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giovedì 20 gennaio 2011


I timori e le apprensioni espresse ripetutamente in tutto il mondo nei riguardi dell’impatto ambientale sullo sfruttamento del petrolio in mare aperto, hanno dimostrato ancora una volta di essere fondate, soprattutto dopo la fuoriuscita del petrolio nel Golfo del Messico durante l’estate 2010.
Il più grande disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti ha richiesto un intervento di vasta portata della durata di cinque mesi per sigillare definitivamente all’origine il pozzo.
Secondo É.Guihaire “la condanna del pozzo chiuderà un capitolo della marea nera che ha avvelenato la vita a parecchi americani, pescatori e commercianti in primis e che ha messo in pericolo il fragile ecosistema del Golfo del Messico”… Ma la regione ne avrà ancora per parecchio tempo con l’alterazione della flora e della fauna sottomarine toccate dal petrolio sversato per tre mesi e subiranno gli effetti dell’inquinamento per anni se non per decenni secondo le autorità americane.
Secondo Y. Arthus-Bertrand “ancora oggi, le fuoriuscite di petrolio restano gli emblemi dell’inquinamento oceanico…”. La flotta di navi cisterna ne provoca in media una ventina all’anno e alcune sono entrate nella storia per la loro vastità superando le 250.000 tonnellate.
Tuttavia gli oleodotti, le piattaforme e le raffinerie restano di gran lunga la fonte principale di perdite di petrolio rappresentando un volume di idrocarburi in media cinque volte superiore a quello delle navi. (Arthus-Bertrand, Y., 2009, p. 128).
Nello stesso Artico canadese nell’estate del 2010, tre navi tra le quali la Nanny, una petroliera che trasportava nove milioni di litri di diesel, si sono incagliate a Nunavut sulle sponde del mare di Beaufort, fortunatamente senza conseguenze negative per l’ambiente. É in questo contesto che l’assalto delle industrie del petrolio e del gas verso l’Artico fa temere il peggio.
Urge avviare un dibattito pubblico allargato sulle ripercussioni ambientali circa lo sfruttamento più esteso e intensivo dei giacimenti sottomarini nell’Artico. Questo dibattito dovrebbe aver luogo al più alto livello degli organi di governo globale e non deve essere lasciato alla sola iniziativa delle economie interessate.


Le questioni fondamentali che devono porsi sono le seguenti: quali sono gli effetti duraturi indotti in tutti i settori di vita dell’Artico dovuti allo sfruttamento dei giacimenti in corso nelle zone artiche continentali e nelle zone costiere e marittime del Canada, dell’Alaska (costa a picco sul mare di Beaufort) e della Russia? Quali provvedimenti sono stati presi per prevenire gli incidenti e rispondere in maniera efficace quando questi si verificano? La legislazione nazionale dei paesi produttori garantisce un adeguato e stretto controllo sull’esplorazione del progetto di produzione? I popoli nordici vengono effettivamente invitati a partecipare al processo decisionale di questi progetti? Fino a che punto possono raccogliere i dividendi derivanti dalla commercializzazione della produzione?
I loro punti di vista vengono presi nella giusta considerazione? Il progetto verrà esaminato da organismi indipendenti sia sotto il profilo economico e sociale che a livello immediato e cumulativo?
I servizi ecosistemici diventati spazi polari dell’ambiente globale e dell’umanità
Secondo l’United Nations Environment Programme (UNEP) gli ecosistemi polari sono essenziali per la salute dell’insieme degli ambienti terrestri e marini.
Essi contengono oltre il 70% dell’acqua dolce del pianeta nelle masse di ghiaccio che li ricoprono.
L’Artico fornisce il 28% del pescato commerciale e l’Antartide ne fornisce il 2%.
L’Artico è ricco di risorse minerali che rappresentano un quarto delle riserve mondiali di petrolio e di gas; inoltre esso contiene un terzo degli stock di carbonio a livello mondiale rivelandosi un serbatoio importante per i gas ad effetto serra (GHG) e poi rappresenta il supporto per circa 300 specie di pesci, di mammiferi marini e uccelli migratori. Tra i 500 milioni e il miliardo di uccelli migratori sotto tutte le latitudini hanno bisogno del clima dell’Artico per una fase del loro ciclo di vita e più di 20 specie di cetacei si spostano tra i Poli e i Tropici.
