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lunedì 14 marzo 2011
disastro nucleare
Non abbiamo ancora dati precisi sul danno ecologico di tipo nucleare del disastro giapponese causato dal maremoto dell’11 marzo 2011, perché ogni centrale nucleare ha anche caratteristiche proprie. Sappiamo però che in Giappone è immediatamente scattata la raccomandazione di assumere dello iodio per saturare la tiroide e questo ci riporta alla tragica esperienza del disastro di Chernobyl (Biolorussia) del 26 aprile 1986.
Per quello che sappiamo finora, pare che l’esplosione di Chernobyl sia stata ecologicamente più dannosa di quella giapponese e noi italiani siamo anche salvaguardati dalla considerevole distanza che ci separa dal Giappone.
In ogni caso, possiamo fare alcune considerazioni generali che sono sempre valide in queste situazioni:
a) La fuoriuscita delle sostanze radioattive (radioisotopi) non avviene tutta in un colpo nel momento dell’esplosione, ma si protrae nel tempo sotto forma di gas, vapori e polveri.
b) Fra i principali radionuclidi liberati e in particolare tra quelli che conosciamo meglio per il loro effetto biologico sugli organismi viventi, bisogna segnalare essenzialmente i radioisotopi dello iodio (131-I, 132-I, 134-I, 135-I), del cesio (134-Cs, 137-Cs) e dello stronzio (89-Sr, 90-Sr), anche se non vanno dimenticati i radionuclidi del plutonio (238-Pu, 239-Pu, 240-Pu) e dell’uranio e i gas radioattivi e altamente tossici di xenon (133-Xe) e kripton (85-Kr).
c) I radioisotopi dello iodio vengono assorbiti prevalentemente per via alimentare e concentrati dalla tiroide, mentre lo stronzio entra nella composizione delle ossa e il cesio, dato che segue le vie metaboliche del potassio, viene facilmente eliminato con le urine.
d) L’emivita di queste sostanze (cioè il tempo in cui la loro radioattività di dimezza o, meglio ancora, il tempo che deve trascorrere affinché la metà dei nuclei di un dato radionuclide vada incontro a decadimento) dipende dalla sostanza in oggetto e in particolare:

Dai dati emersi dall’esplosione di Chernobyl, risulta che il contributo maggiore alla radioattività è dovuto allo iodio. Pertanto, dato che la tiroide utilizza lo iodio per produrre gli ormoni tiroidei, è l’organo più colpito dagli effetti tardivi di una esplosione nucleare.

Il maggior rischio: il cancro tiroideo
La tiroide ha bisogno dello iodio per sintetizzare gli ormoni tiroidei e assume questo minerale con l’alimentazione (e in minor misura con la respirazione). Dato che in molti Paesi (anche in Italia) lo iodio è scarsamente presente nei cibi e nelle bevande, la tiroide diventa particolarmente avida di iodio e quindi lo accumula rapidamente appena lo riceve dal sangue. Quindi, quando un’esplosione nucleare libera grandi quantità di radioisotopi di iodio, questi inquinano l’ambiente (aria, acqua, terra e quindi cibi), noi li ingeriamo con l’alimentazione ed essi, dopo essere giunti nel sangue, vengono accumulati dalla tiroide dove si concentrano in dosi elevatissime. Nella tiroide, pertanto, essi esercitano il loro maggior danno biologico causando alterazioni infiammatorie, autoimmunitarie e anche cancerogene.
La tiroide accumula una quantità di iodio radioattivo inversamente proporzionale alla sua massa e quindi le tiroidi più piccole (come quelle dei bambini) accumulano più radioiodio delle tiroidi grandi (dell’adulto). Infatti, dopo l’incidente di Chernobyl, i bambini (specie quelli sotto i 6 anni e più ancora quelli neonati o addirittura presenti ancora nel grembo materno nel momento del disastro nucleare) hanno registrato un maggior numero di tumori tiroidei rispetto gli adulti.
Il periodo di latenza medio fra l’esposizione alle radiazioni e la diagnosi di patologia tiroidea è di circa 4-5 anni. I più frequenti tumori tiroidei infantili causati da un disastro nucleare sono i carcinomi papillari, mentre lo stato pre-tumorale è rappresentato dall’iperplasia micropapillare.
I tumori tiroidei conseguenti dovuti ad un inquinamento nucleare sono molto più aggressivi di quelli ad insorgenza spontanea (i tumori della tiroide indotti dall’esplosione del reattore di Chernobyl mostravano una invasione extratiroidea già al momento della diagnosi nel 49,1% dei casi, rispetto al 24,9% dei casi di tumori simili riscontrati in altri Paesi non inquinati dalla radioattività nucleare).

Come proteggere la tiroide in caso di disastro nucleare?
Non si può certamente fare molto, a parte di cercare di allontanarsi il più possibile e il prima possibile restando lontani dalla zona contaminata per almeno alcuni mesi. Se questo non è completamente possibile oppure se ci si deve recare nelle zone a rischio, il consiglio è quello di assumere una dose adeguata di iodio per tenere saturate le cellule tiroidee impedendo loro di captare altro iodio e quindi lo iodio radioattivo. Il vantaggio dello iodio risiede nella sua rapidità d’azione che consente di avere un’azione efficace di blocco dell’assunzione tiroidea di nuovo iodio in breve tempo.
Nell’adulto, lo iodio viene somministrato come soluzione satura di Ioduro di potassio o come Soluzione di Lugol al 5% (1 goccia = 8 mg di iodio; 5 gocce 3 volte al giorno).
Ai bambini evacuati dalla zona di Chernobyl sono state invece somministrate le seguenti dosi di Ioduro di potassio:
- bambini di 1-3 anni: 0,5 mg ogni 15 giorni;
- bambini di 4-7 anni: 0,5 mg ogni settimana;
- bambini dagli 8 anni in su: 1 mg alla settimana.
Gli studi presenti in letteratura affermano che l’assunzione dello ioduro di potassio è associata ad una significativa riduzione del rischio di avere in futuro un cancro tiroideo da sostanze radioattive.

Dr. Roberto Gava
Farmacologo, tossicologo

Bibliografia
1) Tronko MD, Howe GR, Bogdanova TI, Bouville AC et al. A cohort study of thyroid cancer and other thyroid diseases after the Chernobyl accident: thyroid cancer in Ukraine detected during first screening. Journal of the National Cancer Institute 2006; 98 (13): 897-903.
2) http://www.fisicamente.net/DIDATTICA/index-1089.htm. 
3) http://www.arca-onlus.it/Pagine/Chernobyl/conseguenze2.asp. 
4) Heidenreich WF, Kenigsberg J, Jacob P, Buglova E, Goulko G, Paretzke HG, et al. Time trends of thyroid cancer incidence in Belarus after the Chernobyl accident. Radiat Res 1999;151:617–25.
5) Cardis E, Kesminiene A, Ivanov V, Malakhova I, Shibata Y, Khrouch V, et al. Risk of thyroid cancer after exposure to 131I in childhood. J Natl Cancer Inst 2005;97:724–32.
6) Astakhova LN, ed. Children's thyroid gland: consequences of the Chernobyl accident [in Russian]. Ministry of Public Health of Belarus, Minsk; 1996.


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