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sabato 5 marzo 2011

“Ma lo sanno questi signori cosa vuol dire essere malati e avere tra le mani una diagnosi che ti sbatte in faccia quella che sarà la tua sorte? Poche settimane di vita, i giorni e le ore contati e un’unica certezza: non sarai più padrone di te stesso, il tuo corpo malato, provato, devastato, cederà e anche la più piccola funzione vitale, bere, alimentarsi, espellere i tuoi rifiuti, sarà una umiliazione”.
Carlo Troilo è un giornalista che per anni si è occupato di pubbliche relazioni in grandi aziende e ministeri importanti, ha sempre avuto simpatie socialiste e radicali, oggi è un attivista dell’associazione Luca Coscioni e si occupa di testamento biologico e di problemi legati al fine vita. Da lunedì sarà insieme all’associazione Coscioni in Piazza Montecitorio per quello che chiama un “digiuno del dialogo”. “Voglio convincere i parlamentari disposti – dice – a far prevalere, almeno in questo caso, le ragioni della loro coscienza sulle direttive dei rispettivi partiti”. L’evento che ha spinto questo signore borghese, colto, che parla sempre con calma preoccupandosi che i suoi concetti arrivino all’interlocutore, ad occuparsi di un tema così complesso è stato un evento tragico: “Il suicidio di mio fratello Michele”.
Tutto inizia in una calda giornata di luglio. La famiglia è in vacanza e gode il sole del mare d’Abruzzo. Michele, che ha settant’anni ed è single per scelta, si sente stanco. Va a farsi le analisi del sangue: “Ricordo ancora quel momento, il volto di pietra del medico e il suo sguardo”. Michele è malato, il suo corpo è stato attaccato da una potentissima forma di leucemia. Ha poche settimane di vita. Le possibilità di resistere al male sono scarse e legate a cure dolorosissime. “Una chemioterapia fortissima che mio fratello sopporta e che per un po’ lo aiuta. Quando tornammo a Roma in autunno sembrava rifiorito, non nascondo che anche noi cominciammo a sperare”. Poche settimane, poi la leucemia si riprende il corpo di Michele, in modo prepotente, invasivo, totale. Ora i medici giudicano inutili e pericolosi i cicli di chemioterapia. “Ci consigliano di portarlo a casa, il suo letto serviva ad un altro malato. Ma non ci abbandonano, perché la gente non sa dell’esistenza di un mondo di silenziosa solidarietà, infermieri che volontariamente alla fine del loro lavoro in ospedale assistono i malati terminali”. Sono giorni di strazio per Michele, per i suoi fratelli e per gli amici.
“Eravamo lì, impotenti ad assistere alla fine di un uomo timido, gentile, che teneva molto al suo decoro e che ci chiedeva in continuazione di poter morire dignitosamente. Una sera, alla fine di una giornata dove ogni minuto era stato scandito da dolori atroci, il corpo di mio fratello cede. Michele è incontinente. Ridiventa un bambino da aiutare, portare in bagno, lavare, assistere con amore e con rispetto. Per lui è troppo, ritiene di avere ormai perso la sua dignità di uomo, vede profanata la sua riservatezza, la malattia ha offeso la sua intimità. Conoscendolo posso immaginare l’orribile nottata che ha passato, i pensieri che gli hanno attraversato la mente quando si è accorto che le sue intimità erano strette in un pannolone. All’alba si è alzato dal letto, ha aperto piano la finestra e si è lanciato nel vuoto. Suicida perché lo Stato e una perversa interpretazione della religiosità gli hanno impedito una morte dignitosa. A noi Michele ha lasciato solo un bigliettino di scuse, sì, scuse per il fastidio che ci aveva dato negli ultimi mesi di vita. Ecco perché ho deciso di impegnarmi anima e corpo nella battaglia per una giusta legge sul testamento biologico”.
Mentre la politica si divide (la discussione in Senato è stata rinviata al 24 marzo e la legge verrà approvata tra aprile e maggio) e il dottor Alberto Zangrillo, medico personale di Silvio Berlusconi, paragona il dramma di Eluana Englaro a quello di “un cavallo azzoppato”, Carlo Troilo e l’associazione Luca Coscioni, ci ricordano il dramma di chi, intubato in un letto di ospedale, aspetta che la morte lo liberi dalla sofferenza: “L’eutanasia clandestina in Italia è diffusa. Delle 30 mila persone che muoiono ogni anno nei reparti di terapia intensiva, il 62% lo fa grazie all’aiuto di un medico rianimatore. In Italia ogni anno 200-250 mila persone colpite da malattie oncologiche muoiono tra sofferenze atroci per la vergognosa carenza di terapie del dolore nelle quali il nostro Paese è all’ultimo posto in Europa. La conseguenza più atroce è ogni anno che mille malati terminali decidono di togliersi la vita. Come mio fratello Michele. È per la loro dignità offesa che sto lottando”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2011

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