È importante ricordare che l’Antartico è sicuramente la più grande area naturale protetta del pianeta, mentre l’Artico ospita sette delle 11 più grandi aree di conservazione nel mondo.
Questi elementi sono estremamente importanti non solo per i benefici resi dall’ecosistema come la preservazione della diversità biologica, ma anche per i valori intrinseci legati all’estetica e alla cultura. Si può dedurre che lo sfruttamento intensivo del petrolio e del gas nell’Artico possono influenzare profondamente questi ecosistemi che sono preziosi per l’umanità.
Anche se tutte le precauzioni per mitigare il rischio di inquinamento sono state prese, è innegabile che le trasformazioni causate da tali attività sono suscettibili di preoccupazione da parte nostra.
La lezione appresa dallo sfruttamento dei giacimenti nello Yukon, in Alaska e in Siberia ci deve indurre alla massima prudenza. Incidenti ripetuti su più piattaforme di perforazione offshore nel mondo ci fanno temere, a ragion veduta, il peggio.
Gli elementi giustificativi citati per lo sviluppo delle risorse energetiche nell’Artico
La popolazione mondiale sta crescendo ad un ritmo accelerato dalla metà del ventesimo secolo e il consumo di energia è in costante aumento, in particolare per quel che riguarda i combustibili fossili.
Anticipiamo un drammatico aumento del consumo nei Paesi definiti emergenti nel corso dei prossimi due decenni. Secondo il presidente ed amministratore delegato di Saudi Aramco, uno dei relatori al XXI World Energy Congress tenutosi a Montreal in Canada tra il 12 e il 16 settembre 2010, “nei prossimi decenni la domanda globale di energia conoscerà un’enorme crescita”.
L’Agenzia internazionale per l’energia prevede un aumento di circa il 40% entro il 2030, portando la domanda all’equivalete di 17 miliardi di tonnellate di petrolio.
Aggiunge a questo proposito che “nei prossimi decenni continueremo a dipendere dai combustibili fossili tradizionali per la maggior parte del nostro fabbisogno energetico mentre fonti di energia come il carbone, il petrolio, il gas naturale, forniranno l’80% del consumo energetico.
Mentre la quota dei combustibili fossili può diminuire nel tempo, la quantità assoluta di energia da queste fonti continuerà ad aumentare a causa dell’aumento notevole della domanda energetica totale”.
(Demandes énergétiques: des tendances lourdes, 16 septembre 2010).
Secondo le proiezioni della Shell la domanda del gas naturale aumenterà del 20% da qui al 2020 e del 50% da qui al 2030 in una progressione due volte più rapida di quella del petrolio (Shields, A. 2010). (Le richieste di energia: le principali tendenze, 16 settembre2010).
Si prevede che il gas della Shell aumenterà del 20% entro il 2020 e del 50% entro il 2030 con un aumento due volte più veloce di quello del petrolio. (Shiels, A. 2010). In effetti, secondo F.Beauregard-Tellier, “sotto la spinta dei Paesi emergenti come la Cina, il Brasile e l’India, l’economia mondiale continua a svilupparsi rapidamente. La domanda di risorse energetiche e di altre forme di energia osservata negli ultimi anni di forte crescita aiuta a spiegare la rapida ascesa dei prezzi di molti beni essenziali”.
Diventa sempre più difficile sostituire le riserve di alcune risorse importanti come specialmente il petrolio. Il risultato è che le aziende del settore energetico setacciano il globo alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento nelle aree di frontiera come l’Artico, che fino a poco tempo fa suscitavano scarso interesse.
L’energia utilizzata attualmente nel mondo deriva ancora da combustibili fossili per un tasso di oltre il 90% e sembra che nonostante lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili questa proporzione resterà preponderante ancora per molto tempo.
Per questo motivo le industrie correlate alla produzione di energie non rinnovabili sono alla costante ricerca di nuovi giacimenti.
