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lunedì 31 gennaio 2011

La crisi economico-finanziaria non nasce solo dagli squilibri internazionali. Ha come causa anche una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito negli Stati Uniti. I salari dei lavoratori con basso tasso di istruzione sono infatti fermi da trent'anni, mentre l'economia americana è cresciuta del 100 per cento. Per adeguare i consumi a quel livello di crescita economica, la metà della popolazione ha fatto ricorso al debito, alla fine diventato insostenibile. La soluzione della crisi passa per politiche redistributive politicamente difficili da accettare.

Molte analisi e commenti sostengono che gli squilibri internazionali siano la causa prima della crisi economica. Soprattutto, lo squilibrio nella bilancia commerciale e dei pagamenti tra Cina, paese esportatore e risparmiatore, e Stati Uniti, paese importatore. Per questa ragione, gran parte del dibattito sulle vie d’uscita dalla crisi riguarda l’aggiustamento dei tassi di cambio tra Cina e resto del mondo. I tassi di cambio delle monete possono contribuire alla soluzione degli squilibri internazionali, ma ben poco possono fare per risolvere la seconda causa importante della crisi economica: il crescente squilibrio della distribuzione dei redditi negli Stati Uniti.

SALARI FERMI DA TRENT'ANNI
Èpassato in secondo piano il fatto che la crisi sia stata scatenata anche da un forte squilibrio interno agli Stati Uniti, in particolare da una crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Tanto è vero che anche la crisi del settore finanziario dovuta ai crediti facili ha la sua origine ultima nelle disuguaglianze di reddito. La figura 1 mostra l’andamento dei salari reali negli Usa per titolo di studio fino al 2007, l’anno precedente alla crisi. Sono rimasti stabili, o perfino diminuiti, i salari degli americani che hanno un titolo di studio di scuola superiore o che non hanno neanche quello; e sono cresciuti pochissimo i salari di chi ha frequentato qualche anno di università. Eppure, la somma di questi due gruppi costituisce più del 50 per cento della popolazione degli Stati Uniti. In altre parole, la figura mostra chiaramente che negli ultimi trenta anni i salari reali della maggioranza degli americani sono rimasti pressoché costanti.
Nello stesso arco di tempo l’economia americana è cresciuta in termini reali di circa il 100 per cento e la maggior parte della crescita è andata ad aumentare i profitti d’impresa o i salari di pochi fortunati al vertice della distribuzione del reddito. Se i salari non crescono, l’americano medio deve ovviamente prendere denaro a prestito per adeguare i suoi consumi a un’economia che nel frattempo è cresciuta moltissimo. Si crea quindi una formidabile domanda di credito che la finanza trova il modo di soddisfare. La crisi del mercato finanziario non è dunque dovuta solo all’ingordigia e all’irresponsabilità dei banchieri, ma anche a una domanda di creditofondata sul basso tasso di crescita dei salari di più del 50 per cento della popolazione.
Anche dopo la crisi, la disuguaglianza negli Stati Uniti non ha cessato di aumentare. La figura 2 mostra il tasso di crescita dell’indice di disuguaglianza di Gini: gli ultimi dati del 2009 si riferiscono al periodo post-crisi e non mostrano nessun accenno di diminuzione. In realtà, l’argomento è dibattuto, ma spesso le crisi economiche aumentano le disuguaglianze (attraverso la povertà e la disoccupazione) e quindi non c’è da aspettarsi una riduzione dell’indice di Gini in futuro.

LA REGOLAMENTAZIONE NON BASTA
Se mettiamo la disuguaglianza di reddito al centro della crisi, le soluzioni incentrate solo sulla regolamentazione dei mercati finanziari non sembrano andare al cuore del problema perché, con una disuguaglianza in continua crescita, l’esigenza di ottenere denaro a credito si ripresenterà presto per più della metà della popolazione. A quel punto i mercati finanziari faranno il loro lavoro e concederanno il credito richiesto e forse non sarà sufficiente regolare in maniera più stringente la concessione di credito al consumo e dei mutui delle case per evitare che un numero assai alto di persone si indebiti di nuovo in modo insostenibile.

Il cuore del problema è che il salario dell’americano medio non aumenta e quindi i suoi consumi non possono stare al passo della crescita economica. Accade del resto in tanti altri paesi del mondo, dove le cose vanno meglio solo se gli individui, contrariamente agli americani, possono contare su uno stock di risparmio privato per finanziare i consumi. La soluzione non è semplice perché da trenta anni la crescita va a favore dei profitti piuttosto che dei salari nella maggior parte dei paesi sviluppati. I salari dei lavoratori con basso titolo di studio (più del 50 per cento della popolazione) non crescono perché la loro produttività è bassa e non si vede un’inversione di tendenza se non attraverso un aumento del grado di istruzione, che comunque richiede tempi lunghi. L’unica soluzione di breve periodo sarebbe un’operazione di redistribuzione dei redditi attraverso lapolitica fiscale, in modo da aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori a basso reddito ed evitare che si indebitino in maniera strutturale. Sebbene tale redistribuzione sia nell’interesse di tutti, e non solo dei redditi bassi, non è affatto scontato che ci sia la volontà politica di riconoscere che una crescita sempre più diseguale non è sostenibile. Nel dibattito di policy americano solo l’abolizione dei tax breaks per i più ricchi e la riforma sanitaria vanno nella direzione di maggiore redistribuzione, ma l’orizzonte di applicazione di queste misure è di là da venire e il consenso politico incerto.

Fonte: Marco Leonardi - Lavoce.info |

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