Cibo contaminato e paure nucleari


L’alto rischio di disastro nucleare in Giappone, causato dall’esplosione delle centrali dopo il terremoto e lo tsunami, ha riportato in auge un tema che sembrava accantonato, ma che dal disastro di Chernobyl non si è mai allontanato troppo dalle preoccupazioni della gente.

Le radiazioni causate dalle centrali nucleari sono il tema di questi giorni. Che non facciano bene è risaputo. Ma quali effetti abbiano esattamente sul corpo umano, quello no, non si sa con esattezza. E adesso il problema torna prepotentemente sulle bocche degli italiani. Anzi, sulle tavole.

Così come nel 1986 a seguito dell’esplosione della centrale ucraina si consigliava di non mangiare l’insalata o le verdure del proprio orto, oggi si parla delle verdure, del latte e del pesce giapponese, che potrebbero entrare nei frigoriferi degli italiani.

La preoccupazione non è solo per i nostri figli, ma più generalmente per l’essere umano. Sono stati fatti esperimenti sugli animali, ma su quali effetti a breve e lungo termine comporti mangiare cibo contaminato si hanno ancora poche informazioni.

La ragione principale di questo è la mancanza di soggetti su cui fare ricerca, che sono limitati, se così si può dire, agli attacchi nucleari del 1945 a Hiroshima e Nagasaki, e al già citato disastro di Chernobyl. Ma adesso il Giappone ha sete di nuove risposte. Per il momento le autorità giapponesi hanno imposto delle restrizioni sugli spinaci e il latte su cui sono state rilevate tracce di isotopi radioattivi di cesio-137 e iodio-131. Altre tracce sono state trovate nell’acqua di rubinetto delle abitazioni limitrofe alle centrali.

Secondo il Dottor James Cox, primario di oncologia al MD Anderson Cancer Center a Houston, è convinto che i livelli di radiazioni misurati in questi prodotti pongono un rischio immediato pressoché inesistente per gli umani, e molto basso a lungo termine. Ma ammette che «le dosi di radiazioni assimilate attraverso l’ingestione di cibo contaminato sono decisamente poco note».

È vero che sono state fatte delle ricerche dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, ma si è molto cauti nel tirare conclusioni definitive a riguardo. Una delle spiegazioni è che gli studi non si sono mai concentrati abbastanza sulla tiroide e sulla presenza di isotopi specifici nel cibo.

Chernobyl, dunque, è diventata un “laboratorio a cielo aperto”, non solo per la presenza di radiazioni, ma anche per il fatto che le pillole di iodio, prescritte per la profilassi a coloro che sono stati esposti alle radiazioni, non erano disponibili in grossa misura per coloro che si trovavano nei paraggi della centrale dell’ex Unione Sovietica. Dato rilevante perché l’isotopo di iodio-131 (che si distingue dallo iodio in quanto radioattivo) trovato negli spinaci giapponesi, così come nel latte, sono un derivato dei reattori nucleari, come quelli in Giappone e di Chernobyl.  La tiroide è importante in questo tipo di studi poiché lo iodio viene assorbito molto velocemente dalla ghiandola, e per contrastare questo assorbimento i dottori prescrivono pillole di iodio “buono” in modo che sostituiscano quelle radioattive. Secondo il dottor Cox, coloro che hanno bevuto il latte contaminato di Chernobyl hanno contratto diversi tipi di cancro, anche se si sa che l’isotopo radioattivo ha contaminato diversi tipi di cibo. È quindi bene, secondo Cox, che i giapponesi prendano precauzionalmente le pillole per contrastare eventuali problemi, anche a discapito degli effetti collaterali che possono causare, come reazioni allergiche alla pelle.

Lo iodio ci mette otto giorni a decadere per metà: questo significa che dopo otto giorni la sua radioattività si dimezza. Diversamente da quanto accade per il cesio-137, che ci metta addirittura trent’anni. Invece del suo impatto quando viene assunto attraverso il cibo si sa meno rispetto altri isotopi.

Gli esperti sanno che l’esposizione diretta può essere mortale. Esposizioni minori possono risultare in maggiori rischi di contrarre il cancro. Secondo il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle malattie, i rischi derivanti dalla diretta esposizione alle radiazioni può passare da un arrossamento della pelle, al cancro e alla morte. Tutto dipende del tipo di radiazione, di quante ne ha assorbito il corpo, dal modo in cui la persona è stata esposta e dalla lunghezza dell’esposizione.

Secondo quanto affermato dal dottor Cox, l’incidenza di casi di cancro sono più alte nelle persone che hanno bevuto o mangiato prodotti contaminati piuttosto che nel resto della popolazione. Non ci sono prove di mutazioni genetiche dovute a questo tipo di assunzione o esposizione. «C’è sempre la possibilità che ci sia un rischio genetico, ma non è mai stato evidenziato negli umani» conclude Cox.

Come abbiamo visto sull’argomento ci sono pochi dati in possesso, tante teorie, ma poche certezza. Tranne una: la paura che la gente ha di ciò che non conosce, ma che silenziosamente potrebbe uccidere.

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