Lo sfruttamento delle risorse energetiche e del loro impatto sull’ambiente
Secondo l’United Nations Environment Programme (UNEP) la pressione più rilevante esercitata sugli ecosistemi dell’Artico negli ultimi 25 anni è stata quella delle attività legate all’estrazione e al trasporto del petrolio e del gas. I progetti di sfruttamento di queste risorse sono stati sviluppati soprattutto nella parte settentrionale dei continenti in Siberia, nell’Estremo Oriente della Russia e in Alaska. I progetti offshore sono stati realizzati nel mare di Barents e a Beaufort.
Altri progetti sono stati avviati o sono in via di attuazione soprattutto in Siberia, in Alaska, nella parte Ovest del Canada e nel mare di Barents. (UNEP, 2007, pp 284-285).
La consultazione pubblica condotta dal 1974 dalla commissione Berger sui progetti di Yukon ha permesso di misurare l’ampiezza dei maggiori impatti anticipati che potrebbero causare. Sulla pianificazione ambientale, la commissione ha raggiunto le seguenti conclusioni: il Nord dello Yukon è troppo vulnerabile ai rischi potenziali che potrebbero influenzare il suo ambiente;
la commissione raccomanda che il gasdotto non venga costruito nel Nord dello Yukon e che quello che è stato progettato per la valle del Mckenzie sia soggetto ad una moratoria per 10 anni. L’impatto del progetto sugli ecosistemi (sugli habitat naturali e sulle popolazioni) sarebbe analogo a quello per la costruzione di una ferrovia attraverso il territorio canadese da “un oceano all’altro”. La commissione ha raccomandato di non costruire un corridoio per il trasporto dell’energia nella zona del delta del Mckenzie. In sintesi la commissione è giunta a queste conclusioni influenzate dai concetti di sviluppo sostenibile e in particolare dal principio di precauzione.
La commissione ha raccomandato l’istituzione di un certo numero di santuari e di aree protette per la conservazione di specie minacciate o in via d’estinzione e particolarmente per quella dei caribù, dei porcospini, delle balene bianche e di altre specie di uccelli e altri animali che si trovano nell’Artic National Wildlife Refuge (ANWR).
Sotto il profilo economico, il comitato ha concluso che non potrà derivare alcun beneficio dall’oleodotto tranne che per i posti di lavoro creati durante la fase di costruzione e che si tratta di posti di lavoro non qualificati e scarsamente retribuiti.
E’ stato espresso il timore che tutto ciò danneggerebbe l’economia locale legata alla caccia, alla pesca e alla cattura con le trappole fino a render tutto insostenibile.
Il progetto per il gas Mackenzie è visto come una via d’accesso naturale in Canada verso le risorse della piattaforma continentale dell’Artico.
Secondo gli Affari Indiani e del Canada del Nord , le risorse di idrocarburi situati a nord del circolo artico in Canada derivano “da tre giacimenti che hanno prodotto petrolio e gas :il giacimento petrolifero Norman Wells nella parte centrale della valle del Mckenzie, il giacimento di gas di Ikhil nel delta del Mckenzie e il giacimento di Cameron Hills nel sud ovest di Hay River, a sud dei Territori del Nord Ovest.
La produzione totale di gas naturale è stata di 192 x 106 m cubi nel 2009, con un ribasso del 5,2 % in rapporto all’anno precedente.
La produzione totale di petrolio nel 2009 è stata di 901,2×103 m cubi con un ribasso del 4,3% (Ainc-inac.gc.ca)”
Le tasse raccolte durante l’anno solare 2009 per la produzione del petrolio sulle terre demaniali del Nord sono pari a 18.876,656 mila dollari Usa, e sono in calo del 38% a causa della riduzione della produzione e della diminuzione dei prezzi rispetto ai livelli del 2008”, (fonte Affari Indiani e del Nord Canada).
Inoltre, a questa produzione si dovrebbe aggiungere quella della Mackenzie Gas Project per un valore di 16,2 miliardi di dollari facente capo alla Imperial Oil e ad un ristretto numero di partners.
“All’interno dell’industria energetica canadese molti vedono questo come una cartina tornasole per lo sviluppo generale dell’energia nelle regioni di frontiera del paese.
