta allarmante la presenza di bambini romeni provenienti dalla Romania orientale, Moldavia e soprattutto dalla città di Calarasi, situata al confine con la Bulgaria.
DATI BUCATI
«In Italia sono 32.000 i minori che vivono al di fuori della famiglia, vittime di incuria, abbandono, maltrattamenti e violenze. Di questi oltre 15.000 sono affidati a strutture di accoglienza. L’incidenza media è di circa 1 minore affidato ogni mille. Nell’80% dei casi l’affidamento è disposto dal Tribunale dei Minori. I minori stranieri rappresentano il 14% del totale di quelli affidati alle strutture di accoglienza». Sono i dati denunciati dalla Fondazione L’Albero della Vita Onlus, che ha inaugurato ieri la campagna di raccolta fondi “Emergenza minori – L’infanzia negata”, un’iniziativa mediatica che ha l’obiettivo di sensibilizzare sul tema dell’infanzia e raccogliere fondi a sostegno dei progetti, nazionali e internazionali, a favore dei minori che vivono in gravi condizioni di disagio.
La fascia d’età maggiormente interessata dei minori in istituti è quella dei 6-10 anni (32,5 %). All’origine dell’affidamento familiare si trovano l’abbandono e la trascuratezza (67,2 %), seguono la tossicodipendenza (26,9%), i problemi economici (23,6%) e la conflittualità della coppia (21,5%). Due terzi degli affidi (72,9%) è di tipo giudiziario e solo il 26,% consensuale. La legge 28 marzo 2001, n.149 consiste in “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n.184, recante Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile”. Disciplina quindi i diritti dei minori riguardo alla famiglia, all’affido e all’adozione. E prevede, tra le altre cose che il minore abbia diritto ad avere una famiglia e che qualora questa presenti problemi di affido, abbia diritto ad essere affidato temporaneamente da un’altra famiglia o istituto. L’istituto a sua volta non deve ospitare più di 12 bambini e deve rispondere a dei requisiti che lo portino ad assolvere il più possibile le funzioni della famiglia.
ADOZIONI ALL’ESTERO
Il 2010 è stato l’anno con il maggior numero di adozioni realizzato dalle coppie italiane. È la prima volta che è stata superato il numero di 4.000, secondo quanto rende noto la Commissione Adozioni Internazionali, presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi. La Commissione ha rilasciato l’autorizzazione all’ingresso in Italia per 4130 bambini, provenienti da 58 Paesi (è in corso la verifica definitiva dei dati). Nel 2009 le autorizzazioni all’ingresso avevano riguardato 3964 minori: vi è stato quindi un aumento del 4,2%. Il primo Paese di provenienza è ancora la Russia con 707 minori, ma è stato particolarmente elevato l’aumento del numero dei bambini provenienti dalla Colombia, che sono stati 592 a fronte dei 444 del 2009. La Colombia è dunque il secondo Paese di provenienza, seguito dall’Ucraina con 426 adozioni, dal Brasile con 318, dall’Etiopia con 274, dal Vietnam con 251 e dallaPolonia con 193. Significativo è l’incremento dei minori provenienti dall’America latina (+16,34%) e dall’Asia (+34,71%) malgrado le trasformazioni interne in corso nei Paesi Vietnam, Nepal e Cambogia; 443 sono i minori provenienti da Paesi dell’Africa. La regione con il maggior numero di adozioni è la Lombardia.
INTERROGAZIONI PARLAMENTARI
Il 19 gennaio il Parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, ha approvato una risoluzione nella quale si afferma che «leadozioni e, dove necessario, le adozioni internazionali, dovrebbero essere incoraggiate, in modo da garantire ai bambini che sono abbandonati o a rischio o vivono in orfantrofio una vita in famiglia». La risoluzione approvata, presentata dal vice presidente dell’Europarlamento Roberta Angelilli e sottoscritta da tutti i gruppi politici, propone, per tutelare gli interessi del bambino, di dare priorità all’adozione nel paese di origine e, in alternativa, di trovare una famiglia attraverso l’adozione internazionale. La sistemazione in istituti dovrebbe solo rappresentare una soluzione temporanea. “Il dramma dei minori abbandonati, orfani o bambini di strada non riguarda solo il terzo mondo, ma è diventato un problema estremamente grave e di grande attualità anche in Europa: l’adozione consente a questi bambini di avere una famiglia e di evitare di trascorrere la propria infanzia tra assistenti sociali e orfanotrofi” commenta l’europarlamentare Gianni Pittella “Gli istituti infatti devono essere una soluzione temporanea per i minori. Soprattutto l’adozione consente a questi bambini di non divenire invisibili e finire nel circuito della povertà, dell’esclusione sociale e dello sfruttamento”. A casa nostra, invece l’onorevole Francesco Paolo Lucchese – il 27 giugno 2007 – aveva interpellato il Governo di centro sinistra evidenziando che «il numero di bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento alle comunità alloggio oscilla tra i 23.000 e i 28.000 con un costo per la comunità di miliardi di euro, senza contare l’indotto in termini di necessità di assistenti sociali, spazi protetti, psicologi e neuropsichiatri infantili»;ed inoltre: «molti genitori, se vogliono rivedere i loro figli, si devono sottoporre a trattamenti psicologici prolungati ed estenuanti con il ricatto morale di non rivedere più il loro figlio; quale sia l’entità dei bambini sotto tutela dei servizi sociali e collocati in comunità alloggio o in affido; quale sia il numero di comunità-alloggio distribuite sul territorio italiano e la loro capacità ricettiva; quale sia l’entità dei soldi erogati dai Comuni, Province, Regioni e Stato per il mantenimento dei bambini nelle comunità alloggio; quale sia il tempo medio del procedimento ablativo; quale sia il numero di bambini che torna nelle famiglie di origine dopo essere stato allontanato». Risposte? Mai pervenute.
PUGLIAMO’ L’ITALIA
«Gli orfanotrofi in Puglia non esistono più» giura Elena Gentile (secondo mandato da assessore regionale alle politiche sociali). Ma allora, gli orfanotrofi a gestione ecclesiastica della provincia di Bari e Taranto? Solo numeri datati: infatti l’ultimo rapporto pubblicato risale al 17 novembre 2008: «A distanza di due anni l’Osservatorio regionale delle politiche sociali ha completamente ricostruito la mappa delle strutture di accoglienza residenziale, composta oggi da 155 strutture autorizzate al funzionamento per un totale di 1.461 posti letto. Tra queste strutture una netta prevalenza spetta alle comunità socio-educative, 126 in tutto, e poi ci sono le comunità familiari, 25 strutture. Rilevante è il dato relativo alle strutture di pronta accoglienza che provvedono alla tempestiva e temporanea accoglienza di minori in condizioni di abbandono o di urgente bisogno di allontanamento dall’ambiente familiare: al 31 dicembre 2007 in tali strutture sono stati ospitati il 9,6% dei minori, con una quota significativa di 142 minori provenienti dalla provincia di Foggia. Ancora limitata, invece, la presenza di strutture tipo alloggio ad alta autonomia, che in altre buone pratiche osservate nel contesto nazionale si configurano come una reale alternativa al percorso di crescita e di inclusione sociale di ragazzi che si avvicinano alla maggiore età e che hanno trascorso molti anni lontani dal proprio nucleo familiare».
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1 commenti:
Non si può commentare un simile articolo, ci si può soltanto piangere sopra,come nei lager..... e ditemi voi se potete, se queste sono persone