La Mackenzie Gas Project comporterebbe la costruzione di impianti e il funzionamento di tre giacimenti di gas naturale nel delta del Mckenzie situato nei territori del Nord Ovest, l’istituzione di un sistema di raccolta del gas naturale e di gas naturale liquido, la costruzione di impianti di trasformazione vicini a Inivik e la realizzazione di oleodotti che trasporteranno gas naturale e quello liquido verso Sud, lungo la vallata del Mckenzie.
Gli accordi tra le agenzie ambientali e quelle regolamentari, nel quadro di un piano di cooperazione hanno permesso la creazione della Commissione di esame congiunto (CEC) del progetto.
Il Cec, composto da sette membri , è un organismo indipendente che valuta l’impatto potenziale del progetto sull’ambiente e sulle condizioni di vita dei residenti nell’area interessata dal progetto. Per fare questo, il Cec ha tenuto una serie di audizioni pubbliche che hanno avuti inizio il 14 febbraio 2006 e che dovrebbero continuare fino all’autunno 2007” (fonte: Indiani e Affari del Nord Canada).
Le commissioni d’esame congiunto compongono il livello di valutazione ambientale più alto del Canada. Questo progetto ha ottenuto il benestare della Commissione incaricata di esaminare gli impatti ambientali ad inizio 2010.
Va aggiunto che le risorse di idrocarburi del Mare di Beaufort sono rivendicate dagli americani che mettono in dubbio il percorso della linea retta tra l’Alaska e il Polo Nord fissato dal Canada (Jules Dufour: “L’Artico, uno spazio ambito:la militarizzazione del Nord canadese” Mondialisation c.a. 6 luglio 2007). Quest’ultimo sostiene che detta linea dovrebbe esser tracciata seguendo un angolo di 30° verso Est e la cosa conferirebbe loro il diritto di sfruttare il petrolio e il gas naturale di questa parte del mare di Beaufort situato in prossimità dell’Alaska (Michael Byers: “Le acque dell’Artico canadese” Le Devoir.com, 24 gennaio 2006).
Le risorse potenziali globali di idrocarburi nell’Artico
Nel 2007, 20 miliardi di barili di petrolio e 8.000 miliardi di metri cubi di gas erano già stati scoperti nell’Artico, secondo l’Istituto Francese del Petrolio. Ma solo un decimo della superficie era stata poi esplorata. Secondo la stessa fonte l’84% delle riserve di petrolio e di gas dell’Artico si trovano in mare aperto.
I dati del 2008 sulle risorse degli idrocarburi nella regione polare sono suscettibili di riaccendere l’interesse per il loro sfruttamento.
Il notevole scioglimento del ghiaccio osservato nell’Oceano Artico faciliterebbe di molto l’installazione di piattaforme e il trasporto verso i mercati di consumo. Secondo F. Beauregard-Tellier, l’Artico è la fonte di quasi il 10% della produzione di petrolio e di un quarto della produzione mondiale di gas.
Secondo altre fonti, che sono autorevoli in materia e in particolare la United States Geological Survey (USGS) il fondo marino dell’Artico, secondo una valutazione effettuata nel 2008, contiene il 13% di petrolio da scoprire (90 miliardi di barili da scoprire, tecnicamente estraibili), il 30% di gas naturale ancora da scoprire(1670 miliardi di piedi cubici o 47,3 miliardi di metri cubi) di gas naturale tecnicamente estraibile e il 20% dei liquidi di gas naturale(44 miliardi di gas naturale liquido tecnicamente estraibile) esistente al mondo e in più di 25 differenti siti. In breve, queste risorse situate a nord del circolo artico rappresentano circa il 22% delle risorse al mondo da scoprire e tecnicamente estraibili.
Secondo i dati raccolti da F.Beauregard-Tellier una grande quota di petrolio e di gas di produzione russa proviene dalla regione artica del paese sull’esempio dell’importanza del petrolio dell’Alaska per gli Stati Uniti.
“In effetti la Russia è il maggiore produttore di petrolio e di gas dell’Artico e possiede più del 75% delle riserve note che vi si trovano, oltre al 90% delle riserve note di gas così come una vasta quantità di probabili risorse che non sono ancora state scoperte.
Di per sé, il bacino della Siberia occidentale è la fonte di quasi la metà della produzione del petrolio in Russia.
Gazprom, la società energetica controllata dallo Stato, sta valorizzando i giacimenti di gas che sono nel Mare di Barents (champ Shtokman) di cui si dice che contenga gas due volte di più dell’insieme delle riserve del Canada.
Il mare di Chukchi, relativamente poco sfruttato e situato a nord ovest dell’Alaska e della Siberia orientale, contiene a sua volta grandi riserve di petrolio e di gas”.
“La Norvegia e la Danimarca (Groenlandia) possiedono a loro volta nell’Artico apprezzabili riserve energetiche. Ad esempio, la società Statoil della Norvegia sfrutta attivamente i giacimenti di gas nel Mar di Barents mentre le attività di sondaggio continuano al largo della Groenlandia e delle Isole Faroe nel mar di Norvegia”.
Dati più recenti risalenti a giugno 2010 presentano delle stime che ci inducono a credere che le riserve di petrolio nelle regioni artiche siano di molto superiori.
I ricercatori della Siberia hanno appena rilevato le loro previsioni sulle riserve di idrocarburi in mare aperto ed è l’Artico che fa la parte del leone, così come riportato dal sito ng.ru.
Il frutto delle ricerche condotte dalla Sezione Siberiana dell’Accademia delle Scienze Russe (ASR)relativa la stima delle riserve mondiali di petrolio in mare aperto, è stato reso pubblico per la prima volta.
Questo documento è stato presentato ad una riunione del Basic Research Program di RAS su ‘I problemi fondamentali dell’oceanologia: fisica, geologia, biologia, ecologia che si è tenuta di recente presso l’Istituto di oceanografia del RAS sotto la presidenza dell’accademico Robert Nigmatouline.
In questa occasione, l’accademico Alerei Kantorovitc ha comunicato per la prima volta le stime del ramo siberiano RAS relativo al volume che tratta gli idrocarburi presenti nei mari del mondo.
Oceano Pacifico: 10 miliardi di tonnellate di petrolio e circa 25.000 miliardi di metri cubi di gas; Oceano Atlantico: 35 miliardi di tonnellate di petrolio e 65.000 miliardi di metri cubi di gas; Oceano Indiano: 40 miliardi di tonnellate di petrolio e 70.000 miliardi di metri cubi di gas; Oceano Glaciale Artico: 90 miliardi di tonnellate di petrolio e 250.000 miliardi di metri cubi di gas”.
“Tutte queste cifre sono impressionanti, ma si notano soprattutto gli importi considerevoli dell’Artico, con il 50% del petrolio oceanico e quasi il 70 % di gas.
L’accademico Kantorovich ha precisato che si tratta di valutazioni minime e che esse non comprendono le enormi riserve di idrati di gas presenti nel Mare del Nord (Ria Novosti).
L’Artico, già fortemente indebolito ed influenzato dal surriscaldamento globale, sarà in grado di sopportare l’impatto temuto dello sfruttamento intensivo nella sua piattaforma sottomarina?
Le conseguenze che possono derivare da una fuoriuscita di petrolio sugli ecosistemi sono difficili da valutare e il principio di precauzione dovrebbe guidare i decisori politici anche a costo di rinunciare allo sviluppo della loro ricchezza.
I popoli del Nord sono ancora fortemente dipendenti dalle risorse della fauna selvatica di questo oceano e del ghiaccio che lo ricopre. Per loro la destabilizzazione del clima ha avuto un impatto significativo sulle attività tradizionali.
Lo spiegamento di grandi corridoi di energia e di siti operativi aggiuntivi verrà recepito come un impatto cumulativo sulle aree di vita che frequentano da millenni. Alla rigida realtà del Nord essi hanno saputo adattarsi sempre ma sarebbe molto difficile per loro affrontare la distruzione irreversibile del loro habitat.
Secondo Rune S.Fjellheim e B.Henriken “è fuori di ogni dubbio che lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas sui territori indigeni rappresentano attività che esercitano effetti estremamente negativi per le società autoctone, a causa del carattere intrinseco della loro economia di sussistenza e dell’occupazione del territorio così come della loro indipendenza culturale nei confronti delle terre e delle loro risorse”.
Il progetto di rendere l’Artico un sito di patrimonio mondiale per l’umanità, quello di dedicare una Zona libera dalle armi nucleari (ZLAN) proposto dal Gruppo canadese del PUGWASH e quello di smilitarizzazione devono esser promossi dall’intero sistema dell’Onu ed esaminati in modo approfondito nel quadro di una tavola rotonda di esperti o di un forum ad alto livello. Ciò che è necessario per l’Artico è ne più e ne meno ciò che è stato riservato al continente Antartico e cioè, uno statuto di protezione che lo metta al riparo da ogni qualsiasi avidità da parte delle industrie minerarie ed energetiche.
E’ necessaria in questo senso una mobilitazione di tutte le forze della società civile, perché i paesi che rivendicano la loro sovranità in questa regione del mondo si sono mostrati determinati ad assumerne il controllo a scapito dei benefici che l’ecosistema rende a tutta l’umanità.
In effetti, secondo Zurbains.com, “la speranza di preservare il polo Nord si troverebbe, secondo i ricercatori nella capacità di raggiungere uno status di protezione come l’Antartide. Ma là, al polo Sud (Antartico) c’è un deserto inabitato, nell’Artico invece vivono 4 milioni di abitanti e attira le bramosie dei paesi limitrofi… Per ottenere una porzione di territorio, gli stati vicini si rifanno alla Convenzione internazionale sul diritto del mare che consente, lo sfruttamento delle risorse naturali fino a 200 miglia senza superare i 350 a condizione di dimostrare che questa estensione è la stessa della sua piattaforma continentale.
Mentre i maggiori esponenti dell’industria energetica si sforzano di esaltare l’energia prodotta a partire dal carbone, dal petrolio e dal gas, contando sui benefici che essi forniscono all’umanità per il loro consumo , la loro crescita và a scapito di tutto l’ambiente globale.
Sembra che non si voglia capire che il surriscaldamento globale che essi comportano esercita ripercussioni distruttrici sulle zone di vita dei paesi più poveri come è stato ampiamente dimostrato nel Global Humanitarian Forum. Infatti, secondo i dati di un rapporto di questa organizzazione emessi alla fine di maggio 2009, si stima che più di 325 milioni di persone tra le più povere del pianeta sono colpite dal cambiamento climatico per un costo totale dell’ordine di 125 miliardi di dollari all’anno: “E’ più che l’attuale importo dell’aiuto di tutti i paesi industrializzati ai paesi in via di sviluppo”.
L’Artico, lo abbiamo già desunto, appartiene al patrimonio comune dell’umanità come l’Antartide. Esso dovrebbe quindi esser trattato di conseguenza. Ci dovrebbe essere un accordo internazionale sotto l’egida delle Nazioni unite per la conservazione e il rispetto della loro integrità. Le ambizioni di conquista degli stati confinanti dovrebbero esser convogliate verso l’impresa del restauro e della conservazione delle risorse rinnovabili di questa regione e questo deve essere in linea con le priorità definite dai popoli del Nord.
Questa è una delle sfide che le Nazioni Unite devono raccogliere. Prima di permettere il prosieguo dei lavori di sfruttamento dei fondali marini bisogna assolutamente conoscere i potenziali impatti delle attività produttive in tutta la regione. Ci sembra apprezzabile che i paesi confinanti stiano collaborando a questo importante lavoro.
E’ qui che prende senso il punto della moratoria richiesto dal Consiglio dei Canadesi nel giugno scorso.
Per questa organizzazione, “visto che il dibattito pubblico non ha contribuito a chiarire meglio la posta in gioco di questi progetti, il governo federale deve porre fine al processo d’appello delle proposte pendenti per il rilascio delle licenze di esplorazione in mare” (Francoeur, L. – G,2010).

http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=21440



Traduzione di Stella Bianchi da: mondialisation.ca



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